mercoledì 17 aprile 2013

PRETI GARIBALDINI


L’atmosfera rivoluzionaria del risorgimento oltre ad infiammare gli animi di molti laici italiani era penetrata anche nei chiostri, nei conventi, nei monasteri, nei seminari.
Nel 1847, da Montevideo, Garibaldi aveva offerto al Papa Pio IX,  autore di promettenti riforme liberali la propria spada ma la successiva rinuncia del Papa alla sua politica riformatrice provocò una brusca virata di Garibaldi che divenne il suo più fiero avversario, identificando in lui il principale ostacolo alla completa riunificazione dell’Italia con Roma capitale.
Purtroppo, questo atteggiamento di ostilità verso il Papa Capo dello Stato Pontificio, che aveva mancato alla fiducia dei patrioti italiani, produsse un grave equivoco trascinandoli ad avversare il Papa anche come Capo della Chiesa cosicché il Risorgimento fu connotato dall’ ostilità, favorita dalla Massoneria cui erano affiliati importanti personaggi risorgimentali,  verso la Chiesa cattolica.    
Ciò raffreddò gli entusiasmi iniziali di molto clero per Garibaldi e pose in difficoltà quei religiosi che lo avevano seguito.
Fra quelli che caddero nell’equivoco e rinnegarono la propria fede si ricorda Giovanni Pantaleo nato a Castelvetrano nel 1832. Divenuto giovanissimo frate con i Riformati di S.Francesco, stava predicando nel 1860  nel convento degli Angeli di Palermo   allorchè lo raggiunse la notizia dello sbarco di Garibaldi a Marsala. Abbandonato senza indugio il convento, si presentò al Generale divenendo il cappellano dei Mille; ma poi, contagiato dall’aria anticlericale che tirava nell’ambiente, gettò la tonaca nel 1863. Fu uno dei fedelissimi di Garibaldi che seguì ad Aspromonte, nel Trentino, a Mentana e nella spedizione in Francia del 1870 combattendo contro i tedeschi a Digione.
Passato decisamente dalla parte opposta delle sue origini, prese parte all’anticoncilio adunato a Napoli nel 1869, si sposò nel 1872 e morì a Roma nel 1879 non riconciliato con la Chiesa.
Ma vi furono  anche religiosi che, attratti inizialmente dall’ideale patriottico di Garibaldi ed avendo partecipato alle sue imprese, se ne allontanarono poi - mantenendo così salda, differentemente dal Pantaleo, la propria fede -  allorché si accorsero della sua avversione, complice la Massoneria, contro il proprio padre spirituale, il Papa.
E’ questo il caso di  Giuseppe Fagnano nato a Rocchetta Tanaro (Asti) il 9 marzo 1844, un chierico che, folgorato dalla figura   di Garibaldi non esitò ad arruolarsi, a 16 anni, fra i volontari garibaldini.
Il Generale, che aveva  osservato il giovane  con occhio esperto, aveva apprezzato il suo entusiasmo oltre alla sua robusta costituzione fisica, superiore alla sua età e, tenuto conto dello spirito  umanitario che lo animava, lo destinò alla Croce Rossa avendo occasione di ammirare più volte il coraggio del “fraticello” che tra il sibilare delle pallottole ed il rombo dei cannoni si lanciava senza paura a curare i feriti sul campo di battaglia.
Una volta, mentre questa infuriava, non avendo a portata di mano la bianca bandiera della Croce Rossa, si tolse la camicia e sventolandola riuscì ad ottenere un po’ di tregua potendo così  raggiungere ed assistere i suoi sfortunati compagni.
Ma egli sapeva reagire con altrettanta fermezza contro quei compagni d’arme - e qualche volta anche contro qualche superiore – che disprezzavano la sua fede o irridevano alle sue pratiche religiose.
E Garibaldi, che aveva avvertito il suo disagio, dimostrando anche in questo caso il suo gran cuore, gli disse:” Ascolta, “fraticello”, tu sei davvero valoroso, ti sono molto grato per tutto ciò che hai fatto, ma data la tua intransigenza ti consiglio di passare nell’esercito dove c’è una disciplina più rigida e dove potrai essere utile alla patria quanto qui”.
