domenica 16 dicembre 2012

PALESTINA, LA SCELTA DISCUTIBILE DEGLI EBREI


Gli ebrei sono molto, ma molto più intelligenti  di noi cristiani.
Sparsi per il mondo,  senza una patria ove coltivare la propria terra o costruire la propria casa, malvisti, e talora perseguitati  per una maledizione  solo oggi, e tardivamente, revocata,  non restava loro che contare sul proprio cervello, e con pochi o nulli quattrini, ma con molta  fantasia e  inventiva,  sono riusciti a campare  in genere  piuttosto bene e, in molti casi, ottimamente.
Per cui non si  comprende come mai  gente così intelligente, esperta,  conoscitrice delle migliori tecniche  previsionali, ricca di informazioni di ogni genere ed in grado di effettuare simulazioni  attendibili,   abbiano deciso, dopo la drammatica esperienza della “shoa”, di gettarsi nella trappola medio-orientale.  
Non è infatti difficile prevedere che, se si pretende di entrare a forza in casa d’altri, il proprietario si ribelli, e neppure può costituire titolo sufficiente per costruirsi la patria una promessa divina,  che, per quanto  suggestiva, non costituisce,  a tutt’oggi, titolo valido per il diritto internazionale.
Senza contare, diciamolo,  che se si considera, ed è grave,  la responsabilità degli Jugoslavi di aver spinto a suo tempo all’esodo dall’Istria 350.000 italiani, altrettanto grave è la responsabilità degli ebrei di aver spinto fuori dalle loro terre oltre mezzo milione (c’è chi dice di più), di  palestinesi.  
Ma,  dicono, alcune parti di quella terra ce la siamo comperata.
Appunto,  ma come è possibile che gente esperta, anzi, espertissima,  negli affari, abbia voluto fare un investimento così pericoloso ed a così alto rischio?
Non sarebbe stato meglio cercare con pacifiche trattative,  anche con l’aiuto delle autorità internazionali, soluzioni  concordate con altri stati per aderire al legittimo desiderio di patria del popolo ebreo?
Non dimentichiamo  che Theodor Herzl, alfiere della riunificazione del popolo ebreo, si era dato dattorno, ai primi del 900, per risolvere il problema trattando con diversi governi per ottenere pacificamente un territorio (il cosiddetto “focolare”) in cui insediare lo stato ebraico.
Ricordiamo la trattativa degli anni 1902/1903 con il governo egiziano disposto a consentire un insediamento ebraico  nella penisola del Sinai  al confine con la  Palestina del sud, fallita  perché tale soluzione fu ritenuta irrealizzabile per la mancanza di risorse idriche. E come è da rimpiangere che all’epoca non esistessero quegli impianti per la dissalazione dell’acqua marina che hanno poi consentito alla intelligenza, allo spirito di sacrificio, all’operosità  degli ebrei e grazie ai dollari dei loro correligionari statunitensi,  di trasformare le sabbie della Palestina in terre fertili e redditizie ! Quale soluzione sarebbe stata, infatti, migliore, tenuto conto della contiguità con la Palestina tanto cara alla memoria ebraica?
Inoltre Herzl estese le sue ricerche anche alla Russia, così ricca di territori incolti, all’Argentina, e perfino agli Stati Uniti, e nell’agosto 1903  il 6° Congresso Sionista accettò, sia pure  in via provvisoria, l’offerta del governo inglese  di un vasto insediamento ebraico in Uganda allora sotto sovranità britannica. Ma,  dopo la morte di Herzl, l’8°  Congresso Sionista, nel 1905,  ribaltò la situazione e l’offerta britannica fu respinta.
A proposito della “localizzazione” degli ebrei, è curioso rilevare  che  nel 1938 il Gran Consiglio del Fascismo non  escludeva la possibilità di concedere, anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina,  una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia. E ciò sia per evitare il sorgere di uno stato ostile all’Italia fascista alle sue frontiere (dato che il Dodecaneso all’epoca,  era pur sempre Italia), sia per simpatia verso “l’Islam con il quale l’Italia, massime dopo la conquista dell’Etiopia è in rapporti cordiali e promettenti”, e per solidarietà verso gli arabi ai quali “gli ebrei hanno portato via tutto”. (v. Antonio Spinosa – “Mussolini razzista riluttante” – Oscar storia – Mondadori).
Ma,  invece di proseguire sulla strada di una ricerca pacifica che, nel dopoguerra, la comunità internazionale avrebbe certamente favorito quale doveroso risarcimento dopo il   dramma della Shoah, prevalse la tesi dell’insediamento violento in Palestina dimenticando che, come stabilito dalla Carta Atlantica del 1941 ogni modifica territoriale avrebbe dovuto aver luogo d’intesa con i popoli interessati.
La conseguenza è quella che è sotto i nostri occhi:  una “guerra dei 60 anni” nella quale (scrive Carlo Cardia su “Avvenire del 22 novembre scorso) “la popolazione d’Israele  vive nella precarietà perenne della propria esistenza senza poter prefigurare il futuro e la popolazione palestinese ha solo la certezza di un presente di povertà e guerra intermittente, e dell’assenza di uno stato che ne definisca identità e sviluppo”.
Mentre sempre più alto e frequente è l’invito dei palestinesi agli israeliani:”Potete scegliere se restare all’inferno o scappare. Tornate in Germania, Polonia, Russia, America”  (dove risiede tuttora la maggior parte degli ebrei al mondo).
Un tragico invito oggi irrealizzabile, ma che attesta quanto grave sia stato l’errore degli ebrei (e della comunità internazionale influenzata dalla potentissima “lobby”  ebraica che lo favorì) di volersi costruire una patria in casa d’altri.
                                                                                                     Giovanni   Zannini                   

