martedì 22 agosto 2017

LA DIFESA ANTIAEREA NEL VENETO DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Le città di Venezia e Padova hanno il triste primato di essere state le città più bombardate dal cielo durante la prima guerra mondiale.
Venezia subì infatti 42 incursioni con 1029 bombe sganciate da aerei (ma anche da dirigibili) che provocarono 52 morti e 84 feriti, mentre Padova subì 19 attacchi con 912 bombe sganciate che provocarono 129 morti e 108 feriti nonché gravi danni agli edifici sia militari che civili, fra questi il Duomo e la chiesa del Carmine.
A seguito di tali incursioni fu costituito a Padova, in via Trieste n.30, il Comando della difesa antiaerea al quale fu affidato l'impegnativo incarico di creare un sistema di difesa contro quegli attacchi che costituivano, dal punto di vista bellico, una novità.
Uno dei primi provvedimenti adottati fu di difesa passiva per allertare la popolazione sull'arrivo degli incursori onde permetterle di raggiungere i piani bassi o le cantine delle abitazioni, ed alcuni rifugi ricavati nelle antiche mura cittadine che si rilevarono inadatti alla bisogna dato l'alto potenziale degli esplosivi impiegati dal nemico.
In città fu disposto il totale oscuramento notturno e per la prima volta, dal 1831, data della sua inaugurazione, il caffè Pedrocchi fu chiuso di notte.
Furono quindi create postazioni sui campanili e su alti edifici donde le vedette, avvistati gli incursori davano l'allarme con conseguenti suoni di campane, sirene e scoppio di razzi.
Successivamente si pensò ad una difesa attiva utilizzando in qualche modo le armi dell'epoca adattate alla bisogna, impiantando fortunosamente su trespoli e cavalletti rudimentali fucili, mitragliatrici ed anche cannoncini puntati verso l'alto, con quale risultato è facile immaginare. Solo più tardi, sul finire del conflitto, furono assegnati al campo d'aviazione ricavato dalla piazza d'armi, l'attuale “Allegri”, alcuni aerei da caccia.
A Venezia si scoprì che per la difesa antiaera si potevano utilizzare le “altane”, quelle caratteristiche
terrazze costituite da una piattaforma di assi di legno retta da pilastrini poste nella parte più alta degli edifici, sulle quali i veneziani salgono per ammirare il panorama della loro meravigliosa città o prendere il fresco nelle calde notti d'estate.
Ebbene, quelle amene strutture (“fastigium imbelle” - ossia pacifica vetta - si legge nella medaglia coniata per solennizzare l'avvenimento) furono trasformate, a seguito di “Norme per l'esecuzione del tiro di fucileria contro aeroplani e dirigibili” emanate nel 1917 dal Comando Supremo, in basi per la difesa antiaerea. Molte di esse furono infatti presidiate da plotoni di fucilieri che all'arrivo degli incursori aprivano contemporaneamente il fuoco creando così un “bordata”, una rosa di proiettili che aumentava la probabilità di colpire il bersaglio.
L'arma utilizzata fu soprattutto l'ottimo fucile mod.91 dotato di gittata molto lunga, adattato ad uso contraereo applicando sullo zoccolo dell'alzo ordinario una mira a tre tacche studiata per colpire i velivoli in avvicinamento, in allontanamento, e proveniente da destra o da sinistra.
Circa l'utilizzo del fucile in funzione antiaerea, si ricorda che l'aereo dell'eroico Baracca fu abbattuto sul Montello proprio dalla fucilata partita da un trincea austriaca, e, inoltre, che “fucili antiaerei”, certamente più evoluti rispetto a quelli del primo conflitto mondiale, furono utilizzati dagli inglesi anche nel secondo durante la strenua difesa di Londra contro i bombardieri tedeschi.