Il giovane seguì il suo consiglio e si arruolò nell’esercito: ma anche lì trovò un ambiente contrario alle sue convinzioni religiose. E quando alcuni  liberali gli proposero di iscriversi alla massoneria per progredire nella carriera militare, indignato rispose  che vero liberale è chi conta sulle proprie forze, non chi lusinga l’uno o l’altro potente per farsi largo: e se ne andò sbattendo la porta,  riprese gli studi e divenne sacerdote.
L’esperienza fatta con i garibaldini fu una scuola preziosa per il servizio che egli renderà nella congregazione dei salesiani agli “ordini” del suo nuovo generale, San Giovanni Bosco che lo mandò missionario con dieci altri uomini coraggiosi in Sud America, in Cile ed in Argentina  dove Fagnano lavorò con tutte le sue forze.
Divenuto Prefetto per la Patagonia meridionale e la Terra del Fuoco in immaginabili condizioni di grande disagio si prodigò a favore delle primitive popolazioni indie locali (pampas, patagoni, onas, yaganes, alacaluffi, tehuelches, araucani ecc.), i cui diritti strenuamente difese giungendo a porsi dinanzi ai fucili  di militari spietati per evitare la strage dei suoi protetti.  
Non solo, ma spese energie anche a favore degli italiani emigrati in quelle lontane terre, fondando, fra l’altro, nel 1880 a Carmen de Patagones quella “Società Italiana di Mutuo Soccorso” che è tuttora fiorente, e perfino un osservatorio meteorologico.
Morto a Santiago del Cile il 18 settembre 1916, Monsegnor Giuseppe Fagnano riposa nella chiesa di Punta Arenas circondato dalla venerazione di uomini che egli amò come figli.
Del tutto particolare il caso del sacerdote don Angelo Arboit nato a Rocca d’Arsiè il 15 marzo 1826.
Nel 1848 è chierico in seminario ove studia teologia avendo come compagno di studi Giuseppe Sarto, il futuro papa Pio X.
Spinto da sacro fuoco patriottico, si arruola volontario con Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi; ferito in combattimento, torna  al suo paese, si laurea in lettere a Padova e rientrato in seminario, è ordinato sacerdote nel 1857 dedicandosi all’insegnamento prima a Mantova e poi a Udine.
Ma il desiderio di partecipare attivamente alla lotta per l’unità d’Italia è così forte da spingerlo ad una nuova avventura: questa volta raggiunge a Caserta Garibaldi che arriva dalla Sicilia, si arruola e diventa cappellano militare dei Mille ai quali presta la sua assistenza morale.
Questa sua “ricaduta” spinge però l’autorità ecclesiastica a sospenderlo “a divinis” non già per comportamenti immorali, non avendo egli mai rinunciato ai principi della buona educazione ricevuta, ma per motivi ideologici, la sua ammirazione per  Garibaldi considerato dalla Chiesa, all’epoca, una specie di demonio.
Nel 1893, mentre è preside del liceo classico di Mantova ove è vescovo Giuseppe Sarto, cade gravemente ammalato e si teme per la sua vita. Al suo capezzale accorre il suo ex compagno di studi che lo tranquillizza assicurandolo che sul suo passato “ribellismo” è già stato steso un velo. Il malato si rasserena, ma insiste nel condannare il potere temporale del Papa
Mons. Alfredo Contran  di Padova, poeta e scrittore di vaglia – autore di una raccolta di profili di sacerdoti della diocesi di Padova intitolata “L’archibugio del cappellano” - scrive che secondo una versione che sa un po’ di leggenda, il colloquio fra i due si  sarebbe svolto pressapoco così:” “Dai” dice il vescovo “vediamo di combinare. Ti suggerisco io la formula di sottomissione”. Ma l’altro lo previene affermando:”Riconosco i miei errori ma è bene che sia cessato lo stato pontificio”. Il Sarto scuote la testa:”No, non così” e allora l’Arboit, di rimando: ”Riconosco di aver sbagliato, ma è giusta l’unità d’Italia”. Cade un silenzio d’attesa, fino a che l’ammalato riprende l’iniziativa:”Riconosco di aver sbagliato…e credo che Dio nella sua infinita sapienza abbia permesso l’unità d’Italia”. Adesso i due amici sorridono e si abbracciano”.
Don Angelo Arboit, cessato l’ insegnamento, tornò al  paese natio ove morì, con la coscienza tranquilla, nel 1896, portando nella tomba, intatti, l’amore per Cristo e quello per Giuseppe Garibaldi.
                                         Giovanni Zannini



