martedì 14 novembre 2017

TRACCE NEL MONDO DI PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI

Alcuni prigionieri di guerra italiani nei campi di detenzione in Inghilterra e negli Stati uniti hanno lasciato traccia del loro forzato soggiorno con chiese da loro costruite tuttora esistenti.
Prova evidente di come, in determinate situazioni drammatiche, l'uomo, per alleviate le prove cui è sottoposto, trovi conforto nella spiritualità e trovi rifugio nella religione.
Il primo caso è costituito da una cappella esistente nell'isola di Lamb Holm, nell'arcipelago delle Orcadi, a nord della Scozia, che costituisce una meta molto pubblicizzata specie per i turisti delle crocere che fanno tappa nel vicino porto di Kirkwall.
Essa fu costruita nel 1943 da un gruppo di militari italiani catturati dagli inglesi in Africa settentrionale e smistati nel Campo 60 sulla piccola isola delle Orcadi.
I prigionieri furono utilizzati per costruire le “Churchill Barriers”, una serie di dighe (oggi servono come comode strade di collegamente fra le isole dell'arcipelago) destinate a sbarrare gli accessi alla base navale della “Home Fleet” nella baia di Scapa Flow dopo che era stata violata dall'audace incursione di un sommergibile tedesco che aveva affondato la corazzata “HMS Royal Oak” con 800 membri del suo equipaggio.
Nel poco tempo libero lasciato dal lavoro, gli italiani guidati da Domenico Ciocchetti, un pittore di Moena, riuscirono a costruire, grazie alla benevolenza del comandante il campo e con l'attiva collaborazione del Cappellano Militare padre Giacobazzi, la Cappella, impegnandosi, con genialità tutta italiana, ad utilizzare il materiale di scarto per la costruzione delle barriere.
Il risultato fu molto felice, e la piccola costruzione abbellita dalle pitture del Ciocchetti, è tuttora in piedi, perfettamente accudita da un comitato che mantiene tuttora cordiali contatti con Moena, patria del generoso valente suo figlio, e ammirata da più di centomila visitatori ogni anno.

Altra traccia lasciata da prigionieri italiani all'estero è costituita da una chiesa costruita negli Stati Uniti nel campo di prigionia di Letterkenny presso Chammersburg in Pennsylvania che ospitò parte dei 51.000 militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi nel 1943 in Africa settentrionale.
Ma allo scopo di liberarsi delle migliaia di prigionieri che intasavano le linee alleate creando difficoltà alle manovre militari in atto – problema non nuovo ed impellente per gli alti comandi - essi li cedettero agli americani che li trasferirono negli Stati Unititi ove quanti accettarono – la maggioranza - di “cooperare” con le autorità americane furono sottoposti ad un regime detentivo molto umanitario.
Il prigioniero Aldo Lorenzi, bersagliere, nativo di Mozzecane in provincia di Verona, rilevata la mancanza nel campo di un luogo ove i prigionieri potessero coltivare il proprio desiderio di spiritualità, ottenne il permesso di costruire una chiesa.
Con materiale di recupero scovato ovunque con fantasia del tutto latina, una trentina di prigionieri, muratori e falegnami, riuscirono a costruire nell'incredibie tempo di 50 giorni (così si legge nelle sue memorie) di entusiastico lavoro “una stupenda chiesa in puro stile italiano”.
Benedetta da mons. Amleto Cicognani – alto rappresentante, all'epoca, del Vaticano negli USA – che vi celebrò la prima Messa, fu denominata “Chiesa della Pace” per celebrare la fine della guerra in Europa, ed è entrata nel patrimonio storico della II Guerra Mondiale negli USA.

Padova 14.11.2017                                                                          Giovanni Zannini

Le notizie sulla chiesa di Letterkenny provengono dalle ricerche di Aldo Ramazzotti citata da un
articolo di Giovanni Rosa sul Corriere della Sera dello scorso 16 aprile, e del prof.Flavio Giovanni Conti storico ed autore di libri sui prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti.


