venerdì 26 aprile 2019

GARIBALDINI D'OGGIDI'


L'ideale di Garibaldi fu per tutta la vita la libertà dei popoli.
Nel suo esilio in Sud America ove si era rifugiato per sfuggire alla condanna a morte decretata dal Tribunale per avere nel febbraio 1834 partecipato a Genova ad un tentativo di rivolta (fallito) contro il governo sabaudo, egli aveva combattuto  per l'indipendenza della provincia del Rio Grande do Sul contro il Brasile e poi, nel 1840 in difesa dell'Uruguai attaccato dall'Argentina.
Rientrato in Italia nel 1848, dopo aver dato un contributo fondamentale al Risorgimento italiano, non esitò nel 1870, pur vecchio a malato , a dare, alla testa del suo Esercito dei Vosgi, il proprio contributo alla difesa della Francia contro l'aggressore prussiano.
Sul suo esempio, molti furono i volontari italiani che, indossando la camicia rossa, si recarono a combattere “fuori area”, ossia oltre i confini del territorio italiano, per la libertà di altri popoli.
Quelli che si batterono contro i turchi oppressori a Creta nel 1867 ed in Grecia nel 1897; che accorsero nel 1863 in Polonia a fianco dei polacchi insorti contro i russi; che nel 1848 diedero il loro contributo all'impari lotta dei patrioti ungheresi in lotta contro l'Austria e quelli che, quando ancora l'Italia non era entrata nell'immane conflitto mondiale, si batterono nel 1914 a fianco della Serbia attaccata dagli austriaci e, sulle Argonne, contro i tedeschi che avevano invaso il territorio della Francia repubblicana.
E come non ricordare i 20.000 militari delle divisioni italiane Venezia e Taurinense che, rimasti intrappolati nei Balcani dopo l'8 settembe 1943, non esitarono, pur fra tremende difficoltà e perdite immani, a costituire la “Divisione Italiana Partigiana Garibaldi” che combattè, a fianco dei nemici di ieri, ma restando alle dipendenze del governo italiano, i patrioti del maresciallo Tito, contro i tedeschi invasori della Jugoslavia?
Ebbene, l'ideale di Garibaldi per la liberazione dei popoli sopravvive anche ai giorni nostri in quei volontari italiani che nelle file delle forze di protezione del popolo curdo hanno combattuto e combattono vittoriosamente contro i terroristi del Daesh che hanno tentato di estendere il loro “Califfato” nel Kurdistan, la regione montagnosa abitata dai curdi dispersi in Turchia, Siria, Iran e Irak, uno dei più grandi gruppi etnici (35-40 milioni di persone) ancor oggi privi di unità nazionale.
Oltre a ciò gli italiani appoggiano i curdi siriani che, nella impossibilità di veder oggi realizzato il sogno di un unico stato curdo, aspirano - sul modello del Krg, la regione autonoma del Kurdistan iracheno - al riconoscimento, sempre negato dal governo centrale, della loro autonomia all'interno della nazione siriana.
Ma quanti sono? Secondo il portale online “Analisidifesa” una quindicina di uomini spinti non da interessi materiali come i mercenari, ma dalla solidarietà con i popoli oppressi: ed i caduti, il bergamasco Giovanni Francesco Asperti ed il fiorentino Lorenzo Orsetti, che hanno offerto la loro vita per la libertà del popolo curdo, hanno il diritto di essere ricordati con il titolo altamente onorifico di “Garibaldini”.

Padova 12 Aprile 2019                                                                        Giovanni Zannini