  
   

martedì 2 aprile 2013

La Resistenza a Padova - LA BEFFA DI "MARGOT"


Nella lotta di liberazione italiana grande importanza ebbero le “Missioni Militari”, gruppi di combattenti addestrati alla lotta partigiana che, dal sud Italia liberato, venivano paracadutati o sbarcati via mare nel territorio italiano ancora occupato dai nazifascisti per prestare assistenza alle formazioni partigiane talora poco addestrate militarmente, e fornire informazioni ai comandi alleati sui movimenti, sulla consistenza e quant'altro dei nazifascisti che occupavano il nord-Italia.
Esse erano normalmente composte da un comandante, un interprete, un radiotelegrafista ed un armiere incaricato di addestrare i partigiani all'uso delle nuove armi che erano loro paracadutate.
Nel Veneto operò la “Missione Hollis Margot” dipendente dal O.S.S. (l'americano Office Of Strategic  Service) che, considerata dai comandi alleati  “una delle più importanti del nord Italia”,
era una delle poche composte esclusivamente da italiani, con a capo l'ing.Pietro Ferraro di Venezia (“ Antonio”), un industriale che non esitò a mettere in pericolo la sua vita ed i suoi interessi per la liberazione d'Italia.         
Il radiotelegrafista della Hollis e braccio destro di Ferraro era il ventunenne marinaio Dario Leli che,  dotato di una intelligenza e di un coraggio eccezionali che gli valsero la medaglia d'argento , assunse il nome di battaglia “Margot”.
La sua spiccata  personalità è attestata da un episodio toccante (per il quale fu decorato con  un'altra  medaglia di bronzo) allorchè, imbarcato come sottocapo radiotelegrafista sul sommergibile “Sirena” alla  fonda nella grande base navale italiana della Maddalena (Sardegna), il 10 aprile 1943  fu coinvolto nel  bombardamento di 60 fortezze volanti americane che  devastarono la base.
Terminato l'inferno, dal quale esce miracolosamente illeso,  intravvede fra i feriti,  sanguinante, il Tenente di Vascello Luciano Garofani, il “suo” comandante del “Sirena” (che pure era rimasto danneggiato).
Resosi conto della gravità delle sue ferite, decide di portarlo all'ospedale militare distante mezzo chilometro: ma come? Intravvede una carriola,  vi carica il ferito e, raggiunto     l'ospedale ove regna il caos,   gli dicono di mettersi in coda dietro altri feriti. Viste le gravi condizioni del suo comandante, non esita: non visto, sfila  al ferito la giacca, la indossa e, fingendosi il superiore di un suo marinaio ferito, con l'autorità delle stellette riesce a convincere gli infermieri a portarlo in sala operatoria ove gli salveranno la vita.
Dopo l'8 settembre, riesce fortunosamente a raggiungere il sud-Italia già liberato dagli alleati  ove viene opportunamente addestrato e quindi paracadutato in Veneto assieme al comandante “Antonio”   con la sua preziosa radio-trasmittente che inizia immediatamente il suo lavoro.
La “Hollis Margot”, durante i suoi frequenti spostamenti per sfuggire alla caccia serrata dei nazifascisti,   fu attiva anche a Padova ove ebbe valorosi  collaboratori.
Fra questi il giovane dr. Luigi Amati residente in città  in via Risorgimento n.10 e poi in via Savonarola il quale, dopo aver rinunciato  al suo lavoro di inventore e tecnico  nel campo delle  materie plastiche, organizzò, correndo mille pericoli,  il funzionamento tecnico  delle radio trasmittenti della Missione nel Bellunese e nelle zone di   Venezia e   Padova.
Va ricordata, in particolare, l’attività svolta in Provincia di Treviso a favore delle formazioni partigiane del Grappa dal quale la “Hollis” stabilì i collegamenti necessari per i lanci alleati di armi, viveri e denaro necessari per la loro sopravvivenza.
Amati provvide a tutte le riparazioni, al trasporto dei materiali, procurò i pezzi di ricambio – la cosa più difficile da trovare -  fece tutte le prove necessarie per il buon funzionamento delle radio, insomma,  scrive il comandante “Antonio” in una sua relazione, “senza di lui avrei trasmesso la metà delle mie trasmissioni”.
Da ricordare poi Tranquillo Ugolani da Camposampiero che descrisse esattamente i depositi di munizioni tedeschi a Rossano e Noale poi distrutti  dalle bombe alleate a seguito delle precise informazioni da lui fornite.
Punto d'incontro clandestino fu a Padova la trattoria ”dell'Alpino” in via Savonarola, e per un certo periodo “Margot” e la sua radio furono coraggiosamente ospitati nell'appartamento in via S.Tomaso Beket n. 2  dall'ing.Marino Bertolini, già tenente del genio che dopo l'8 settembre 1943, in servizio a S.Maria Capuavetere, era sfuggito ai tedeschi evitando che le armi del reparto cadessero nelle loro mani, e riuscendo a portare in salvo i soldati che a lui si erano affidati.
Ma la radiotrasmittente  viene radiogonometrata, dalla vicina, trista  sede di via S.Francesco, dagli  uomini della banda del  famigerato maggiore delle SS italiane Mario Carità – che così triste ricordo  ha lasciato nella città del Santo – e la casa è circondata.
“Margot” riesce a fuggire da un'uscita d’emergenza e quando i repubblichini irrompono nell'appartamento si trovano di fronte ad una giovane signora (la moglie dell'Ing.Bertolini) che, terrorizzata, stringendosi al petto il figlio neonato, invoca il permesso, che le viene accordato di buon grado,  di uscire per raggiungere i suoi genitori.
E' meglio, pensano gli altri, aver libertà di movimento senza donne, bambini ed i loro strilli, fra i piedi.
Ed è così che la donna passa sotto il naso dei fascisti spingendo la carrozzina con sopra il figlioletto di 10 mesi adagiato sul materassino sotto il quale “Margot”, prima di tagliare la corda, d'accordo con la coraggiosa signora, aveva nascosto la sua piccola radiotrasmittente che fu così salva e continuò a svolgere la sua preziosa attività.
Ecco perchè l'attestato rilasciato dall'O.S.S. a Dario Leli “Margot” alla fine della guerra ne evidenzia “il coraggio e l'intelligenza” riconoscendo che “la sua prima preoccupazione fu di salvare gli apparati e  garantire la continuità del servizio”.
E da quella piccola radio “Margot” non si volle separare mai,  tirandosela dietro, terminata la bufera,  fino a casa ove il figlio Claudio Leli la custodisce ancora, gelosamente,  come  un tesoro.
                                                                                            Giovanni Zannini