mercoledì 8 novembre 2017

EL BAU'CO - Racconto

Un mattino della primavera 1945 era arrivata una compagnia di alpenjager tedeschi in ritirata. Grande lo spavento delle donne e dei vecchi, gli unici rimasti in paese: gli altri, i giovani, i “renitenti alla leva”, alla coscrizione obbligatoria emanata dalla Repubblica Sociale di Mussolini, rifugiati nella montagna circostante con i partigiani.
Il comandante, un capitano, si era installato con gli ufficiali nella “Trattoria con alloggio al Bersagliere”, la truppa si era attendata nella radura circostante il paese.
Tutta gente, sia il comandante che i suoi uomini, stanchi di violenza e di lotta, desiderosa solo di una breve pausa prima di riprendere il cammino verso un futuro che si faceva ogni giorno più oscuro.
Così la giornata era trascorsa tranquilla, i soldati ne avevano approfittato per lavare se stessi ed i loro panni nel torrentello che scorreva vicino al paese e vi fu anche qualche donna che offrì loro un po' di pane fresco o un bicchiere di vino, mica per “intelligenza” col nemico, che era sempre tale, ma per pietà per qualcuno di quei ragazzi che di anni potevano averne diciotto o poco di più, e che erano anche loro figli di mamma.
La notte passa senza intoppi, ma l'indomani è la tragedia.
Nel bosco hanno trovato un giovane tedesco con la testa fracassata da una violenta legnata: si era evidentemente allontanato per le sue necessità fisiologiche, ed ora giaceva là, in un mare di sangue, con i pantaloni ancora abbassati.
E come in uno spettacolo dalle tinte fosche, la scena muta ed è il trionfo della vendetta.
Il capitano, che sotto una maschera di freddezza, cova l'odio, emette l'ordinanza:” Un uomo dell'esercito tedesco, solo ed indifeso è stato ucciso a tradimento. Il colpevole sarà passato per le armi. Se nessuno si presenterà entro 24 ore, 10 uomini saranno fucilati e il paese incendiato”.
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Nella casera dei Segato, sulla montagna poco sopra il paese, dov'è un piccolo gruppo di partigiani c'è il finimondo.
“Ma chi è quel mona che ha combinato sto disastro” urla Jaco, studente del quarto anno di legge, che per essere “studiato”, è il capo, “bisognava aiutarli ad andarsene fuori dei piedi, questi maledetti tedeschi, e adesso, invece, li abbiamo fermati e ci ammazzano. Ecco il guadagno di aver fatto fuori un poverocristo che non desiderava altro che tornarsene a casa sua!”
E Meno, vaccaro:” Se quello salta fuori, prima che i tedeschi lo sparino, lo copo mi”.
Tutti parlano, ognuno dice la sua, la confusione è massima.
“Basta!” urla allora Jaco, “qui il tempo passa e bisogna prendere una decisione. Se il colpevole è tra noi, se è un uomo, si faccia avanti e poi si presenti ai tedeschi”.
E' il gelo: alla confusione è subentrato un silenzio irreale. Tutti si guardano l'un l'altro, con sospetto.
Nessuno si muove.
Il silenzio lungo, interminabile, è alla fine rotto da Jaco:” Allora tra noi c'è un vigliacco. Ma adesso, cosa facciamo? Lasciamo morire i nostri padri e i nostri nonni? Facciamo bruciare le nostre case?”.
La bagarre riprende: tutti dicono la loro,ma non se ne cava nulla. E il tempo passa.
Si alza il Cecon, sensale di dubbia fama, perchè alcuni ricordavano , fra l'altro, di quella volta che aveva fatto comperare al Nane una vacca garantendo che era “sana de fià” mentre non lo era affatto, e il mese dopo morì: ”Siamo in guerra” dice “ La guerra cancella la differenza fra il bene e il male. Quella che in pace è una cattiva azione, in guerra può diventar buona. Occorre scegliere il male minore “.
“E allora”, lo sollecita Jaco, “cosa vuoi dire? Qui ci vogliono proposte, non filosofia”. ,
Il Cecon esita, poi prende coraggio e sbotta:” Ghe saria el “Baùco...”.