Padova 25-5-2017 Giovanni Zannini


LA DIFESA aerea

GALILEO FERRARIS E NIKOLA TESLA: UN CONTESO PRIMATO

L'articolo di Franco Gàbici dal titolo “Non solo Edison, l'elettricità ha un altro genio, Tesla”, apparso sul quotidiano “Avvenire” del giorno 11 del decorso mese di aprile, offre l'occasione per trattare un tema che appassionò il mondo scientifico dell'epoca. Sulla scorta della biografia di Nikola Tesla - “L'uomo che ha inventato il XX secolo” - scritta da Robert Lomas, l'articolista attribuisce senz'altro all'inventore croato la scoperta del “Campo Magnetico Rotante” che, consentendo il trasporto dell'energia elettrica (prima confinata nel luogo ove essa era prodotta), a distanza, diede un contributo essenziale allo sviluppo dell'umanità.
Per la verità l'attribuzione della sensazionale scoperta è stata oggetto di un vivace dibattito (analogo a quello in corso press' a poco negli stessi anni fra il nostro Antonio Meucci e l'americano Alexander Graham Bell a proposito del telefono) fra quanti l'attribuivano al Tesla e chi invece sosteneva che autore ne fosse l'italiano Galileo Ferraris.
Vicenda ampiamente illustrata nel capitolo “Ferraris o Tesla?” della biografia “Galileo Ferraris, una grande mente, un grande cuore” (Ed. PIEMME – 1997) stesa dal sottoscritto sulla scorta di documenti originali.
Un pregevole studio dell'ing.Giovanni Silva, già direttore dell'associazione che raggruppava le imprese elettriche italiane d' iniziativa privata, apparso sul n.9 del 10-25 settembre 1947 della rivista “L'elettrotecnica”, fornisce, come sottolinea la redazione “la decisiva e definitiva documentazione della priorità della scoperta di Galileo Ferraris” basata sui seguenti dati:
a) Galileo Ferraris fra l'estate dell'anno 1885 e la prima metà del 1886 scopre, come confermato da diversi testimoni, il principio del “Campo Magnetico Rotante” che non rende pubblico desiderando perfezionarlo ed essendo impegnato in altre importanti ricerche e nell'insegnamento.
b) il 18 marzo 1888 Ferraris riferisce all'Accademia delle Scienze di Torino sulle “Rotazioni elettrodinamiche prodotte da correnti alternate” pubblicata il 22 aprile 1888 su “L'elettricità”.
c) l'1 maggio 1888 vengono rilasciati e successivamente pubblicati i “brevetti Tesla” poi da lui stesso illustrati il 15 maggio 1888 dinanzi allo “American Institute of Electrical Engineers”.
Ciò premesso, l'ing. Silva, riconosce però che la scoperta di Tesla, successiva a quella di Ferraris, si verificò in maniera autonoma ed indipendente dalla precedente: la scintilla del “Campo Magnetico Rotante”, cioè, si è accesa nel cervello di Tesla poco dopo essersi accesa in quello di Ferraris, in maniera autonoma ed indipendente l'una dall'altra.
Ma esaminiamo la personalità dei due personaggi.
NIKOLA TESLA (n.1856 o 1857 - m.1943) nato a Smiljan in Croazia, nazionalizzato americano, fu, come si legge sulla ”Encyclopaedia Britannica”, un intraprendente ed eccentrico inventore (“inventor”) capace di intuizioni geniali e che batte mille piste, piuttosto che un uomo di cultura dotato di solide basi scientifiche. Un grande laboratorista intento a continue sperimentazioni nel campo dell'elettrotecnica, talmente intense per cui, sempre secondo la “Britannica”, “sebbene ammirasse le doti intellettuali e la bellezza delle donne, non ebbe il tempo di rimanerne coinvolto”.
I risultati delle sue sperimentazioni ebbero pratiche realizzazioni industriali come ad esempio lo sfruttamento delle Cascate del Niagara per la produzione di energia elettrica, che gli assicurarono guadagni poi annullati da imprese fallimentari che alla fine della sua vita lo portarono all'indigenza.
Ebbe notevoli intuizioni quali le trasmissioni radio utilizzate per la guida di missili; la possibilità di usare l'eco radio anticipando il radar; realizzò “grafici a ombre” precursori dei “Raggi X”; studiò un “raggio della morte” per distruggere aerei e sostenne di aver avuto segnali da mondi extraterrestri.
Era noto per le sue idee singolari e discutibili per cui, sempre secondo la “Britannica”, era “una fonte provvidenziale per i giornalisti in cerca di notizie sensazionali, ma un problema per i direttori delle pubblicazioni scientifiche incerti sulla serietà delle sue profezie futuristiche”.
GALILEO FERRARIS (n.1847 - m.1897) nato a Livorno Vercellese, poi Livorno Ferraris in suo onore, fu uno scienziato di fama internazionale avendo scoperto che per mezzo di due correnti alternate presentanti l'una rispetto all'altra una differenza di fase è possibile produrre un “Campo Magnetico Rotante” che fu chiamato “Campo Ferraris” e, in Europa, “Rotante Ferraris”.
Fu docente universitario dedito agli studi ed alla formazione degli studenti che accorrevano ammirati alle sue lezioni; autore di numerose importanti pubblicazioni; rappresentante per l'Italia in congressi scientifici internazionali ai quali apportò importanti contributi.
Dotato di animo generoso, aiutò parenti e amici e fu anche assessore al comune di Torino.
Manifestò disinteresse per lo sfruttamento della sua scoperta e celebre è la sua frase: ” Sono un professore, non un industriale...Gli altri facciano denari, a me basta quel che mi spetta: il nome”.
L'elogio più importante attribuito alla sua memoria fu quello di Thomas Edison che definì Galileo Ferraris “il più grande fra i grandi che al mondo hanno rivelato la bellezza della scienza elettrica”.
Padova 27.4.2017 Giovanni Zannini