Giallo al Conclave - LA FUMATA SBAGLIATA

Racconto

Sono noti gli equivoci provocati  dai fumi provenienti dal comignolo installato sul tetto della Cappella Sistina per segnalare l'esito delle votazioni relative all'elezione dei Papi, sistema ereditato  dagli indiani d'America, dai Sioux e dagli Apaches, che con l'alfabeto  “fumogeno” s'intendevano benissimo scambiandosi messaggi di ogni tipo, quelli amorosi compresi.
 Molto spesso, infatti, in passato, il colore di detti fumi veniva diversamente interpretato ed in Piazza S.Pietro si accendevano animate discussioni in proposito fra il popolo in attesa, perchè c'era chi il fumo lo vedeva bianco e chi, invece, giurava, che esso fosse, al contrario,  nero.
Ma oggi,  grazie ai progressi della tecnica,  è stata fatta chiarezza, come  dimostrato dall'ultimo Conclave, e ciò  grazie al fatto che ai documenti, agli appunti, ed alle schede di votazione da bruciare sono stati aggiunti, con ottimi risultati, : il perclorato di potassio, l'antracene e lo zolfo, per la fumata nera, e clorato di potassio, lattosio e colofonia, per quella bianca.
Ma, come si è detto,  in passato il sistema di comunicazione del Conclave  basato su sacchetti contenenti paglia bagnata per le fumate nere, e paglia fresca per quelle bianche,  ha dato luogo ad equivoci come nel caso dell'elezione di Papa R. sulla quale ho avuto da un “corvo” vaticano  informazioni riservatissime fin qui segretate, delle quali non posso citare la fonte perchè ho dato la mia parola d'onore di non rivelarla, e, sia pure in tempi in cui essa appare assai svalutata, io alla parola d'onore ci tengo, e anche molto.
Siamo attorno al  1500 e, dopo la morte di Papa G. è in corso il conclave che passò alla storia come uno dei più rapidi e veloci.
Fatta la prima votazione  ovviamente  senza esito e regolarmente segnalata all'esterno, i cardinali, dopo una breve interruzione,  si accingono  alla votazione successiva, quando si sentono dei battiti, sempre più frequenti, e impazienti, sul portone della Cappella Sistina. Tra la sorpresa generale, il Cardinale Capo si avvicina al portone e chiede, con voce solenne, chi osa turbare la quiete e la solennità del Conclave.
Dall'altra parte si risponde: “Siamo i sarti incaricati della vestizione del nuovo Papa e ci permettiamo di sollecitarlo perchè la folla in piazza, data la lunga attesa, già rumoreggia”.
“Ma quale Papa”, risponde indignato il Cardinale, “qui di Papi non ce ne sono proprio! Abbiate pazienza e prima o poi arriverà”. Dall'altra parte un breve silenzio, poi la voce riprende, timida, ma sicura del fatto suo: ” Scusate, Eminenza, ma la fumata bianca ha detto chiaramente che il nuovo Papa è finalmente arrivato”. “Ma quale fumata bianca!” ribatte, indignato, il Cardinale “se non ci vedete, mettetevi gli occhiali”. Un altro breve silenzio, poi la voce insiste: “Eppure, Eminenza, reverendissima, la fumata è stata bianca,  bianchissima, e non crediamo che tutta la piazza sia diventata improvvisamente daltonica “. A questo punto il Cardinale Capo,  che comincia a rendersi conto che qualcosa non va,  prudentemente invita quelli di fuori ad aver  pazienza assicurando  che avrebbe chiarito la cosa: quindi ritorna al suo scranno e riferisce ai confratelli, tutto affannato,   il discorso dei sarti, suscitando grande sorpresa e perplessità.
Si decide allora,  di fare, immediatamente,  la conta dei sacchetti  e si constata con sgomento che  di quelli con la paglia fresca  ne manca uno,  mentre quelli con la paglia umida ci sono tutti.
 A questo punto scoppia il tumulto,  e tutti gli occhi si appuntano sul Cardinal Fuochista:  il Card. B., anni 98 suonati (all'epoca i cardinali votavano tutti e non,  come oggi, solo quelli fino a 80 anni), piccolino, magrolino, e con un par d'occhiali spessi come due fondi di bicchiere. Gli epiteti rivolti al poveruomo non sono riferibili, perchè oramai è tutto chiaro: un po' per l'emozione,  un po' per la  vista scarsa,  e per l'illuminazione scadente,  il vegliardo aveva  sbagliato sacchetto.
Cessate le urla e le imprecazioni,  il Card. Capo apre la discussione per decidere il da farsi, e qualcuno propone di mandar su una fumata nera a titolo di  contrordine, ma la soluzione viene scartata perchè  avrebbe creato una grande confusione nel popolo e loro ci avrebbero fatto una gran brutta figura. Allora il Card.Presidente, noto per la sua saggezza, fa il seguente discorso:”Cari confratelli, ora che la frittata è fatta, bisogna trovare una soluzione al più presto possibile per evitare che quelli di fuori arrivino fin qui con i  forconi e ci facciano la festa.    Perciò propongo che venga eletto il Card.S. che non è nè vecchio né giovane,  né ricco né povero, non è nè di manica larga né di manica stretta, non è una bellezza ma non è decisamente brutto, non è di destra, ma neppure di sinistra, è un teologo ma sa anche parlare alla gente, sta con i poveri, ma va d'accordo anche con i ricchi: insomma, va bene per tutti. Perciò non perdiamo altro  tempo, e votiamolo all'unanimità”.
Tutti i Cardinali applaudirono e, in quattro e quattrotto il Cad.S. fu eletto, con grande soddisfazione del popolo che finalmente ebbe il Papa tanto atteso.
Quel Conclave passò alla storia per la sua brevità, ma, dalle preziose informazioni avute, è evidente  che il suo esito fu dovuto, più che allo Spirito Santo,   alla fifa dei Cardinali di doverci lasciare la pelle.          