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Era lo scemo del paese. Figlio senza padre, era stato allevato dalla madre con grandi sacrifici ma aveva ben presto manifestato un deficit intellettivo dinanzi al quale, in quei tempi tristi, non c'era che arrendersi. Era cresciuto sano di corpo, ben sviluppato, ma non ci stava con la testa. La sua malattia si aggravò con la perdita della madre che lo lasciò solo al mondo, affidato solo alla pietà dei paesani. Chi gli dava un piatto di minestra, chi gli lavava i panni, chi, quando faceva freddo, lo faceva dormire in una cuccia nel caldo della stalla, chi gli dava ogni tanto una bella strigliata perchè lui non si lavava neppure la faccia. Con il passare del tempo, un po' per la vitaccia che conduceva, un po' perchè, probabilmente, quel padre che se l'era data a gambe dopo aver ingravidato la ragazza, non doveva essere stato propriamente un gentiluomo, aveva assunto un aspetto poco raccomandabile, e la faccia coperta da una barba nera, lunga e disordinata, non prometteva nulla di buono. Ma non faceva male a una mosca. Poteva capitare, ad esempio, di trovartelo davanti, in strada, a pretendere, con aria minacciosa, “dame do schei”, ma se l'altro, che lo conosceva, gli diceva, bonario, “va là, Bauco, cori!”, lui se ne andava via tranquillamente, con la coda tra le gambe, perchè era uno scemo obbediente.
Ma chi non lo conosceva, con la faccia che aveva, avrebbe potuto prender paura.
Obbediente, ma anche troppo, perchè talora dei ragazzi senza cervello e senza cuore gli dicevano di fare delle cose come, ad esempio, la pipì sulla porta di qualche negozio o sollevare le gonne a qualche anziana signora, che gli rompeva sulla testa l'ombrellino.
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A quelle parole, nella casera ripiomba il silenzio. Prosegue il Cecon, che ha preso coraggio: ”Si, mandiamo il Baùco dai tedeschi, e facciamogli dire che è stato lui. Purtroppo, nella drammatica situazione in cui ci troviamo, dobbiamo fare una scelta: vale più l'esistenza di uno che non capisce niente, che non serve a nulla, o quella di 10 uomini che il cervello ce l'hanno, e il rischio delle nostre case in fiamme?”.
Il chiasso riprende:”No, è una vigliaccata”, “No, è come se lo ammazzassimo noi: non ci sto”, “No, non merita di essere ammazzato come un cane”, “No, non ha mai fatto male a nessuno”, “Se lo fanno fuori, ce l'avremo sulla coscienza per tutta la vita”.
Ma, lentamente, il dubbio, la paura, l'interesse, l'egoismo, l'attaccamento alla vita, prendono piede:
certo, è una cosa vile, ma è il male minore, e allora....
Jaco, il capo, taglia corto:” Votiamo e ognuno si prenda le sue responsabilità. Chi vota SI, manda il Baùco a farsi ammazzare, chi NO, lo salva”.
E ha inizio la conta, altalenante: si giunge a 15 SI e 15 NO. I votanti sono 31, quindi a decidere sulla vita del Baùco sarà l'ultimo voto, quello del Cecon, che, senza esitare, dice SI.
Quelli del NO protestano, afferrano lo sten e lo puntano minacciosamente verso gli altri, ma Jaco li ferma: è la maggioranza, ragazzi, c'è poco da protestare.
E va bene, si arrendono, ma loro il Bauco non lo manderanno mai al macello. D'accordo, dice il Cecco, ci penso io.
Scrive su di un pezzo di carta:” Il tedesco l'ho ammazzato io”, ci fa sotto uno sgorbio, lo mette in una busta, la chiude, e la consegna alla Marietta, una donna sulla cinquantina che vive con loro e fa la cuoca. Scenda al paese, gli dice il Cecon, cerchi il Baùco, e gli consegni la busta, che la porti ai tedeschi, al “Bersagliere. Gli dica che gli faranno un regalo se, ogni volta che si rivolgeranno a lui, dirà sempre si, si e solo si.
La Marietta lascia la casera e scende velocemente verso il paese.
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Le sentinelle davanti al “Bersagliere” che verso sera, fra il lusco e il brusco, vedono avvicinarsi quel brutto ceffo che non si ferma all' “alt!”, manca poco gli sparino senza tanti complimenti, ma siccome quello si agita e sventola nell'aria una busta che sembra una bandiera bianca, ci ripensano e lo portano dal comandante.
“La faccia da farabutto ce l'ha tutta” pensa il capitano, seduto ad un tavolino con altri due ufficiali e l'interprete, dopo aver letto il messaggio. Ma l'altro, che gli sta davanti, in piedi, è calmo, tranquillo, non manifesta alcun timore, ed anzi continua stranamente ad avanzare il palmo aperto della mano verso di lui, come se si aspettasse di ricevere qualcosa.
Il comandante dice all'interprete di chiedergli se è stato lui ad ammazzare il soldato nel bosco. “Si, si, si” risponde l'interrogato, proprio come gli aveva insegnato la Marietta.
Perchè lo ha fatto? Odia i tedeschi? “Si, si,si”.
E' amico dei partigiani? “Si, si, si”.
Sono stati loro a dargli l'ordine? “Si, si,si”.
A questo punto nell'ufficiale matura il dubbio: costui fa lo scemo, o lo è? Il militare appare freddo, ma la sua mente è in tumulto. Quello, se è colpevole, va punito; ma in caso contrario? Se è un disgraziato che si assume una colpa che non ha commesso? E se , come è evidente, è addirittura, un folle?
Alla fine, la soluzione che mette a posto la sua coscienza di soldato e di uomo. La confessione c'è, pensa, spontanea, nessuno gli ha fatto violenza, e non è il caso di indagare se è matto o no. Ci mancherebbe che, nei guai in cui ci troviamo, ci mettessimo a far perizie psichiatriche. Perciò quest'uomo lo devo fucilare perchè, se lo lascio libero, dal momento che nessun altro si è presentato, devo, come detto nell'ordinanza – e quando un tedesco dice una cosa, solo il Padreterno, la può cambiare - fucilare 10 uomini e poi mettermi a dar fuoco alle case, che non è affatto un bel divertimento. Perciò il male minore è di farlo fuori, andarsene al più presto da questo maledetto paese, e non pensarci più”.
Rieccolo, il “male minore”, che accomuna tedeschi e partigiani uniti, inconsciamente, da una logica crudele ma, in quel momento, ineluttabile.

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Il mattino dopo, alle 5, prendono il Baùco e lo legano a un palo mentre lui continua a dire “Si, si, si” e avanza la mano per avere il regalo. Il plotone di esecuzione spara e subito dopo l'intera compagnia, con la macchina del comandante in testa, in un rombo di motori di autocarri e di motocarrozzette che alzano un gran polverone, si mette velocemente in moto senza nemmeno badare se il Baùco che, legato al palo per la cintola, penzola in avanti, sia morto del tutto.

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Ma il tedesco, chi l'aveva ammazzato?
Non si è mai saputo, ma in paese gira voce che il Cescon , in punto di morte, abbia confessato al prete - che forse qualche mezza parola se l'era lasciata scappare – che ad accoppare il tedesco era stato lui.

