venerdì 20 maggio 2016

IL COLERA DEL 1835 IN PIEMONTE VISTO DA UNA NOBILDONNA

Il libro “Il giornale degli anni memorabili” edito da Cino del Duca Editore nel 1960  raccoglie le lettere scritte da Costanza d'Azeglio (n.1793 +1862 – moglie di Roberto d'Azeglio, fratello maggiore del più noto Massimo) al figlio Emanuele poi divenuto ministro del Regno Sardo a Pietroburgo, Londra ed altre capitali europee,   dal 1835 alla morte.
Esse costituiscono la cronaca di molti avvenimenti accaduti nel periodo (siamo in pieno Risorgimento e molti sono i riferimenti a personaggi illustri come Cavour, Garibaldi, Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, Napoleone III, Massimo d’Azeglio,  ed in particolare Silvio Pellico che incontra sovente ) emergenti con particolari  poco o per nulla noti.
Fra questi molti episodi relativi all’epidemia di colera che nel 1835 colpì il Piemonte, ed in particolare Torino - ove la Costanza risiede - provocando migliaia di vittime.
L’autrice nella corrispondenza con il figlio elogia anzitutto il comportamento esemplare di suo padre,  Roberto, medico, che si prodiga senza risparmio per la cura dei malati, occupandosi anche di fornir  loro  i conforti religiosi, senza preoccuparsi del pericolo sempre incombente del contagio, provvedendo addirittura, in un caso, a trarre egli stesso dal letto tre  cadaveri che gli  infermieri si rifiutavano di toccare, riuscendo con il suo esempio a convincerli a riprendere il loro servizio. Ed anche, rifiuta di trasferirsi nell’ospedale a pagamento restando al lazzaretto “perché non  vuole abbandonare i più sventurati”.
Descrive quanto si fa per arginare il flagello, i lazzaretti miserabili (ma c’erano, anche allora!, gli ospedali per paganti) , e con particolari spesso orripilanti, le  condizioni,  l’aspetto dei malati, e le cure empiriche loro applicate come l’ Anticolera - ma non si capisce di cosa si trattasse - poi la magnesia,  lavaggi d’acqua calda e giallo d’uovo,  l’acqua di camomilla (nel colera di Parigi, ricorda, “fu distribuita a fiumi”) e quella di riso
Ma, soprattutto, il terrore del contagio che si diffonde fra  gli infermieri che talora si rifiutano di assistere i malati. A Cuneo, addirittura, ad un certo punto non se ne trovarono più e allora  il Vescovo ricorre ad un tentativo dettato dalla disperazione: trasformare le prostitute in infermiere.
Il tentativo ha pieno successo e, scrive la Costanza, “le prostitute si sono dimostrate  le infermiere più attente e più devote. Non è mai stato possibile rimproverarle”, concludendo che, evidentemente, per la salute delle loro anime il buon Dio ricava profitto anche dal colera.
Da parte sua, per risolvere la crisi, il marito di Costanza, a Torino,  si rivolge ad una certa Commissione Superiore per ottenere l’autorizzazione ad impiegare come infermiere le suore le quali “pareva che non aspettassero altro che l’onore di prodigarsi”. Ma siccome la Commissione tira in lungo, la stessa Costanza rompe gli indugi  e porta nel lazzaretto due suore “che hanno subito cominciato la loro opera passando la notte a vegliare i malati e guadagnandosi l’ammirazione di tutti…Una certa suora Angelica può dirsi l’Angelo tutelare dei malati…e si sacrifica senza stanchezza”.   
Ma tanta buona volontà ed abnegazione trovano un grave ostacolo nell’ignoranza e dalle dicerie del popolino che invitano  i malati a non ricoverarsi nel lazzaretto ove verrebbero uccisi con il veleno. Addirittura, le malelingue parlano di premi che verrebbero erogati agli avvelenatori: “il marchese di Rorà avrebbe dato  seimila franchi  per ottenere  uno stermino di poveri; il marchese di Barolo  pagherebbe venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere” e, addirittura, il Re ne pagherebbe, a tale titolo,  ben duecento!
Non mancano, fra tante brutture  (addirittura, “un uomo colpito dal colera è stato gettato nella calce ardente prima ancora che fosse spirato”), casi strani disinvoltamente riferiti dalla nobildonna al figlio, che francamente muovono il riso.
Come “la cuoca di casa Baldissè” che, ai primi sintomi del male, si rifiuta di essere curata  dai padroni per la paura di essere avvelenata,  e si fa assistere dai fratelli “che sono poi rimasti padroni di tutta la casa” poiché i Baldissè “pensarono bene di andarsene addirittura” : ma la cuoca ci lascerà egualmente la pelle.
Viene poi citato il caso di “un giovinastro che restò colpito nella casa della sua donna” la quale invece di chiedere soccorso corre a comperare una bottiglia di “vermuth” del quale “il suo giovanotto ne trangugiò qualche bicchiere. E’ morto la mattina”.           
Peggio capitò ad un altro giovane che, rientrato a casa la sera, aveva invano bussato affinchè gli aprissero e poi, spazientito, si era diretto all’altro portone vicino al suo che era quello di una casa di piacere che non ebbe difficoltà ad accoglierlo. Ma, scrive la Costanza, “si era appena disteso sul letto   con due di quelle donne da strapazzo, che” gli venne male e  rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto…Le donne si dettero da fare, una a gridare aiuto, l’altra a pregare. Ma il giovanotto era intanto spirato”. E male ne incolse anche ad un certo marchese B. di Savignano il quale “dopo non so quale orgia, ha preso il colera ed è morto”.
Mentre la paura del colera spinse un certo “bandito di Caramagna sul quale pendeva una grossa taglia, a farsi portare da due persone della banda e da una ragazza nel lazzaretto di Torino ove morì”. Ma male andò anche ai suoi accompagnatori che, arrestati,  dopo gli accertamenti  per stabilire  che non fossero pur essi malati, vennero mandati  in prigione.
Naturalmente, la paura del morbo riattizza sentimenti dimenticati:”…Ho visto nella chiesa dello Spirito Santo il Cristo miracoloso che vi hanno esposto. Molta gente accorre a pregarlo. Piovono le offerte. Il Cristo ne è tutto ricoperto. E penso che ci si comporta un po’ meglio da qualche tempo”.
Peccato che per ottenere ciò occorra proprio un’epidemia di colera.

Padova 11.05.2016                                                                             Giovanni Zannini  


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