UNA SUGGESTIVA CERIMONIA DEI TEMPLARI A PADOVA

Il 4 marzo scorso si è tenuta a Padova nella chiesa di S.Francesco la cerimonia di investitura di 12 postulanti all'Ordine dei Templari appartenenti all' “Ordo Supremus Militaris Templi Hierosolymitani”, discendente dal Tempio di Gerusalemme.
L'incontro è stato organizzato dalla “Commanderia Stella Maris” appartenente al “Gran Priorato d'Italia” a sua volta dipendente dal Principe Reggente dell'Ordine, Dom Fernando Pinto Pereira de Sousa Fontes, Portogallo, ove l'ordine è assai diffuso avendo accolto molti cavalieri emigrati dalla Francia per fuggire le persecuzioni subite dopo la soppressione dell'Ordine nel 1312 e l'uccisione, a Parigi, dell'ultimo gran Maestro Jacques de Molay nel 1814.
Soppressione, va ricordato, effettuata da Papa Clemente V non per via giudiziaria, ma solo amministrativa, senza alcuna scomunica, cosicchè l'Ordine continua ad essere riconosciuto nell'ambito della chiesa cattolica.
Ottenuta nel 1128 da Papa Onorio II, su sollecitazione di S.Bernardo di Chiaravalle, l'approvazione dello statuto – che prevedeva un'autentica “licenza di uccidere” allorchè ci si oppone alla violenza altrui - i cavalieri dell'Ordine si dedicarono, come guerrieri, alla protezione dei pellegrini che si recavano in Terrasanta, spesso sottoposti a feroci aggressioni nonché alla lotta contro i nemici di Cristo, e come chierici laici, a quella contro i vizi e le tentazioni del mondo.
Il molto tempo trascorso ha trasformato i coraggiosi cavalieri di allora in generosi che oggi dedicano molte loro cure a favore dei bisognosi in Italia ed anche all'estero, soprattutto nei luoghi della Terrasanta, a ciò incitati, durante la S.Messa, dall'omelia del Parroco della chiesa ospitante..
La cerimonia padovana alla quale hanno partecipato anche rappresentanze estere fra cui quella canadese, ha inteso solennizzare l'ingresso dei nuovi cavalieri con una procedura che ha rievocato antichi riti medievali: l'accoglienza dei “postulanti”, la loro nomina a cavaliere e, successivamente, a cavaliere dell'Ordine, il giuramento e la vestizione con il candido mantello, tutto in un ambito di fede e di disciplina militaresca simboleggiata dalla spada – un autentico reperto d'epoca - che, impugnata dalla Gran Priora d'Italia Leda Paola Tognon ha consacrato i nuovi cavalieri.
La cerimonia svoltasi nella nostra città ha consentito di respirare il clima della Padova medievale ove – come attesta Gianluigi Peretti sulla rivista “Padova e il suo territorio” dell'agosto 2013 - presso la chiesa di S.Maria Inconia, poi trasformata nell'attuale complesso parrocchiale dell'Immacolata Concezione in via Belzoni, esisteva una “precettoria” dei Templari.


