domenica 16 febbraio 2014

IL CORPO AEREO ITALIANO NELLA "BATTAGLIA D'INGHILTERRA"

Mussolini aveva chiesto a Hitler, nel 1940,  l’onore di partecipare  al bombardamento aereo del territorio inglese, alla “Battaglia d’Inghilterra”, contro la “perfida Albione”, e Hitler, magnanimo,  gliel’aveva concesso.
Fu così che nell’agosto 1940 fu costituito dall’Italia (con reparti aerei fino ad allora impiegati nella guerra contro la Francia che si era arresa nel luglio)  un Corpo di spedizione aereo denominato C.A.I. – Corpo Aereo Italiano -  avente lo scopo di cooperare con la Luftwaffe agli attacchi sull’Inghilterra.
Eccone l’organico tratto dal volume di Rosario Abate “Storia della Aeronautica Italiana” (Casa Editrice Bietti – Milano 1974): 
1) 2 stormi da bombardamento  con 75 bimotori Fiat B.R.20;  
2) 1 stormo da caccia su 2 gruppi con 50 biplani Fiat C.R.42 e 48 monoplani Fiat G.50;
3) 1 squadriglia da ricognizione strategica con 5 trimotori Cant Z-1007 bis.
Il 22  ottobre tutti questi aerei - sui quali, per migliorarne il riconoscimento, era stata dipinta una larga fascia gialla in fusoliera - si trovavano schierati sui seguenti  5 aeroporti situati in territorio Belga: Espinette, Chièvres, Melsbroek, Maldegen e Ursell.
D’intesa con i tedeschi fu assegnata agli aerei italiani  una zona di operazioni così delimitata:
-           A nord dal 53° parallelo N
-          A ovest dal 1° meridiano  W Gr
-          A sud dal fiume Tamigi.       
Ma il 23 dicembre 1940, solo due mesi dopo,  venne diramato l’ordine di rientro  e l’operazione si concluse nel gennaio 1941.  Solo il gruppo da caccia dei Fiat G.50 si trattenne in Belgio con compiti di difesa dalle incursioni aeree britanniche sui territori belgi e olandesi fino  alla metà di aprile 1941.
A parte l’abnegazione degli aviatori italiani ed il loro valore spesso eroico, l’apporto del C.A.I. alla “Battaglia d’Inghilterra” fu piuttosto modesto sul piano militare, e Rosario Abate, nel volume più sopra citato, scrive di “inconsistenza dei risultati ottenuti” e non esita a definire  quella del C.A.I. una “operazione dimostrativa di nessuna utilità pratica”.
Luigi Gorrini, sergente del C.A.I., medaglia d’oro, 24 aerei abbattuti, descrive in un suo resoconto apparso su “L’ultima Crociata” del luglio 2011 le condizioni in cui si trovò ad operare presso l’aeroporto di Ursell, in Belgio. A parte le ottime camuffature e mimetizzazioni  che impedirono agli inglesi di individuare e bombardare quell’aeroporto, “la spedizione in Inghilterra fu tutta da dimenticare: bombardamenti male eseguiti, macchine inidonee…I Fiat G.50 (aerei da caccia – n.d.a.) non parteciparono ad alcuna azione: essi non avevano autonomia, passata la Manica dovevano tornare subito indietro… Eravamo in braghe di tela e non  avevamo riscaldamento sugli aerei che peraltro erano aperti. Noi volavamo con 30 gradi sotto zero…Alle 11 di mattina  i poveri specialisti si attaccavano alle eliche  degli aerei che non riuscivano a far girare: l’olio era diventato duro… Facevamo la scorta ai nostri bombardieri…uno andò giù perché i motori non ce la facevano. Erano BR20, macchine anch’esse di tela, idonee a volare leggere   ed a partire su terreni  secchi ed aridi. Qui invece si era carichi di bombe, le piste erano fangose, ed i piloti mancavano d’addestramento…Non avevamo neppure le carte…In Italia andavamo avanti seguendo le carte  stradali del Touring Club…”. E poi, ancora: “…Ossigeno che si bloccava, senza radio, aeroplani di tela. Francamente, avevamo solo gli occhi per piangere, abbiamo fatto la guerra in queste condizioni”, tali da suscitare la pietà dei tedeschi. Essi, infatti, fecero loro l’elemosina delle stufe catalitiche per scaldare i motori, e poi le combinazioni di volo, i guanti e i caschi nuovi, perchè i nostri avevano ancora  il caschetto di tela; oltre a ciò,  provvidero a “corazzare”, in qualche modo, i nostri fragili velivoli privi di strumentazione per il volo senza visibilità e di dispositivi di protezione contro le formazioni di ghiaccio.
La spedizione del C.A.I, fu dunque ampiamente condizionata da situazioni  ambientali avverse caratterizzate dall’estrema variabilità delle condizioni meteorologiche  specie nella stagione invernale,  alle quali gli italiani, normalmente operanti in clima mediterraneo,   non  erano - e non sono -  avvezzi.
Le nebbie, soprattutto, che fecero atterrare Gorrini su un’autostrada scambiata per pista d’atterraggio, un altro che andò a finire in una piazza d’armi ad Amsterdam, ed altri ancora che “finirono fra i pini”.
E proprio le avversità atmosferiche spesso proibitive  furono la causa di molti incidenti verificatisi fin dal viaggio di trasferimento del 27 settembre 1940 dall’Italia al Belgio.  In totale, su  34 vittime del C.A.I. , ben 20 furono dovute ad incidenti e solo 14 a combattimenti.  36 furono gli aerei persi dei quali ben 26 per incidenti di volo.   
Fra questi l’atterraggio d’emergenza, durante il trasferimento, dell’aereo del Capo Squadriglia cap. Agnello che, rimasto ferito, fu temporaneamente sostituito al comando dall’allora tenente anziano Alessandro Citterio. 
Il  sergente Gorrini, infine, con un linguaggio, per la verità,  più consono per una gara sportiva,   ma che rivela la tempra dell’uomo, scrive che “il combattimento dell’11 novembre 1940 fu un gran bel combattimento”: e rievoca un singolare incontro durante un raduno di ex combattenti della 2° guerra mondiale.
E’ avvicinato da un signore che gli chiede se lui è Gorrini, e che alla sua risposta affermativa gli dice:” Eri tu su quel CR 42 che mi sparò addosso colpendomi ad un tallone!”. “Se sono stato io” è la risposta, “tu allora eri quell’Hurricane  che mi sparò e i proiettili mi passarono attraverso le gambe!”. Era proprio così, ed il nemico di allora con il quale l’italiano strinse poi una cordiale amicizia, era Peter Towsend, asso dell’aviazione britannica,  che nel dopoguerra ebbe un momento di grande notorietà anche per il suo contrastato amore con la sorella della Regina d’Inghilterra, la principessa Margaret.
                                                                                                                         Giovanni Zannini


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