Nota: Bau'co in dialetto veneto indica persona sciocca e talora ritardata intellettualmente

Padova 31 ottobre 2017 Giovanni Zannini





giovedì 19 ottobre 2017

STALINGRADO ANIMA L'OPPOSIZIONE TEDESCA AL NAZISMO

Il crollo militare germanico dopo l'epica battaglia di Stalingrado segna una tappa nell'opposizione al nazismo da parte dei tedeschi.
Gli episodi di resistenza contro la dittatura di Hitler da parte di singoli oppositori furono in Germania più numerosi di quanto possa far ritenere la fama di pedissequa obbedienza al potere da parte dei tedeschi, ma la documentazione in proposto è carente essendo riuscito lo spietato regime a distruggere le tracce dei suoi misfatti.
Che contrariamente ad una diffusa opinione, un velo di resistenza ad Hitler sia sempre esistito in Germania, lo afferma Manuel Marangoni, gestore del sito “One Mind” su Internet, che descrive gli oltre 40 attentati alla vita del dittatore, mentre Gabriella Rabottini, nel suo articolo sempre su Internet, afferma addirittura di sapere che pur in mancanza di notizie precise “i tedeschi condannati e deportati sono stati non meno di un milione, qualcuno parla di 800.000 oppositori morti...”.
Ma fu la tragedia di Stalingrado a dare agli oppositori tedeschi a Hitler una spinta più decisa e organizzata derivata proprio da ufficiali della Wehrmacht che avevano partecipato alla disperata difesa della città chiusa nella morsa dei russi.
La loro trasformazione da combattenti nella sacca (in tedesco “kessel”, calderone) di Stalingrado, a fieri oppositori di Hitler fu originata proprio dal rancore per gli ordini del dittatore che aveva
imposto la disastrosa resistenza a oltranza che portò alla disfatta ed al massacro dell'intera 6a armata tedesca segnando l'inizio del tracollo del Terzo Reich dovuta all'intransigenza del dittatore che aveva ordinato la difesa di Stalingrado fino all'ultimo uomo.
Fu così che nel luglio 1943 avvenne a Krasnogorsk, ad opera di comunisti tedeschi guidati da Walter Ulbricht (futuro capo della Germania dell'est) e da militari della Wehrmacht che avevano combattuto a Stalingrado fatti prigionieri dai russi, la fondazione del movimento “Freies Deutschland” - Germania Libera – che effettuò una decisa propaganda anti-nazista mediante la diffusione di materiale a stampa e trasmissioni radiofoniche.
Da parte sua von Paolus, lo sconfitto difensore di Stalingrado cui si addebita la cieca obbedienza agli ordini di Hitler e di non aver avuto il coraggio di assumere iniziative per evitare il disastro,
resosi conto, nella prigionia, della responsabilità del Fhurer nella distruzione della 6a armata affidata al suo comando, subì una specie di conversione che lo spinse ad aderire alla “Lega degli ufficiali tedeschi” che assieme al movimento “Freies Deutschland” incitava i tedeschi alla rivolta contro il dittatore.
La stessa “conversione”, sia detto fra parentesi, che spinse il generale Rommel a passare nelle file degli oppositori antinazisti a causa degli insensati ordini ricevuti da Hitler ai quali era stato costretto ad obbedire.
Von Paulus fu testimone dell'accusa nel processo di Norimberga e, rilasciato nel 1953, si stabilì a Dresda nella Germania dell'est ove assunse l'incarico di direttore dell'ufficio storico dell'esercito. Morì l'1 febbraio 1956 all'età di 66 anni.
E proprio sull'onda della tragedia di Stalingrado nacque in Germania nel 42/43 a Monaco “Die weisse rose” - la “Rosa Bianca” - (prenderà in un secondo tempo il nome di “Movimento di resistenza in Germania”) ispirato da un cristianesimo radicale che, in nome dei valori dell'Europa cristiana, svolse, ad opera di pochi giovani intellettuali raccolti attorno al cinquantenne prof.Kurt Huber, un'intensa attività antinazista non violenta.
Il movimento, che imputava al nazionalismo ed al centralismo del potere, di aver creato, eliminando ogni libertà, il nazionalsocialismo responsabile della guerra, auspicava uno stato tedesco federale con più centri di potere diffusi nel territorio rispettosi del principio di libertà, che impedissero l'assolutismo totalitario ed il militarismo che tante tragiche rovine stava arrecando alla Germania.
Le loro armi furono “Windlicht” (la lanterna), un piccolo foglio clandestino di opposizione al regime diffuso nell'università, la distribuzione di volantini ciclostilati e scritte murali antinaziste che inondarono i muri dell'università e della città vecchia di Monaco.
La reazione nazista fu violenta e spietata.
Furono arrestati, e poi condannati a morte per decapitazione, i fratelli Hans (24 anni) e Sophie (21) Scholl, Willi Graf (25 anni), Christoph Probst (23 anni), Alexander Schmorell (anni 25) e l'anziano prof.Huber; ma altri aderenti al movimento furono rinchiusi nelle carceri e poco si sa sulla loro sorte.
La sconfitta di Stalingrado determinò anche un episodio clamoroso che mise in chiara evidenza l'opposizione di alcuni generali tedeschi ad Hitler.
Il colonnello Claus Schenk von Stauffemberg che aveva combattuto valorosamente in Africa settentrionale riportando gravi ferite, apparteneva ad un gruppo di militari che, consapevoli dell'inevitabilità della sconfitta tedesca, congiuravano per rimuovere Hitler dal potere ed addivenire poi alla pace separata con gli alleati.
Inizialmete contrario, per scrupoli religiosi, ad un colpo di stato che implicasse l'uccisione del dittatore, si convinse, dopo la dura sconfitta di Stalingrado, che era quella l'unica via per chiudere il conflitto con il suo terribile spargimento di sangue.
Sono noti l'infelice esito dell'attentato e la fine crudele degli attentatori.