Padova 2-4-2013                                                                                                 Giovanni  Zannini

venerdì 8 marzo 2013

Tre nomi, un solo sfascismo - GIANNINI,GRILLO,FO


Per averli vissuti, ricordo gli anni dell'”Uomo Qualunque”, giornale fondato nel 1944 da Guglielmo Giannini (n.1891 + 1960), giornalista e commediografo, attorno al quale nacque e si sviluppò il partito omonimo che in occasione delle elezioni per l'Assemblea Costituente del 1946 riuscì a mandare in Parlamento un gruppo di 36 deputati suscitando enorme sorpresa e infinite discussioni.
A parte l'entità del successo (36 deputati contro i 109 dei Grillini), il pensiero ispiratore di Giannini è analogo, quasi sovrapponibile, a quello di Grillo.
“Manifesta sfiducia nei confronti della politica riguardata come l'arena in cui i partiti, gruppi, movimenti, competono per conquistare, mantenere o influenzare il potere di governo...Critica delle ideologie astratte e lontane dai problemi quotidiani della gente, il diritto degli “uomini qualunque”, dei “pincopallini”, a non essere trattati come strumenti di produzione da buttare se poco redditizi, o come elettori da mobilitare come massa di manovra nelle battaglia tra le élites politiche; il desiderio di considerazione sociale...”.
Firmato Grillo? No, è l'illustrazione del pensiero di Guglielmo Giannini tratto dall'Enciclopedia Treccani.
Ma allora Grillo ha “copiato” Giannini? Non lo sappiamo, ma certo l'analogia è impressionante.
Anche nello stile oratorio dei due, entrambi irruenti (ma più elegante il primo, volgaruccio il secondo) che riempiva le piazze e mandava in sollucchero le folle che ascoltavano ieri Giannini e che ascoltano, oggi, Grillo.
Ma un'altra significativa analogia, la comune appartenenza al mondo dello spettacolo, unisce i due.
Giannini, autore di commedie di successo quali “Il pretore de Minimis”, Grillo interprete di spettacoli televisivi di successo, talora piacevoli: entrambi sognatori, vivono nel mondo della fantasia.
Se poi consideriamo che Dario Fo, lui pure uomo di spettacolo, è un entusiasta “supporter” di Grillo, vien facile pensare che il suo sia in realtà un partito-spettacolo basato sull'effimero, privo di fondamenti, maestro nell'abbattere, nel deridere gli avversari, nel denunciare (talora fondatamente) i difetti della politica , ma inconsistente, come lo fu “L'uomo Qualunque”, sotto il profilo teorico e programmatico.
Come dimostra un Grillo che, dopo la vittoriosa fase delle sciabolate demolitrici, è oggi incapace di impugnare il fioretto per contribuire, con il peso assegnatogli dalle recenti elezioni, a costruire una politica migliore di quella che ha così validamente contribuito a criticare.
Attestandosi su di un atteggiamento, attendista, incerto, catastrofista, confuso, di rinuncia a volersi mettere lui pure “alla stanga” per far uscire l'Italia dalle attuali difficoltà, mirando invece allo sfascio ed alla rovina..
Un atteggiamento che anche una parte della sua base comincia e rimproverargli, cosicchè un ritorno alle urne in tempi brevi potrebbe riservargli amare sorprese.
Ricordando che il partito dell'“Uomo Qualunque”, dopo il successo del 1946, solo due anni dopo, nel 1948, era praticamente scomparso.
Giovanni Zannini                                              