Padova 6-3-2017 Giovanni Zannini

giovedì 22 giugno 2017

LUTERO NELLA STORIA


Il riconoscimento del gran merito che va attribuito a Lutero  per aver denunciato la degenerazione, all'epoca, della Chiesa cattolica, non esime dall'esaminare, con obbiettività, altri aspetti, sia pure negativi, della sua personalità.
Anzitutto, un acceso antiebraismo manifestato soprattutto nel libro :”Sugli ebrei e le loro menzogne “.
Si tratta di un violento “pamphlet” nel quale si auspica l' allontanamento degli ebrei, accusati di ogni nefandezza, da tutta Europa, per farli rientrare nella loro terra d' origine.
Vi è chi dice che tale teoria sia stata fatta propria, secoli dopo, dal nazismo (ed è probabile che sia così): sta di fatto che esso ha adottato, consapevolmente o meno, il pensiero di Lutero sugli ebrei.
Altro aspetto negativo della personalità di Lutero è stato il suo pensiero sulla cosiddetta “Rivolta dei contadini” che insanguinò la Germania nel 1525.
Con la stessa veemenza con cui si scagliava contro gli ebrei, pur dopo aver criticato i padroni che li maltrattavano, egli condannò poi i contadini in rivolta capitanati da Thomas Muntzer (da lui definito “sanguinario e scellerato profeta”), 
cui rimproverava la disobbedienza nei confronti dei padroni,  con ciò giustificando ogni violenza contro di loro incitando “chiunque lo può...a colpire, scannare, massacrare in pubblico o in segreto” i rivoltosi.
Si afferma, a difesa di Lutero, che egli sia stato condizionato dal sentire dell'epoca: ma proprio ciò non giustifica la sua miopia nel non aver individuato altre negatività del suo tempo - quali l'antiebraismo e la violenza dei proprietari terrieri – e di non averle denunciate e combattute con la stessa foga con cui si era battuto contro la curia romana.
Quanto sopra per un'obbiettiva ricostruzione della personalità di questo importante personaggio a torto aspramente criticato nel passato dai cattolici , ma che, a causa dei gravi errori più sopra ricordati, non pare meritare tutto l' incondizionato elogio che gli viene oggi attribuito nel cinquecentesimo anniversario della sua riforma.
Padova 11-5-2017 Giovanni Zannini