Sono questi i tedeschi che hanno purificato con il loro sangue la cieca obbedienza di troppi loro connazionali.



Padova 6-10-2017 Giovanni Zannini

MUSSOLINI L'OPPORTUNISTA

L'opportunismo fu certamente una delle molte manifestazioni caratteriali messe in risalto dalla storia a proposito della personalità del duce.
Si tratta di un'ansia di presenzialismo, del desiderio di partecipare a fatti ed avvenimenti importanti onde condividere, anche se non richiesto, le iniziative altrui e trarne beneficio a proprio vantaggio per poter poi dire: io c'ero. Anche se, come vedremo, tali iniziative non ebbero spesso successo e non servirono quindi ad ottenere l'ambita gratitudine del potente alleato tedesco.
Alcuni esempi.

A cominciare dall'attacco alla Francia allorchè essa, all'inizio della seconda guerra mondiale, stremata dall'offensiva tedesca, si trovava alle corde: la “pugnalata alla schiena” che i francesi non mancano, all'occorrenza, ancor oggi, di rimproverarci.
Nell'euforia dei successi delle armate tedesche che lasciano presagire una sicura vittoria, Mussolini vuole acquisirsi meriti che gli consentano di sedersi al tavolo dei vincitori e si affretta ad intraprendere un'offensiva sulle Alpi contro la Francia.
La “Battaglia delle Alpi Occidentali” si svolse dal 10 giugno 1940 (data della dichiarazione di guerra) al giorno 25 dello stesso mese, data della firma dell'armistizio fra Italia e Francia, in coincidenza con quello franco-tedesco.
Nonostante la superorità numerica, a causa dell'impreparazione del nostro esercito (male equipaggiato per una guerra in alta montagna – molti i congelamenti) l'offensiva italiana riuscì a scalfire solo in pochi casi le agguerrite difese avversarie ottenendo una penetrazione di pochi chilometri in territorio francese fino a Mentone.
Il costo della battaglia? 631 morti, 616 dispersi e 2.631 tra feriti e congelati, e così il duce potrà vantarsi, con il dittatore tedesco, di aver favorito, con il suo attacco, il tracollo della Francia. .

Ma il duce vuole arricchire il proprio “carnet”, e non si lascia scappare le occasioni.
Hitler, nel 1941 miete successi in Russia con la sua “Operazione Barbarossa” che lascia presumere la conquista di Mosca e la vittoria finale anche sul fronte orientale?
E Mussolini, nonostante il dissenso dei generali della Wehrmact, solo grazie alla “benevolenza” di Hitler, riesce ad inviare in Russia, ad iniziare dal luglio 1941, il CSIR (Corpo di spedizione italiano in Russia) divenuto poi ARMIR (Armata italiana in Russia), una forza di 220.000 uomini schierata sul fronte del Don che, male armati e peggio equipaggiati sono coinvolti nel fallimento dell' “Operazione Barbarossa” e costretti ad una disastrosa ritirata.
Prezzo pagato: dei 220.000 italiani partiti per la Russia, circa 100.000 non tornarono.

Un'altra ottima occasione di mettersi in mostra è offerta a Mussolini dalla “Battaglia d'Inghilterra”.
Estate 1940: i bombardieri tedeschi si accaniscono su Londra e si pensa che gli inglesi, colpiti da quella valanga di fuoco, nonostante una stoica resistenza, debbano, alla fine, crollare.
E' allora che il duce, non richiesto, chiede ai tedeschi “l'onore” di partecipare alla mattanza. Viene così costituito il C.A.I. (Corpo aereo italiano) composto da 180 velivoli tra bombardieri, caccia e ricognitori, che, dopo un travagliato trasferimento, si installa in 5 areoporti in territorio belga occupato dai tedeschi e gli viene assegnata una zona d'operazione che non comprende però Londra. Per due mesi, dall'ottobre al dicembre 1940, gli uomini del C.A.I., con aerei tecnicamente superati che i colleghi tedeschi si prestano ad adattare per l'impiego in un ambiente difficile ben diverso da quello mediterraneo, e dotazioni inadeguate (combinazioni di volo leggere – in testa, per protezione, l'elmetto della fanteria...) partecipano ad azioni di bombardamento contro porti ed altri obbiettivi militari inglesi che mettono in luce l'abnegazione degli aviatori italiani ed il loro valore in qualche caso eroico.
Ma, ciononostante, Rosario Abate, nella sua “Storia dell'areonautica italiana” - Casa Editrice Bietti Milano 1974 – scrive di “inconsistenza dei risultati ottenuti” e definisce il C.A.I. una “operazione dimostrativa di nessuna utilità pratica” per cui i suoi 34 caduti non arrecarono all'interventismo del duce beneficio alcuno.