mercoledì 13 marzo 2019

I ROMANI ED IL RISORGIMENTO

La fama dei cittadini romani tendenti al mantenimento dello “status quo” e non portati a reagire contro coloro che li governano anche se malamente (tanto son tutti eguali – dicono – è inutile, non cambia mai nulla) trova conferma nella scarsa collaborazione da essi prestata alle vicende risorgimentali che portarono all'unità d'Italia.
Tra gli altri, a conferma di questa tendenziale “apatia” del loro carattere, esistono due episodi che, oltretutto, manifestano singolari analogie.
Il primo riguarda il tentativo di Garibaldi che nel 1867 capeggiò una spedizione di volontari con l'intento di liberare Roma sostituendosi all'inerzia del re Vittorio Emanuele II che, temendo di entrare in collisione con la Francia - con la quale si era impegnata, con la Convenzione del 15 Settembre 1964 a difendere lo Stato Pontificio da ogni aggressione - non osava farlo.
Tentativo all'inizio segretamente appoggiato dal governo che avrebbe certamente gradito
se l'impresa fosse andata a buon fine, ma che poi, di fronte all'accorrere dei francesi in difesa del Papato, per motivi di politica estera non esitò a condannarla.
Ciononostante Garibaldi insistette nel suo tentativo che fu stroncato il 3 novembre 1867 dalla sconfitta subita nella drammatica battaglia di Mentana.
Fra i tanti commenti dedicati a questa impresa spicca la testimonianza del garibaldino Adamo Ferraris (fratello del più noto Galileo, famoso scienziato, e poi medico personale di Garibaldi nella spedizione in Francia del 1870/1871) che partecipò all'impresa.
Dunque, Garibaldi è giunto nei pressi di Roma e, scrive il Ferraris nella sua lettera 1 novembre 1867 al padre, “il Generale ci fece bivaccare tre giorni a due miglia da Roma, nella notte fece accendere dei gran fuochi. Ci fece percorrere due volte tutto il lato nord est della città stessa con tutto l'intero corpo dei volontari di Menotti (figlio di Garibaldi - ndr) forte di circa 8000
uomini, e tutto ciò con l'evidente scopo di invitare i romani ad insorgere, ovvero anche i papalini a venire a battaglia, ma tutto inutilmente. I DEGENERI ROMANI NON FECERO UN MOTO (il maiuscolo è di chi scrive) ed i papalini, dopo una ricognizione offensiva in cui spararono 25 cannonate, si ritirarono nella città facendo saltare dietro di loro i ponti...”.
Per la verità, vi furono romani che, in occasione di quella che fu chiamata la “Campagna dell'Agro Romano”, collaborarono con i liberatori, ma furono due soli con altri pochi compagni: Gaetano Tognetti e Giuseppe Monti, muratori, che, avuta notizia dell'avanzare di Garibaldi alla volta della capitale, il 22 ottobre 1867 fecero saltare in aria con una mina parte della Caserma Serristori in Roma causando la morte di alcuni zuavi pontifici, e che, processati e condannati a morte, furono decapitati.
Nè miglior sorte ebbe il generoso tentativo dei fratelli Cairoli Enrico e Giovanni e dei loro eroici 68 compagni .
Rotti gli indugi degli altri comandanti garibaldini costituitisi a Terni in Comitato d'insurrezione per la liberazione di Roma, che attendevano, prima di muoversi, l'arrivo di Garibaldi - rocambolescamente evaso da Caprera ove il governo italiano l'aveva confinato per evitare che combinasse guai - il gruppo di ardimentosi si mise in marcia
Partiti da Terni la notte del 22 ottobre, l'indomani attraversarono il confine dello stato pontificio e quindi, disceso il Tevere con alcune imbarcazioni, sbarcarono alle porte di Roma nei pressi del Ponte Molle occupando poi sul Monte Parioli la vigna e la villa di proprietà dell'ing. Vincenzo Glori ove attesero il verificarsi dell'annunciata insurrezione dei cittadini romani che invece mancò.
Dopo questa vana attesa, mentre meditavano sul da farsi, furono intercettati e attaccati da gran numero di zuavi, pur dopo un feroce impari combattimento in cui rifulse il valore dei giovani garibaldini e che vide la morte del loro comandante Enrico Cairoli – e, l'anno dopo, del fratello Giovanni (“Giovannino”) a seguito delle gravi ferite riportate - essi furono costretti alla resa e fatti prigionieri.
Il secondo episodio accaduto qualche anno dopo confermò l'apatia dei romani per le vicende risorgimentali italiane.
Approfittando dell'esito della guerra franco-prussiana risoltasi con il dissolvimento dell'impero francese dopo la sconfitta subita a Sedan l'1 settembre 1870, il governo italiano - sciolto dagli impegni assunti con la Francia con la Convenzione di Settembre 1864 che lo obbligava
a difendere l'indipendenza del Papato - colse al volo la fortunata combinazione offertagli dalla sconfitta francese e affrontò immediatamente e senza preoccupazioni il problema della liberazione di Roma per farne la capitale del Regno.
E solo 10 giorni dopo Sedan, l'11 settembre, il generale Cadorna, alla testa di 5 divisioni invade il territorio pontificio e, giunto alle porte di Roma, ancora un volta si arresta in attesa di una insurrezione popolare che offra il pretesto di entrare pacificamente nella città per ristabilire l'ordine pubblico.
Ma, ancora una volta, come scrive lo storico inglese Denis Mack Smith, “...l'indifferenza o, addirittura, l'ostilità della cittadinanza romana, e la fede e l'interesse che la spingevano a restare fedele a Pio IX...” impedì che ciò accadesse.
Fu allora necessario ricorrere alla forza dei cannoni che il 20 settembre 1870 aprirono la breccia di Porta Pia attraverso la quale i bersaglieri italiani dilagarono in Roma.
E il fatto che la città fu conquistata dopo soli venti giorni dalla provvidenziale sconfitta di Napoleone a Sedan, fa dire a molti storici (e fra questi il Mack Smith) che ciò “avvenne in maniera del tutto casuale come effetto secondario della vittoria prussiana”, in tal modo ridimensionando la gloria italiana della battaglia di Porta Pia.
Padova 21-2-2019 Giovanni Zannini