lunedì 20 marzo 2017

EDOARDO BASSINI GARIBALDINO FRA SCIENZA E STORIA

Edoardo Bassini appartiene a quella categoria di italiani che dopo aver dedicato generosamente nel periodo risorgimentale le loro migliori energie alla causa della liberazione d'Italia dal giogo straniero seppero poi trasferirle con pari entusiasmo ad opere di pace al servizio della società civile.
Era nato il 14 aprile 1844 a Pavia ove nel 1866 si era laureato presso una delle poche facoltà di medicina e chirurgia esistenti all'epoca in Italia.
Cresciuto nel clima universitario rovente di patriottismo, e ancor più sull'esempio dello zio Angelo fervente garibaldino, non esitò, all'indomani della laurea, allo scoppio della terza Guerra d'Indipendenza, a seguirlo ed a combattere in val Camonica nelle file dei “Cacciatori delle Alpi” di Garibaldi al quale si dovette, il 21 luglio 1866, a Bezzecca, l'unica vittoria italiana in quello sfortunato conflitto. Vittoria, come noto, resa inutile dall'ordine superiore – cui fu risposto con il fatidico “Obbedisco” - di interrompere l'avanzata che fin d'allora avrebbe potuto realizzare la liberazione del Trentino.
La cocente disillusione subìta portò l'anno successivo, in ottobre, il giovane medico a Terni ove si stavano concentrando patrioti intenzionati a passare il confine con il Lazio per tentare la liberazione di Roma. In attesa dell'arrivo di Garibaldi ancora “confinato” a Caprera, settanta di essi
fra cui il Bassini, comandati da Enrico Cairoli, pavese come lui e suo grande amico,
decisero di recarvisi con l'intento di indurre i romani alla rivolta e creare il “casus belli” per giustificare l'intervento dell'Italia in loro soccorso.
Partiti da Terni il 20 ottobre, passato il confine ed attraversato il Tevere, gli audaci incursori entrati in città si arroccarono a Villa Glori, sul colle dei Parioli, con l'intento di spingere i romani a sollevarsi contro il Papa.
Ma solo due coraggiosi popolani, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti (che, catturati dalla gendarmeria papalina saranno decapitati) entrarono in azione facendo esplodere una parte della caserma Serristori. Tutti gli altri, bollati “degeneri romani” da Adamo Ferraris - fratello del grande scienzato Galileo - che partecipò all'impresa garibaldina passata alla storia con il nome di “campagna dell'Agro Romano”, pur sollecitati ad insorgere dalle manovre dimostrative dei garibaldini attorno alle mura della città, stettero alla finestra e non fecero una mossa.
Il gruppo di Cairoli fu intercettato il 23 ottobre dai papalini e ne seguì un violento scontro nel quale perse la vita il comandante Enrico e fu gravemente ferito suo fratello Giovanni (poi deceduto l'11 settembre 1869).
Bassini, colpito dalla baionettata di uno zuavo che gli aveve devastato il basso ventre, fu ricoverato al “Santo Spirito”, antichissimo ospedale romano e si dice che il Papa Pio IX, in visita ai feriti di quel combattimento, abbia detto, al capezzale del giovane lombardo in pericolo di morte per una peritonite stercoracea:”Speriamo che guarisca e che metta giudizio”.
A ricordo della sua partecipazione a quell'eroica impresa, il nome di Edoardo Bassini è inciso nel bronzo, assieme a quello degli altri suoi 69 compagni, a retro del monumento che sul Pincio rappresenta Giovanni Cairoli mentre sorregge il morente fratello.
Rientrato nella sua Pavia, Bassini ebbe la fortuna di essere curato da Luigi Porta, suo illustre maestro, che riuscì a rimettere in piedi il discepolo.
Ma fu proprio quella ferita che, a posteriori, si può definire provvidenziale, a trasformare l'audace garibaldino in un benemerito della scienza medica.
Nel corso della lunga malattia, desideroso di poter varcare la soglia della parete addominale che nessun chirurgo era prima riuscito a violare, egli ebbe così la possibilità di approfondire, proprio su se stesso, lo studio dei visceri
Guarito, per perfezionare gli studi in materia si recò all'estero ove incontrò i migliori specialisti dell'epoca.
Rientrato in Italia nel 1875 fu primario chirurgo presso l'ospedale della Spezia; nel 1878 professore incaricato di Medicina Operatoria e Clinica chirurgica presso l'Università di Parma, poi (novembre 1882) Professore ordinario di Propedeutica e patologia speciale chirurgica, quindi di Clinica chirurgica ( maggio 1888) presso l'Università di Padova.
E' famoso per aver eseguito per la prima volta il 24 dicembre 1884 l'operazione radicale dell'ernia inguinale introducendo nella tecnica operatoria la ricostruzione con sutura a strati dei diversi piani anatomici.
Tale intervento che da lui prese il nome di “radicale Bassini” si diffuse in tutto il mondo e costituì il fondamento di numerose varianti tecniche sviluppate successivamente fino a che fu soppiantato da quelle alloplastiche.
L'illustre chirurgo viveva da solo in una piccola casa vicino all'ospedale: celibe, schivo, partecipava raramente alla vita sociale dedicandosi soprattutto allo studio, alla professione ed ai suoi discepoli. Ad essi, non avendo egli lasciato nulla di scritto, va il merito di aver ricordato che il loro maestro fu anche pioniere della chirurgia avendo praticato, oltre a quello per cui è famoso, molti altri importanti interventi: sulla tiroide, l'isterectomia subtotale, una particolare metodica per il trattamento della palatoschisi; la tecnica dell'amputazione interscapolotoracica con legatura primaria dell'arteria succlavia, per l'anchilosi temporo-mandibolare e per la fissazione del rene mobile; la resezione ileocolica e la sutura vasale.
Suo unico svago, nei rari momenti di riposo, lunghe galoppate a briglia sciolta sugli argini del Brenta o del Bacchiglione.
Sul numero di agosto 2004 di questa rivista Ferdinando Vigliani nel ripercorrere il contributo della scuola padovana alla chirurgia, ha ricordato i meriti del Bassini ed ha citato quanto scritto su di lui da Manara Valgimigli, illustre letterato che insegnò all'Università di Padova negli stessi suoi anni.
Scrive Vigliani che Bassini, raggiunto alla fine del 1919 il limite di età dei 75 anni per l'insegnamento, aveva per qualche mese proseguito la sua attività ragion per cui l'eterna, imperante burocrazia italiana gli aveva inviato un telegramma con l'invito a lasciare immediatamente l'incarico, chiedendogli altresì di giustificare il motivo di tale suo comportamento.
E Valgimigli: ”...(Bassini) Impallidì, ma subito anche si riprese. Ordinò che gli sellassero e gli menassero alla porta della clinica il cavallo. Vi montò sopra e così a cavallo abbandonò Padova, la sua clinica ed il suo lavoro, per sempre”.
Nominato senatore del regno nel 1904 morirà nella sua tenuta di Vigasio , in provincia di Brescia, il 19 luglio 1924 e la salma riposa nel cimitero monumentale della sua Pavia.