venerdì 1 marzo 2013

Ancora sui silenzi di Pio XII - LA "PALINODIA" DI ANTONIO SPINOSA


“Palinodia” significa “scritto o discorso nel quale si ritrattino opinioni già professate”, e se cito questa parola un po' raffinata – e della quale, confesso, ignoravo il significato – è perchè la utilizza Antonio Spinosa (Ceprano 1923 - Roma 2009) maestro della saggistica storico biografica di elevato livello avendo scritto su personaggi dell'antica Roma, dell'età napoleonica, e poi dell'età contemporanea, fra questi D'Annunzio, Mussolini, Vittorio Emanuele III, Hitler, Pio XII, Edda Ciano, Starace.
Nel suo “Mussolini razzista riluttante” (Ed.Mondadori 2006) che raccoglie 4 suoi articoli pubblicati negli anni 1952/1953 sulla rivista “Il Ponte” diretta da Pietro Calamandrei, Spinosa, con l'introduzione al libro intitolata “Molti anni dopo, la svolta”, sente “ l'esigenza di espiare l'errore d'una fallace interpretazioni di alcuni eventi” riguardanti Pio XII.
“Soprattutto su Pacelli”, scrive, “fui indotto in errore dalle conoscenze storiche di allora” superate “dagli 11 volumi contenenti gli atti e i documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale dai quali gli studiosi oggi non possono prescindere”.
Ed alla luce delle nuove acquisizioni documentarie egli intende “espiare qui compiutamente”, la sua “colpa giovanile” riconoscendo che i silenzi di Pio XII sulle leggi razziali “furono il frutto di una dolorosa meditazione che in quel momento gli suggerirono una drammatica prudenza per poter aspirare ad un ruolo di mediatore fra le due parti in conflitto che ne consentisse la fine.
Oltre a ciò, “la preoccupazione del peggio che si sarebbe potuto abbattere sui 40 milioni di cattolici tedeschi ove la riprovazione delle leggi razziali, in lui radicata, fosse stata pubblicamente denunciata. Se il tacere poteva essere giudicato scarsamente eroico, a lui sembrò l'unica cosa giusta davanti a Dio ed alla propria coscienza”.
In tale drammatica situazione il Papa fece dunque la scelta responsabile di “compiangere gli sventurati senza la condanna dei responsabili delle loro sventure” che, come sopra detto, avrebbe potuto provocare feroci rappresaglie: ed è ormai a tutti nota la catena di carità e di assistenza che egli mise in moto per salvare la vita di migliaia di ebrei nascosti nelle canoniche, nelle chiese, nei conventi, in Vaticano.
Spinosa rettifica poi l'accusa giovanile da lui rivolta a Pio XII di non essere intervenuto tempestivamente per evitare la strage delle Fosse Ardeatine riconoscendo che per l'estrema rapidità dell'azione nessuno ebbe il tempo di farlo: circostanza confermata nell'ottobre 1975 dal maggiore Dolmann il quale affermò che “nessuno sapeva in cosa sarebbe consistita la rappresaglia e non se ne poteva prevedere una così rapida esecuzione”.
Antonio Spinosa conclude l'introduzione al suo libro con una frase esemplare che gli fa onore:” Ora, avendo rettificato le affermazioni degli articoli de “Il Ponte” espresse tuttavia in perfetta buona fede, la mia coscienza di narratore di storia è alfine tranquilla”.
Spiace invece constatare che, nonostante la documentazione che ha convinto uno storico ed uno studioso del livello di Antonio Spinosa a rettificare passate affermazioni, altri, pervicacemente, insistano nelle accuse riguardanti Pio XII.
Come il Presidente della Camera dei Deputati On. Gianfranco Fini - proprio lui, “uno”, scriveva l'Osservatore Romano “degli eredi politici del fascismo che delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze” - che nel 2008, in un non dimenticato discorso commemorativo lamentava che all'epoca delle leggi razziali “non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica”.
C'è da augurarsi che, sull'esempio di Antonio Spinosa, anche il Presidente Fini si decida, finalmente, ad esprimere una sincera “palinodia”.
Giovani Zannini  