Ma l'esibizionismo di Mussolini si mette in mostra anche nella guerra sui mari.
Richiesto, questa volta dall'alleato tedesco, di partecipare alla lotta sottomarina contro i rifornimenti americani all'Inghilterra, si affretta ad inviare tra la fine del 1940 e gli inizi del 1941, 32 dei 113 sommergibili costituenti, all'inizio della guerra, una delle maggiori, se non la maggiore, flotta subacquea esistente.
Superato il doppio ostacolo delle terribili correnti dello stretto di Gibilterra e dell'occhiuta sorveglianza della marina inglese, essi riescono a raggiungere la base denominata “Betasom” sede del comando delle forze italiane subacquee in Atlantico sorta in Francia a Bordeaux.
Gli innegabii successi ottenuti dai nostri sommergibili in Atlantico (101 navi affondate per complessive 569.000 tonnellate) furono però considerati inadeguati in confronto a quelli tedeschi e per questo 10 di essi furono fatti rientrare in Mediterraneo per scortare i convogli di rifornimenti dall'Italia ai combattenti in Africa settentrionale. Dei 26 rimasti a “Betason” 16 affondati o dispersi, ed i residui 6 trasformati, verso la fine della guerra, per la loro maggiore capienza rispetto a quelli tedeschi, in inediti “sommergibili-cargo”.
Destinati, questi, data l'impossibilità di collegamenti aeri o con navi di superfice, a raggiungere, con viaggi rocamboleschi, l'Estremo Oriente per caricare, nei porti conquistati dall'alleato Giappone, quelle materie prime necessarie all'industria bellica tedesca (come gomma, rame, stagno, cobalto, mica, lacca, tungsteno, molibdeno, volframio e simili) sempre più difficili da reperire in Europa.
Essi furono coinvolti nell'armistizio fra Italia e alleati dell'8 settembre 1943: i tre arrivati a Singapore, (“Torelli”, “Giuliani” e “Cappellini”) sequestrati dai giapponesi; i due (“Finzi” e “Bagnolini”) rimasti a “Betasom” catturati alla banchina dai tedeschi; uno (il “Cagni”), in navigazione per raggiungere Singapore, riesce a consegnarsi agli inglesi nel porto di Durban in Sud-Africa.

Questi alcuni frutti del presenzialismo mussoliniano: e c'è, ancor'oggi, chi inneggia al duce e alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Padova 19.X.2017 Giovanni Zannini



giovedì 5 ottobre 2017

QUEI TENTATIVI DI PACE SEPARATA ALLA VIGILIA DEL 25 APRILE 1943

La “Storia segreta del 25 luglio '43” di Fulvio e Gianfranco Bellini (Ed.Mursia 1996) che si inserisce nella infinita storiografia sulla fine del Fascismo in Italia, si distingue per una ricostruzione dei fatti che appare obbiettiva, supportata da ricche note e dalla citazione di interessanti documenti poco noti.
Dal libro emerge, tra l'altro, una singolare differenza di vedute fra quanti durante il secondo conflitto mondiale ad un certo punto, allorchè si resero conto che la guerra volgeva al peggio per le truppe dell'Asse Roma-Berlino, si adoperarono per trattare la pace separata con uno dei nemici, gli Angloamericani sul fronte occidentale, i Russi su quello orientale.
Fu così che nel 1943, a seguito delle gravi sconfitte culminate con la resa delle armate dell'Asse in Tunisia (13 maggio 1943) e la sconfitta tedesca nella battaglia di Stalingrado (31-1-1943) si realizzarono due diversi tentativi.
Composito il fronte favorevole a trattative di pace su fronte occidentale: fra questi, vecchi esponenti dei partiti prefascisti con a capo Ivanoe Bonomi, gerarchi come Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, ed ambienti vaticani, che effettuano eguali pressioni sul re Vittorio Emanuele affinchè metta fine all'alleanza con la Germania ed inizi trattative di pace con gli Anglo-americani.
Tentativi falliti perchè ll re che non condivideva il pessimismo dei suoi interlocutori sull'esito della guerra e si dichiarava contrario a rompere l'alleanza con i tedeschi.
La pace separata con la Russia ha, invece, un convinto sostenitore proprio in Mussolini che già nel 1940, dopo la vittoria sulla Francia, aveva espresso a Hitler il suo parere contrario ad aprire un secondo fronte trovando però la netta opposizione del Fuhrer che non tenne alcun conto delle raccomandazioni dell'alleato e aprì le ostilità contro la Russia.
Ma che, contraddicendosi clamorosamente, non esitò, a seguito degli iniziali successi tedeschi (ricordate l'attacco alla Francia allorchè, invasa dai tedeschi, era allo stremo?) non esitò ad inviare sul fronte russo gli italiani dell'Armir con le nefaste conseguenze che tutti conosciamo.
Poi però, dinanzi al catastrofico negativo sviluppo della guerra, nel 1943 il Duce torna alla carica.
Con due lettere dell' 8 e 23 marzo 1943 egli propone a Hitler di “neutralizzare” la Russia con una pace separata che avrebbe consentito all'Asse di concentrare tutte le forze sul fronte occidentale e quindi di sconfiggere gli Angloamericani.
Ma invano: il dittatore nazista, nonostante la proposta italiana abbia ottenuto il consenso di alcuni generali tedeschi, tira dritto e prosegue la guerra contro la Russia.
Mussolini, allora, consapevole del pericolo imminente, accetta la proposta del Giappone, alleato nella triplice Roma-Berlino-Tokio, di intervenire presso il Fuhrer per convincerlo a fare la pace separata con la Russia: ma anche l'iniziativa nipponica – vista con sospetto dal dittatore tedesco timoroso che dietro la proposta di mediazione giapponese si nasconda chi sa quale trama - cozza contro l'ostinato rifiuto di Hitler che continua ad illudersi di poter sconfiggere le armate di Stalin.
Il 25 luglio 1943 provocherà la fine di ogni tentativo di pace separata che avrebbe forse potuto modificare l'esito dell'immane conflitto.


