mercoledì 4 febbraio 2015

Il calvario degli "Irredenti" nella I Guerra Mondiale - ITALIANI DISPERSI IN RUSSIA

Si dice che la storia si ripete, ed è vero, perché anche la prima guerra mondiale conobbe  la tragedia di  molti soldati di etnia italiana  dispersi  in Russia.
Infatti il "Corriere della sera" del 14 Marzo 1927 titola proprio "Gli italiani dispersi in  Russia" e tale titolo potrebbe tranquillamente apparire anche su qualsiasi giornale dei giorni nostri a proposito dei militari italiani dispersi in Russia, ma nella II Guerra Mondiale, e ci si chiede per qual motivo questa situazione si sia potuta verificare.  
Occorre dunque chiarire che nel primo conflitto mondiale l'Austria aveva arruolato nel suo esercito soldati di etnia italiana poi definiti "irredenti", ossia nativi di quelle terre che, all'epoca ancora sotto dominazione austriaca,   furono poi "redente", ossia assegnate all'Italia  dopo la sconfitta dell'Austria.
Essi , nativi del Trentino Alto Adige, della Venezia Giulia e della Dalmazia, subito dopo l’entrata in guerra dell’Austria contro la Serbia, furono arruolati, in un numero che varia da  25.000 a 60.000  nell’esercito austriaco e mandati, prudentemente,  a combattere sul lontano fronte russo, anziché in quello domestico, nel dubbio, fondato,  che le aspirazioni  autonomistiche  di molti di loro, insofferenti dell’occupazione austriaca, influenzassero  negativamente la loro combattività.
Infatti, coinvolti nelle  drammatiche battaglie fra russi e austriaci che insanguinarono il fronte orientale fin dall’inizio  della guerra nel 1914,  molti italiani   “irredenti”,  privi di ogni motivazione per combattere a favore dell’Austria, preferirono arrendersi  e  furono fatti prigionieri dai russi.
Ma allorchè  nel 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco della Triplice Alleanza (inglesi, francesi e russi), gli italiani “irredenti” che rinnegarono il giuramento fatto all’Imperatore d’Austria divennero automaticamente alleati della Russia,  e  per questo furono liberati dai campi di prigionia: ma lasciati completamente in balia di loro stessi.
Stupisce il fatto che, anziché utilizzare questi uomini facendoli ancora combattere ma, questa volta,   non più a favore dell’Austria, ma contro di essa, i comandi militari alleati, sempre avidi di “manodopera” combattente,  abbiano invece deciso di rinunciare al loro apporto.
Ma  tale “manodopera” era inutilizzabile militarmente dal momento che, se fatti prigionieri, gli “irredenti” sarebbero stati immediatamente passati per le armi dagli austriaci come disertori (vedi Cesare Battisti e  Nazario Sauro) e questo timore avrebbe bloccato del tutto le loro capacità combattive: donde la decisione di smobilitarli e farli rientrare in Italia.
 Per questo una Commissione militare italiana giunta sul posto si dedicò anzitutto a rastrellare per quanto possibile  quegli  uomini sparsi nell’immenso territorio russo ed a concentrarli in un  campo di raccolta a Kirsànov (nella regione del Don) ed in altri due minori, in attesa del rimpatrio.   
Ma il suo compito si rivelò ben presto assai arduo perché la via più breve per raggiungere l’Italia attraverso, la Bulgaria e la Grecia,  era ostruita dalla Bulgaria entrata in guerra a fianco degli austro-ungarici per cui fu giocoforza scoprire  vie nuove  che ancor oggi, per la loro audacia, destano stupore.
Una prima soluzione fu quella di raggiungere in treno il porto di Arcangelo, nel nord della Russia, sul Mar Bianco,  rimasta  l’unica via di comunicazione marittima della Russia con l’Europa, e di imbarcare una parte degli “irredenti”, decimati  dal freddo, dalla fame e dalle malattie su piroscafi che, dopo aver fatto il periplo del nord della  penisola scandinava raggiunsero l’Inghilterra e da qui, attraverso la Francia, l’Italia.
Ma allorchè i ghiacci impedirono la navigazione, gli organizzatori furono  costretti a studiare per gli uomini rimasti,  un’altra via di fuga ancor più lunga e perigliosa, che da Kirsànov, mediante la ferrovia Transiberiana, raggiungeva il porto di Vladivostok, toccava il continente americano dopo aver superato  l’Oceano Pacifico,  attraversava gli Stati Uniti da est a ovest e, superato con un ultimo balzo,  l’Oceano Atlantico, raggiungeva l’Europa e poi l’Italia. 
Facendo quasi l’intero giro del mondo, in condizioni di vita precarie ed al limite della sopravvivenza.   
Giunti a Vladivostok, ove erano stati  allestiti  campi di raccolta in attesa dell’imbarco per l’America, il viaggio degli “irredenti” ebbe un’ulteriore svolta imprevista perché la situazione politica interna della Russia ove nel marzo 1917 era scoppiata la rivoluzione consigliò i responsabili della complessa (e allucinante) operazione di  spostare quegli uomini in un luogo più sicuro. Allora il viaggio massacrante prosegue per ferrovia da Vladivostok, attraverso  la Manciuria, fino al luogo “sicuro”: Tientsin, la “Concessione” ( una piccola colonia) ottenuta dall’Italia, come da altri stati europei, nel 1900 dalla Cina alla fine della “Guerra dei Boxer”.   
Quivi giunti, un gruppo di ex prigionieri partiti da Tientsin riuscì, percorrendo il previsto, incredibile itinerario,  a raggiungere, finalmente, l’Italia.
Ma per quelli rimasti a Tientsin, si aprì un ulteriore capitolo della loro interminabile avventura perché   coinvolti nella guerra (dopo la rivoluzione una sanguinosa guerra civile oppose i russi comunisti ai “Russi Bianchi”, contro-rivoluzionari, rimasti  fedeli al defunto  Zar) che l’Italia,  con gli alleati inglesi e francesi, aveva deciso di appoggiare  paventando che il prevalere dei rivoluzionari  avrebbe favorito l’espandersi del comunismo nell’ Europa occidentale.
Per questo fu costituito il C.S.I.E.O. (Corpo di Spedizione italiano in Estremo Oriente) con base a Tientsin, del quale la “Legione Redenta in Siberia” composta dagli “irredenti”,  fondata dal Maggiore dei Carabinieri Reali Cosma Manera,  fu il primo nucleo poi rafforzato dall’arrivo dall’Italia di un contingente di Alpini.
Al corpo di spedizione italiano fu affidato nell’estate del 1919 il compito di mantenere attiva la ferrovia Transiberiana in Manciuria per approvvigionare i “Russi Bianchi” fino a che, constatata l’impossibilità di contrastare ulteriormente i comunisti, il Corpo di Spedizione Italiano fu rimpatriato alla fine del 1919:  ultima, a lasciare la Cina nel 1920, la “Legione Redenta” che al suo arrivo (finalmente!) in Italia  fu accolta con onore dalle autorità italiane.
Ma non tutti lasciarono la Russia: taluni si erano  formata una nuova famiglia e questi vincoli crearono in loro una completa apatia morale.
La stessa che colpì, con incredibile analogia, alla fine della seconda guerra mondiale (ricordate il film di De Sica “I girasoli” interpretato da Mastroianni e della Loren?) altri soldati italiani cui la violenza della guerra, le inaudite sofferenze, la lontananza e, perchè no, il fascino slavo della donna russa, avevano attenuato, e poi completamente distrutto, ogni legame con la terra natia.                            
Padova 10/2/2015                                                                                   Giovanni Zannini                            
                                                                      

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