venerdì 14 dicembre 2012

Un fatto storico dimenticato - MAZZINI E LA "BANDA NATHAN"


Mazzini, lo sappiamo, fu un suscitatore di rivolte con  le quali  intendeva scuotere l’apatia degli italiani che da esse, e dal sangue generoso di tanti patrioti risorgimentali avrebbero dovuto  essere spinti ad una rivolta generale tendente all’unificazione dell’Italia in regime repubblicano.
Ed anche se le imprese da lui fomentate molto spesso, per non dire quasi sempre, avevano degli esisti disastrosi, data l’impreparazione degli italiani di allora, a causa della loro arretratezza culturale, a comprendere e quindi condividere le sue  idee,  egli non si scoraggiava, convinto che alla lunga il sacrificio di pochi valorosi avrebbe  alla fine acceso gli animi dei più ed ottenuto il risultato agognato.
Egli affermava infatti che “bisognava educare; e se sulla via dell’educazione dovevano seminar  martiri, esuli e patiboli, era dolore tremendo  che accettavamo per giungere alla fine”, convinto che “un giorno di sommosse vale più di due settimane di scritti o proclami”.
Ma accadde anche, sia pure raramente,  che egli sconsigliasse o rinnegasse  o, addirittura, osteggiasse, (come ad esempio la spedizione dei F.lli Bandiera del  1834,  la rivolta di Pavia del 24 marzo 1870, un tentativo  di spedizione contro Roma nello stesso anno)  iniziative di patrioti coraggiosi e convinti della “filosofia” insurrezionalista mazziniana, che apparivano però disperate e perse in partenza.
Fra queste, la “Spedizione al  Passo del San Lucio”, forse del tutto ignorata dalla  storia, quale emerge  dalle  pagine del libro “ADDIO, LUGANO BELLA – Gli esuli politici nella Svizzera italiana di fine Ottocento  (1866-1895, Editore Armando Dadò di Locarno)”, scritto da Maurizio Binaghi con la prefazione di Nicola Tranfaglia, reperita, su mia segnalazione, dal prof. Federico Cereghini di Menaggio.
Si tratta di una congiura organizzata da Giuseppe (“Joe”) Nathan, figlio di quella Sara Nathan che alla cura di ben 12 figli, ed in condizioni economiche non sempre floride, seppe abbinare, in periodo risorgimentale,  una coraggiosa attività patriottica in appoggio a Mazzini che fece di Villa Tanzina a Lugano, ove ella risiedeva,  il quartier generale della sua cospirazione allorchè  era costretto ad abbandonare l’esilio londinese .
Il figlio maggiore, Giuseppe, residente a Livorno, che condivideva il patriottismo della madre,  si recava talora ad incontrarla  a Lugano e trovato, nel 1869, al suo rientro in Italia, in possesso di materiale compromettente, era stato imprigionato a Milano donde dopo la scarcerazione  si era trasferito a Lugano per poter meglio organizzare con Mazzini l’ attività rivoluzionaria in Italia, prendendo poi residenza, quattro anni dopo, definitivamente, a Londra ove il padre Meyer Nathan, tedesco naturalizzato inglese, aveva sempre vissuto.    