Padova 26-9-2017 Giovanni Zannini

martedì 22 agosto 2017

LA DIFESA ANTIAEREA NEL VENETO DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Le città di Venezia e Padova hanno il triste primato di essere state le città più bombardate dal cielo durante la prima guerra mondiale.
Venezia subì infatti 42 incursioni con 1029 bombe sganciate da aerei (ma anche da dirigibili) che provocarono 52 morti e 84 feriti, mentre Padova subì 19 attacchi con 912 bombe sganciate che provocarono 129 morti e 108 feriti nonché gravi danni agli edifici sia militari che civili, fra questi il Duomo e la chiesa del Carmine.
A seguito di tali incursioni fu costituito a Padova, in via Trieste n.30, il Comando della difesa antiaerea al quale fu affidato l'impegnativo incarico di creare un sistema di difesa contro quegli attacchi che costituivano, dal punto di vista bellico, una novità.
Uno dei primi provvedimenti adottati fu di difesa passiva per allertare la popolazione sull'arrivo degli incursori onde permetterle di raggiungere i piani bassi o le cantine delle abitazioni, ed alcuni rifugi ricavati nelle antiche mura cittadine che si rilevarono inadatti alla bisogna dato l'alto potenziale degli esplosivi impiegati dal nemico.
In città fu disposto il totale oscuramento notturno e per la prima volta, dal 1831, data della sua inaugurazione, il caffè Pedrocchi fu chiuso di notte.
Furono quindi create postazioni sui campanili e su alti edifici donde le vedette, avvistati gli incursori davano l'allarme con conseguenti suoni di campane, sirene e scoppio di razzi.
Successivamente si pensò ad una difesa attiva utilizzando in qualche modo le armi dell'epoca adattate alla bisogna, impiantando fortunosamente su trespoli e cavalletti rudimentali fucili, mitragliatrici ed anche cannoncini puntati verso l'alto, con quale risultato è facile immaginare. Solo più tardi, sul finire del conflitto, furono assegnati al campo d'aviazione ricavato dalla piazza d'armi, l'attuale “Allegri”, alcuni aerei da caccia.
A Venezia si scoprì che per la difesa antiaera si potevano utilizzare le “altane”, quelle caratteristiche
terrazze costituite da una piattaforma di assi di legno retta da pilastrini poste nella parte più alta degli edifici, sulle quali i veneziani salgono per ammirare il panorama della loro meravigliosa città o prendere il fresco nelle calde notti d'estate.
Ebbene, quelle amene strutture (“fastigium imbelle” - ossia pacifica vetta - si legge nella medaglia coniata per solennizzare l'avvenimento) furono trasformate, a seguito di “Norme per l'esecuzione del tiro di fucileria contro aeroplani e dirigibili” emanate nel 1917 dal Comando Supremo, in basi per la difesa antiaerea. Molte di esse furono infatti presidiate da plotoni di fucilieri che all'arrivo degli incursori aprivano contemporaneamente il fuoco creando così un “bordata”, una rosa di proiettili che aumentava la probabilità di colpire il bersaglio.
L'arma utilizzata fu soprattutto l'ottimo fucile mod.91 dotato di gittata molto lunga, adattato ad uso contraereo applicando sullo zoccolo dell'alzo ordinario una mira a tre tacche studiata per colpire i velivoli in avvicinamento, in allontanamento, e proveniente da destra o da sinistra.
Circa l'utilizzo del fucile in funzione antiaerea, si ricorda che l'aereo dell'eroico Baracca fu abbattuto sul Montello proprio dalla fucilata partita da un trincea austriaca, e, inoltre, che “fucili antiaerei”, certamente più evoluti rispetto a quelli del primo conflitto mondiale, furono utilizzati dagli inglesi anche nel secondo durante la strenua difesa di Londra contro i bombardieri tedeschi.