mercoledì 27 febbraio 2013

LA PRIMA (E ULTIMA) NOTTE DI BEN E CLARICE


                   
Quante volte l’avevano desiderato?
Costretti nella clandestinità della “garconnière” di Palazzo Venezia a fianco della sala del Mappamondo,
gli amanti si dovevano accontentare di rapidi incontri ai quali, pazientemente, Clarice si assoggettava, fra un’udienza e l’altra del duce, dopo che lui avesse firmato la posta in partenza o esaminata quella in arrivo, o terminato lunghi colloqui telefonici con i potenti di mezzo mondo.
Sempre clandestinamente, perfino, riferisce Arrigo Petacco nel suo recente “Eva e Claretta – Le amanti del diavolo” (Arnaldo Mondadori Editore – 2012), in cerca di luoghi ove non dar nell'occhio, durante l'effimera Repubblica di Salò, in cima alla torre del Vittoriale, a Gardone, inebriati dall'aura del Vate.
Ma mai una notte intera di passione, perchè “Mussolini ...aveva abitudini borghesi: tradiva la moglie soltanto di giorno” e la moglie Rachele confermava che “Ogni sera il mio uomo torna sempre nel suo letto”.
E quante volte avranno sognato una vacanza spensierata, al riparo da sguardi indiscreti, in una villa tutta loro sul mare o in una baita delle Dolomiti ove coltivare un amore clandestino, sì, e riprovevole, certo, ma che, riconosciamolo, è stata una passione inestinguibile fino alla morte?
Strano il destino di quell’ uomo potente, di non poter godere quel piacere che arride ad altri assai meno potenti di lui, o, addirittura, poveri e miserabili, ma liberi di manifestare il proprio amore.
E come lui avrà invidiato il duce tedesco che, invece, libero da legami, poteva esibire, nel lusso della sua casa, l’ amata Eva ammirata, rispettata e, dalle altre, invidiata!
Ecco, il giorno è arrivato, soli , in una camera piccola ed intima, con pochi mobili alla buona ed un gran letto invitante, con lenzuola bianche pulite, odorose di lavanda: ma con due uomini col mitra in pugno alla porta, in attesa delle decisioni del destino.
Il sogno si è avverato, ma quanta tristezza , dopo una giornata di fuga fra mille pericoli e paure, fra gente festante, indifferente al loro dramma, ed ancora incredula che l’ odiata preda sia caduta in trappola.
Ma, fra tanto odio, un fatto che fa riemergere la memoria d' un mondo d’altri tempi.
Mussolini chiede ed ottiene dal monarchico partigiano conte Pier Bellini delle Stelle, il capo degli uomini che l’hanno catturato, di essere riunito all’ amante e il vincitore, che avrebbe potuto infierire sull’avversario ormai in suo potere, negandogli anche il conforto di avere accanto la donna amata, vi acconsente.
Un gesto di cavalleria ove i nitriti dei quadrupedi e l’irrompere dei loro zoccoli sono sopravvissuti allo sferragliare dei cingoli dei “panzer” ed al tuono delle bocche da fuoco.
E allora anche gli avversari - il politico, il moralista, lo psicologo, lo scrittore, il polemista - si ritirano dinanzi al dramma umano consumatosi in quella stanza che nessuno al mondo conoscerà mai, e lasciano il passo all’immaginazione ed alla fantasia.
Vi fu, lì, amore, oppure la paura, l’ansia, il terrore del futuro avranno prevalso sulla passione, annientandola?
E che si saranno detti gli amanti: parole di conforto e di speranza, fiducia in possibili eventi imprevisti capaci di ribaltare il drammatico presente, il ricordo di momenti difficili superati, e la speranza che ancora una volta ciò sarebbe avvenuto, oppure la consapevolezza del baratro in cui sono precipitati e la nera incognita del futuro che li attende?
Forse - è imperscrutabile l'animo umano - una preghiera, un pensiero sull’aldilà che potrebbe incombere, e sulla suprema resa dei conti?
La storiografia di quel drammatico episodio, depurata da ipotesi, supposizioni, testimonianze che si accavallano e si contraddicono, parla dell’arrivo della coppia nella modesta casa di Giovanni De Maria - persona di fiducia di Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”, comandante della 52° Brigata Garibaldi che ha catturato Mussolini a Dongo – nelle prime ore, verso le tre, del 28 aprile 1945 dopo una serie convulsa di spostamenti.
Da Dongo, luogo della cattura in preda alla confusione ed al caos, alla caserma della Guardia di Finanza di Germasino considerata più sicura per la sorveglianza dei prigionieri. Da lì, una puntata a Moltrasio nel tentativo di traghettare i due amanti a Blevio, dall’altra parte del lago, nella villa dell’industriale Remo Cademartori - che confermò il piano di salvataggio - per sottrarli alla caccia del col.Valerio e della sua squadra avidi del loro sangue, in attesa di consegnarli alla legittima autorità del CVL – Corpo Volontari della Libertà. Infine, fallito il tentativo, il rientro, a notte fonda, non più a Germasino, ma in un rifugio considerato ancor più sicuro e segreto, nella casa De Maria a Bonzanigo di Mezzegra.
Quindi, la permanenza di Mussolini e della Petacci in quella camera fu pressapoco di una dozzina di ore , dalle tre del 28 aprile alle 16/16,30 dello stesso giorno allorchè, avendo individuato la loro residenza, il col. Valerio irrompe, li preleva e li conduce sul luogo dell’esecuzione, poco lontano, dinanzi al cancello della villa Belmonte.
Ma le cose potrebbero essere andate diversamente ove avesse fondamento l’ipotesi, più truce, avanzata dal giornalista ed ex deputato missino Giorgio Pisanò secondo il quale Mussolini e la Petacci furono uccisi in casa De Maria durante una colluttazione fra l’ex duce e chi voleva recare violenza alla sua amante.
Cosicchè al col. Valerio, sopraggiunto, non restò che far trasportare Mussolini e la Petacci, già uccisi, davanti a villa Belmonte ed inscenare la fucilazione dei due cadaveri.
E’ la teoria della doppia uccisione sulla quale si sono già versati fiumi d’inchiostro, che arricchisce e ancor più intorbida questo drammatico episodio della storia italiana.
Giovanni Zannini