Padova 28.2.2017 Giovanni Zannini

LA "DISOBBEDIENZA" DI GARIBALDI A MENTANA

Se è a tutti noto il tonante “Obbedisco” di Garibaldi nella III Guerra d'Indipendenza del 1866, meno nota è la sua disobbedienza del 1867 all'ordine del Re di fermare la sua corsa verso Roma.
Terminata la guerra d'indipendenza del 1866 il governo Rattazzi, sospettando che Garibaldi mettesse in atto un altro tentativo di liberare Roma dal Papa per farne la capitale del regno d'Italia creando gravi complicazioni internazionali, lo confinò, prudenzialmente, sotto stretta sorveglianza, a Caprera.
Ma fin dall'ottobre 1867 molti patrioti italiani fra i quali gli stessi figli di Garibaldi Ricciotti e Men otti, si erano concentrati a Terni, con l'intento di organizzarsi in attesa di oltrepassare il vicino confine con il Lazio, di invadere “Il Patrimonio” (così erano denominate le terre dello Stato Pontificio), e puntare su Roma.
Equivoco, nei loro confronti, il comportamento del governo Italiano che aveva stipulato nel 1864 con quello francese la cosiddetta “Convenzione di settembre” con la quale si impegnava a difendere la libertà dello Stato Pontificio in vece della Francia che aveva ritirato da Roma le proprie truppe fino ad allora garanti della sovranità del Papa.
Ma sottobanco, pur a conoscenza degli intenti dei volontari, il governo Rattazzi aveva deciso di chiudere, come si dice, un occhio ritenendo che, alla fine, avrebbe fatto comodo all'Italia se il loro tentativo avesse avuto buon esito.
Intanto Menotti, rotti gli indugi, alla testa di una colonna di quasi 3000 uomini, aveva attraversato il 21 ottobre il fiume Farfa che segnava il confine con il “Patrimonio” a Passo Corese (frazione del comune di Fara Sabina), inseguito da molti altri volontari che individualmente o a piccoli gruppi, a proprie spese, malamente vestiti e peggio armati, provenienti da diverse parti d'Italia, volevano partecipare con lui all'impresa.
L'entusiasmo dei volontari è massimo allorchè Garibaldi, partito da Caprera il 18 ottobre, dopo un viaggio avventuroso raggiunge il giorno 23 Menotti ed i suoi uomini ed assume il comando della spedizione.
Il giorno seguente, lasciato Passo Corese, punta su Monterotondo e sconfitti, dopo un dura battaglia, i papalini, s' insedia nel paese.
A questo punto, di fronte alla decisa reazione della Francia che imputa all'Italia di essere collusa con Garibaldi in violazione della “Convenzione di settembre”, il governo italiano presieduto da Menabrea succeduto il 27 ottobre a Rattazzi, effettua un brusco voltafaccia.
Così, lo stesso giorno dell'insediamento di Menabrea, il Re Vittorio Emanuele emette da Firenze, ove aveva spostato la capitale del Regno, un proclama con il quale, senza nominare Garibaldi, denuncia il comportamento di “schiere di volontari eccitati e sedotti dall'opera di un partito senza autorizzazione mia né del mio governo” e confida che “i cittadini italiani che violarono quel diritto si porranno prontamente dietro le linee delle nostre truppe”, ovvero rientreranno nei confini nazionali ponendo fine all'impresa.
E Vittorio Emanuele sarebbe stato pronto, in caso contrario, ad usare di nuovo la forza come in Aspromonte, se Napoleone, per evitare questa nuova tragedia, non lo avesse esentato affermando che avrebbe lui solo provveduto alla bisogna.
Sia qui consentito, a titolo di curiosità, aprire una piccola parentesi per segnalare un notevole errore nel quale, nel suddetto proclama, il re, o chi per lui, era incappato. Esso, infatti, si concludeva con una frase sgrammaticata con la quale il re confermava l'affetto ”per questa nostra grande patria la quale mercè i comuni sacrifici tornammo finalmente nel numero delle grandi nazioni”.