Padova 25-5-2017 Giovanni Zannini


LA DIFESA aerea

GALILEO FERRARIS E NIKOLA TESLA: UN CONTESO PRIMATO

L'articolo di Franco Gàbici dal titolo “Non solo Edison, l'elettricità ha un altro genio, Tesla”, apparso sul quotidiano “Avvenire” del giorno 11 del decorso mese di aprile, offre l'occasione per trattare un tema che appassionò il mondo scientifico dell'epoca. Sulla scorta della biografia di Nikola Tesla - “L'uomo che ha inventato il XX secolo” - scritta da Robert Lomas, l'articolista attribuisce senz'altro all'inventore croato la scoperta del “Campo Magnetico Rotante” che, consentendo il trasporto dell'energia elettrica (prima confinata nel luogo ove essa era prodotta), a distanza, diede un contributo essenziale allo sviluppo dell'umanità.
Per la verità l'attribuzione della sensazionale scoperta è stata oggetto di un vivace dibattito (analogo a quello in corso press' a poco negli stessi anni fra il nostro Antonio Meucci e l'americano Alexander Graham Bell a proposito del telefono) fra quanti l'attribuivano al Tesla e chi invece sosteneva che autore ne fosse l'italiano Galileo Ferraris.
Vicenda ampiamente illustrata nel capitolo “Ferraris o Tesla?” della biografia “Galileo Ferraris, una grande mente, un grande cuore” (Ed. PIEMME – 1997) stesa dal sottoscritto sulla scorta di documenti originali.
Un pregevole studio dell'ing.Giovanni Silva, già direttore dell'associazione che raggruppava le imprese elettriche italiane d' iniziativa privata, apparso sul n.9 del 10-25 settembre 1947 della rivista “L'elettrotecnica”, fornisce, come sottolinea la redazione “la decisiva e definitiva documentazione della priorità della scoperta di Galileo Ferraris” basata sui seguenti dati:
a) Galileo Ferraris fra l'estate dell'anno 1885 e la prima metà del 1886 scopre, come confermato da diversi testimoni, il principio del “Campo Magnetico Rotante” che non rende pubblico desiderando perfezionarlo ed essendo impegnato in altre importanti ricerche e nell'insegnamento.
b) il 18 marzo 1888 Ferraris riferisce all'Accademia delle Scienze di Torino sulle “Rotazioni elettrodinamiche prodotte da correnti alternate” pubblicata il 22 aprile 1888 su “L'elettricità”.
c) l'1 maggio 1888 vengono rilasciati e successivamente pubblicati i “brevetti Tesla” poi da lui stesso illustrati il 15 maggio 1888 dinanzi allo “American Institute of Electrical Engineers”.
Ciò premesso, l'ing. Silva, riconosce però che la scoperta di Tesla, successiva a quella di Ferraris, si verificò in maniera autonoma ed indipendente dalla precedente: la scintilla del “Campo Magnetico Rotante”, cioè, si è accesa nel cervello di Tesla poco dopo essersi accesa in quello di Ferraris, in maniera autonoma ed indipendente l'una dall'altra.
Ma esaminiamo la personalità dei due personaggi.
NIKOLA TESLA (n.1856 o 1857 - m.1943) nato a Smiljan in Croazia, nazionalizzato americano, fu, come si legge sulla ”Encyclopaedia Britannica”, un intraprendente ed eccentrico inventore (“inventor”) capace di intuizioni geniali e che batte mille piste, piuttosto che un uomo di cultura dotato di solide basi scientifiche. Un grande laboratorista intento a continue sperimentazioni nel campo dell'elettrotecnica, talmente intense per cui, sempre secondo la “Britannica”, “sebbene ammirasse le doti intellettuali e la bellezza delle donne, non ebbe il tempo di rimanerne coinvolto”.
I risultati delle sue sperimentazioni ebbero pratiche realizzazioni industriali come ad esempio lo sfruttamento delle Cascate del Niagara per la produzione di energia elettrica, che gli assicurarono guadagni poi annullati da imprese fallimentari che alla fine della sua vita lo portarono all'indigenza.
Ebbe notevoli intuizioni quali le trasmissioni radio utilizzate per la guida di missili; la possibilità di usare l'eco radio anticipando il radar; realizzò “grafici a ombre” precursori dei “Raggi X”; studiò un “raggio della morte” per distruggere aerei e sostenne di aver avuto segnali da mondi extraterrestri.
Era noto per le sue idee singolari e discutibili per cui, sempre secondo la “Britannica”, era “una fonte provvidenziale per i giornalisti in cerca di notizie sensazionali, ma un problema per i direttori delle pubblicazioni scientifiche incerti sulla serietà delle sue profezie futuristiche”.
GALILEO FERRARIS (n.1847 - m.1897) nato a Livorno Vercellese, poi Livorno Ferraris in suo onore, fu uno scienziato di fama internazionale avendo scoperto che per mezzo di due correnti alternate presentanti l'una rispetto all'altra una differenza di fase è possibile produrre un “Campo Magnetico Rotante” che fu chiamato “Campo Ferraris” e, in Europa, “Rotante Ferraris”.
Fu docente universitario dedito agli studi ed alla formazione degli studenti che accorrevano ammirati alle sue lezioni; autore di numerose importanti pubblicazioni; rappresentante per l'Italia in congressi scientifici internazionali ai quali apportò importanti contributi.
Dotato di animo generoso, aiutò parenti e amici e fu anche assessore al comune di Torino.
Manifestò disinteresse per lo sfruttamento della sua scoperta e celebre è la sua frase: ” Sono un professore, non un industriale...Gli altri facciano denari, a me basta quel che mi spetta: il nome”.
L'elogio più importante attribuito alla sua memoria fu quello di Thomas Edison che definì Galileo Ferraris “il più grande fra i grandi che al mondo hanno rivelato la bellezza della scienza elettrica”.
Padova 27.4.2017 Giovanni Zannini