Nota: Il nome dell'amante di Mussolini, detta Claretta, era, in realtà, Clarice, voluto dalla madre signora Giuseppina Persichetti in Petacci, pia terziaria Francescana delle Clarisse .   

lunedì 25 febbraio 2013

25 luglio 1943 MA QUALE COLPO DI STATO

Romano Mussolini rievocando nella trasmissione televisiva “Porta a Porta” di qualche tempo fa la figura del padre Benito, ha affermato che all'interno del Gran Consiglio del Fascismo era sopravvissuto un residuo di democrazia in quanto era previsto il diritto di voto dei consiglieri che potevano quindi dissentire dal Duce.
L’affermazione è solo apparentemente esatta.
Il “Regolamento interno del Gran Consiglio del Fascismo” approvato all’unanimità dallo stesso consesso nella seduta del 9 aprile 1929 , coperto da segreto di stato per tutto il periodo fascista, sin qui inedito ed attualmente in mio possesso, prevedeva in effetti il diritto di voto dei consiglieri regolato dettagliatamente nel paragrafo “Delle adunanze” agli articoli da 11 a 17.
Ma, in realtà, tale apparente cascame di democrazia veniva brutalmente annullato dall’art.2 del Regolamento stesso che prevedeva un vero e proprio diritto di veto del Capo del Governo Presidente del Gran Consiglio il quale “ha facoltà di interrompere in ogni momento la discussione su qualsiasi questione e di sospendere la esecuzione delle deliberazioni del Gran Consiglio”.
Viene da chiedersi perchè Mussolini non si sia avvalso di tale potere nella drammatica seduta del 24 luglio 1943 in cui la maggioranza approvò l’ordine del giorno Grandi a lui sfavorevole.
Forse perché, stressato dall’esercizio di un potere assoluto protrattosi per vent’anni e reso consapevole del suo fallimento dall’invasione della Sicilia da parte degli alleati, non ebbe più la forza di affrontare i nuovi drammatici problemi che sarebbero derivati dal suo “veto” e preferì percorrere la strada in allora costituzionale aperta dal voto del Gran Consiglio per rimettersi in extremis in carreggiata sulla via di quella democrazia a suo tempo combattuta e vilipesa nella speranza di una sua uscita meno traumatica dal pantano in cui era andato a cacciarsi.
Da quanto precede emerge anche discutibile che si possa qualificare colpo di stato quanto avvenne in Italia nel luglio 1943 nel rispetto di una procedura che era stata acutamente prevista, in tempi non sospetti - 1940 – da Paolo Biscaretti di Ruffia, libero docente di diritto costituzionale nell’Università di Roma,
Nel suo “Le attribuzioni del Gran Consiglio del Fascismo” egli scriveva infatti, lucidamente, che il Gran Consiglio, “solito a collaborare in diretto contatto con il Capo del governo, entra in contatto con la Corona soltanto in quegli estremi momenti in cui è in gioco il destino della nazione quando il Sovrano, supremo arbitro della corrispondenza di un determinato indirizzo politico alle necessità più vitali della collettività nazionale, deve addivenire alla nomina di un nuovo Capo del governo”.
E’ quanto precisamente avvenne il 25 luglio: il Re, preso atto del voto del Gran Consiglio – terzo organo costituzionale, con la Corona ed il Capo del Governo , dello stato fascista - convoca Mussolini ed in base all’art 65 dello Statuto Albertino in allora ancora vigente in base al quale “Il Re nomina e revoca i suoi ministri “, gli revoca la nomina a Primo Ministro e nomina, al suo posto, Pietro Badoglio.
Senza che si sia sparato un sol colpo di pistola:
E’ dunque giusto continuare a parlare di “Colpo di stato del 25 luglio 1943?”. Giovanni Zannini