Ma lasciamo questo reale svarione, e riandiamo a Garibaldi.
Dunque, il proclama viene emesso il 27 ottobre allorchè egli, dopo una cruenta battaglia era riuscito a conquistare Monterotondo ove si era insediato e donde, preoccupato e turbato, “dall'alto della torre del palazzo Piombino trascorrevo la maggior parte della giornata a guardare Roma e ad osservare gli esercizi dei nostri giovani soldati” nonché, purtroppo, anche “le continue diserzioni provocate dai mazziniani”: grave affermazione peraltro smentita da Mazzini.
Il proclama reale provoca nei volontari una violenta protesta: si urla, si grida al tradimento, mentre frate Pantaleo (che aveva la funzione di cappellano dei garibaldini), infuocato, invoca l'Anticristo.
E Garibaldi? Non vi è alcuna traccia della sua reazione all'ultimatum, neppure nelle sue memorie,
ove di esso non si fa parola alcuna. Un anno prima, in Trentino, aveva risposto con il famoso “Obbedisco”. Qui, benchè offeso, tace. Cupo, non parla, non fa gesti clamorosi: lo ignora, e tira dritto.
Sconfortato, prende una decisione:” ...A causa dello stato morale della gente appena descritto, e trovandoci noi chiusi a nord dai corpi dell'esercito italiano che ci impedivano con la loro presenza di procurarci ciò che ci necessitava, dovevamo assolutamente cercarci un altro posto dove fare l'accampamento dove avremmo aspettato gli eventi per poi decidere il da farsi. Perciò, lasciato Monterotondo, marciammo verso Tivoli per lasciare alle spalle i monti dell'Appennino e qui avvicinarsi alle province meridionali. Venne deciso di incominciare la marcia
il 3 novembre al mattino”. E qui un desolante particolare: “Ma non tutti avevano le scarpe, e perdemmo tempo nella distribuzione per cui ci muovemmo soltanto verso mezzogiorno”.
Ed inizia la tragedia.
Tutto il corpo dei volontari, lasciato Monterotondo, imbocca la Nomentana diretto verso Tivoli, ma appena superato il paese di Mentana si trova di fronte un forte contingente di papalini usciti da Roma per affrontarli. I garibaldini sono inizialmente costretti ad arretrare su Mentana dove però la battaglia volge a loro favore e gli avversari sono messi in fuga. Ma ecco sopraggiungono in loro soccorso i francesi appena arrivati a Roma inviativi in gran fretta da Napoleone III. Di fronte ai loro micidiali “Chassepot”, i nuovi fucili ad ago che sparavano 12 colpi al minuto (gran belle armi, anche se forse troppo magnificate dal momento che in nota ad un libro sulle memorie di Garibaldi si legge che esse, usate per la prima volta a Mentana “s'inceppavano e si scaldavano troppo per essere impugnate, tanto che in gran parte sia era dovuto sostituirle”) ogni resistenza è vana. I garibaldini sono costretti a lasciare Mentana, a ripiegare su Monterotondo e quindi arretrare fino a Passo Corese ove, dopo aver deposto le armi sul ponte che attraversa il Farfa, varcano il confine e rientrano in territorio italiano.
Garibaldi, accompagnato da Francesco Crispi, viene accolto cordialmente, nonostante gli ordini governativi in contrario, dal colonnello Caravà che era stato ai suoi ordini in campagne precedenti e che lo imbarca su di un treno diretto al nord. Ma a Perugia, vane le sue energiche proteste, è arrestato, ed inviato in Liguria alle carceri di Varignano donde verrà rilasciasto dopo 22 giorni dietro sua formale promessa di non allontanarsene per almeno sei mesi.
Ma vi resterà quasi tre anni allorchè ai primi di ottobre del 1870, pur stanco e malato, oramai dimentico di Mentana, si recherà in Francia per mettere le sue residue forze al servizio della Repubblica francese sorta sulle ceneri dell' impero dell'odiato Napoleone III.