giovedì 7 febbraio 2019

LE "CONCERTAZIONI" FRA VITTORIO EMANUELE II E MAZZINI


Francesco Bertolini (1836-1909) storico, professore di storia all'Università di Bologna, nel suo imponente volume (ben 827 pagine) “Risorgimento Italiano” (Ed. F.lli Treves – Milano - 1899) che copre il periodo che va dall'inizio delle “Restaurazioni” (1815) fino alla liberazione di Roma (1870), scrive di un tentativo di accordo avvenuto nel 1864 fra Vittorio Emanuele II e Mazzini per la liberazione di Venezia e del Veneto.
Notizia innegabilmente sorprendente e poco nota, che l'autore trae dal libro “Politica segreta italiana” con il quale nel 1880 l'editore Roux di Torino rese noti documenti dai quali emergeva che “il Re d'Italia non isdegnasse valersi della popolarità e dell'influenza di Giuseppe Mazzini per ottenere la liberazione della Venezia; e il Mazzini, pur di addivenire al realizzamento del suo pensiero sommo, la unificazione della patria italiana, non isdegnasse, dal canto suo di accettare la cooperazione di un Re”.
Le trattative, secondo il Roux non avvennero direttamente fra il re e Mazzini, avvenimento clamoroso che sarebbe stato difficile tenere segreto, ma per interposta persona: “un ingegnere Muller, agente mazziniano, e un avvocato G.Pastore, persona di fiducia del Re”.
Esse miravano a concertare un moto insurrezionale provocato da Mazzini nel Veneto che avrebbe giustificato un intervento del Regno d'Italia in soccorso degli insorti.
Ed a conferma della notizia, il Roux pubblica una nota autografa 3 marzo 1864 del re al Muller, che fa riferimento alle trattative in corso allorchè afferma che “...sono disposto a concertare come si chiede, ma assumendo io e il mio Governo, quando si avrà ombra di possibilità,
il glorioso mandato dell'opera finale della patria nostra.... ma guai a tutti noi se non sappiamo ben farlo abbandonandoci ad impetuose, intempestive frenesie....”.
Ossia d'accordo a “concertare” con Mazzini, ma deciderò io, e alla larga da sue eventuali mattane.
Ed alla teoria del tentato complotto Vittorio Emanuele/Mazzini per la liberazione del Veneto, Francesco Bertolini aggiunge un'ulteriore prova.
Egli riferisce infatti che Enrico Tavallini, biografo di Giovanni Lanza, afferma che dalle sue poche carte emerge che “Vittorio Emanuele si compiacesse di fare il cospiratore” e che, “caduto il Ministero Minghetti e succedutogli quello La Marmora, Lanza trovò già avviata una corrispondenza con alcuni emigrati stranieri da cui risultava di intimi accordi e di sussidi dati per l'organizzazione di parecchi comitati (evidentemente di ispirazione Mazziniana – n.d.r.) che si andavano provvedendo d'armi e preparavano una insurrezione la quale ad un ordine del governo italiano doveva scoppiare in alcuni stati e nel Veneto. Lanza continuò quell'opera e la favorì di consigli e di danaro contenendola nei limiti di ordinata preparazione.... Ma dopo il ritiro del Lanza pare che i successori di lui (Natoli e Chiaves) non abbiano più coltivato alacremente quel disegno; e La Marmora, com'ebbe stretto alleanza con la Prussia, disdegnò tutti gli altri elementi di forza (moti di popolo e insurrezioni mazziniane – n.d.r.) che non fossero quelli dell'esercito”.
Quanto alle “concertazioni” tra Vittorio Emanuele e Mazzini - conclude Francesco Bertolini - , dopo essere state condotte per oltre un anno, senza alcun risultato, furono bruscamente spezzate per il fatto della “Convenzione di settembre”.
Evidentemente Mazzini, sdegnato, non volle avere più nulla a che fare con Vittorio Emanuele reo di aver sottoscritto il 15 settembre 1864 con Napoleone III una Convenzione con la quale da una parte la Francia s'impegnava a ritirare le sue truppe a protezione dello Stato Pontificio, ma dall'altra l'Italia si assumeva la responsabilità di difenderlo da ogni attacco da qualsivoglia parte provenisse e prometteva di trasferire la propria capitale da Torino a Firenze, con ciò dimostrando il proprio  disinteresse a fare di Roma la capitale d'Italia, il sogno che Mazzini aveva coltivato per tutta la vita.

Padova 10-3-2019                                                                          Giovanni Zannini