Padova 10-3-2017 Giovanni Zannini                                     

giovedì 9 febbraio 2017

TRANSNISTRIA LO STATO CHE NON C'E'

La Repubblica Moldava di Pridnestrovie (ufficialmente “Republica Moldoveneasca Nistreana”), conosciuta in Italia come “Transnistria”, la terra dei mitici cosacchi degli Zar,  è una striscia di terra di quasi 200 chilometri di lunghezza e 18/20 mediamente di larghezza esistente lungo la riva orientale del fiume Dnjestr (in moldavo Nistro).
Schiacciata tra il fiume ed il confine ucraino ad est, su di un'area di circa 3.500 kmq, si estende dalla località di Camenca a nord fino al confine ucraino a sud, con una popolazione (565.000 abitanti secondo l'ultimo censimento del 2004, ma attualmente sicuramente meno a seguito dell'emigrazione verso l'Ukraina) comprendente una forte componente di lingua russa.
Singolare il suo status dal momento che la comunità internazionale la ritiene una regione della Moldavia, mentre essa, unilateralmente, si considera una repubblica indipendente “de facto”.
Per comprendere questa figura di stato, singolare nel panorama internazionale, occorre risalire al 2 agosto 1940 allorchè il Soviet Supremo dell'U.R.S.S (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche) creò la “Repubblica Socialista di Moldavia” inglobante anche il territorio ad est del Nistro.
Ma, a seguito della dissoluzione dell'U.R.S.S. avvenuta alla fine degli anni 80, il 24 agosto 1991 il parlamento della succitata repubblica votò la definitiva indipendenza dall'Unione Sovietica e la costituzione della nuova “Republica Moldova” comprendente anche il territorio della Transnistria.
Il giorno dopo però, 25 agosto, il Soviet Supremo ivi costituitosi ad opera di indipendentisti filo-russi emanò a sua volta una dichiarazione di piena indipendenza dalla neo costituita “Republica Moldova”, assunse il nome di ”Republica Moldoveneasca Nistreana” e manifestò il proprio velleitario intendimento di unirsi alla Russia dalla quale peraltro la divide il territorio dell' Ucraina.
Questa insurrezione provocò una breve guerra iniziata l'1 marzo 1992 fra le due repubbliche moldave, quella effettiva e quella autoproclamata, conclusasi con un accordo del luglio dello stesso anno che in pratica lasciava inalterata la situazione.
Da allora si sono succedute trattative diplomatiche con l'intervento della Russia, dell'Ucraina ed anche dell'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) con il solo risultato di lasciare inalterato lo “statu quo” pur rendendo meno violento il contrasto fra le due contendenti.
Diverse le caratteristiche dei due paesi.
La “Republica Moldova”, la più vasta, riconosciuta internazionalmente, che si estende a ovest del Nistro, fino al confine con la Romania, è prevalentemente agricola; l'altra, la concorrente, ha impianti industriali metallurgici installati a suo tempo per attirarvi immigrati dal resto dell'U.R.S.S. ma ormai obsoleti ed inquinanti. Ne esistono però anche di moderni come la grande centrale elettrica di Kuciurgan - che fornisce energia, con evidente potere ricattatorio, anche alla repubblica rivale –, una fabbrica per la produzione di componenti per aerei civili, cementifici e stabilimenti per la produzione di tessuti.
Ma la vera fonte di ricchezza peraltro assai equivoca, deriva alla Transnistria dall'imponente massa di materiale bellico accumulato durante la guerra fredda, in immensi magazzini e depositi sotterranei, a servizio della XIV armata dell'URSS che presidiava la riva orientale del Nistro, potente baluardo contro possibili attacchi delle potenze occidentali.
Tale materiale, che la Russia non può recuperare stante la difficoltà di attraverare l'Ukraina - divenuta repubblica indipendente - che la separa dalla Transnistria, ha trasformato la sedicente “Republica Moldoveneasca Nistreana” in un covo di mafie, di trafficanti di armi, droga, materiali chimici e radioattivi e di criminali internazionali che ne fanno un vero e proprio “buco nero” di illegalità e di corruzione al centro dell'Europa.
Inoltre essa è l'unico paese a perpetuare un regime vetero comunista: venera vecchi simboli che ancora fan bella mostra di sé nelle figurazioni e nei monumenti diffusi nella capitale Tiraspol come nel resto del suo territorio, ed aspira ad una unione con la Russia geograficamente assurda stante un ostacolo insormontabile: il territorio dell'immensa Ukraina.

Putin, per il momento, pare favorevole ad una federazione moldava che riunifichi le due repubbliche: a meno che un giorno ci ripensi e, come ha fatto per i russi della Crimea, decida di andare a liberare anche quelli della Transnistria riprendendosi, già che c'è, anche l'arsenale della XIV armata della defunta U.R.S.S. . // Padova 15-1-2017 // Giovanni Zannini