Ed a Lugano incontrò il conte Giuseppe Bolognini, venticinquenne residente a Pavia che aveva dovuto lasciare la città e rifugiarsi nel Canton Ticino dopo la  fallita insurrezione del 24 marzo 1870  durante la quale con alcuni gruppi di soldati disertori, frutto della propaganda mazziniana negli ambienti i militari (ricordiamo il giovane Garibaldi arruolatosi nella Marina sarda per diffondervi le idee repubblicane, ed i fratelli Bandiera che, pur ufficiali nella marina austriaca, ne erano stati sedotti), aveva  tentato di assaltare le caserme inneggiando alla repubblica.
Da quell’incontro nacque l’idea di organizzare gli  italiani che avevano partecipato  alle fallimentari insurrezioni  esplose  fra il marzo ed il giugno 1870 oltre che a Pavia,  a Piacenza, Catanzaro, Lucca e Reggio Emilia, e che avevano trovato rifugio a Lugano, per un audace progetto insurrezionale destinato a suscitare la rivolta degli italiani.
Idea  apertamente osteggiata da Mazzini che ne prevedeva il fallimento  perché slegata da un’iniziativa popolare nelle grandi città, come  emerge dalle sue lettere del 2 e 16 maggio 1870 da Genova con le quali raccomandava alla madre  Sara “cercate di tener fermo Joe”, “tenete fermo Joseph”.
Raccomandazione inascoltata da “Joe”, ma, quella volta, anche dalla madre che, si dice, addirittura finanziò l’impresa.
Sta di fatto che nella primavera del 1870 si parlava apertamente, ed imprudentemente, da parte dei patrioti italiani rifugiati nel Canton Ticino, di un’ imminente spedizione in Italia per infiammare la penisola, tanto che il governo cantonale ticinese, per non compromettere le relazioni di buon vicinato con l’Italia, impose loro con una ordinanza  27 maggio 1870 di  trasferirsi  a nord, lontano dalla frontiera italiana, fin oltre il S.Gottardo.
Ma l’ordine non fu rispettato ed anzi il 28 dello stesso mese ebbe inizio l’avventura di quella che fu chiamata la “Banda Nathan” capitanata da Giuseppe “Joe” Nathan, formata da una quarantina di uomini delle più varie estrazioni sociali  fra i quali, probabilmente, anche qualche malfattore.
Nell’elenco dei 29 arrestati dalla polizia cantonale dopo il rientro della banda in territorio svizzero (le diserzioni erano state una diecina) troviamo infatti 2 “possidenti”, 5 studenti,   un medico, un giornalista, un “giovane di studio”, un “raggioniere”, un viaggiatore di commercio, ma anche  due falegnami, un “perucchiere”, un calzolaio, un sarto, un caffettiere, un cocchiere, un “salsamentario”, uno scritturale, tre negozianti, un cameriere, un “sonatore” e un muratore.
In gran parte, afferma l’autore, mercenari,  che dichiararono di essersi arruolati  “colla promessa di lire 5 al giorno e colla assicurazione che tutto  era predisposto perché in Lombardia fossero accolti  tra le feste della popolazione”.
l mattino del 28 maggio, dunque,  un piccolo gruppo di uomini  disordinati e senz’armi, una specie di “armata Brancaleone” ante litteram, si mette in cammino da Lugano e sotto la guida di un tal Pietro Lotti (evidentemente, un “passeur”, un contrabbandiere pratico dei luoghi) percorre la Val Colla a nord di Lugano fino a Maglio di Colla ove si unisce ad un altro gruppo di congiurati che, questa volta, “già si armavano di carabinette piuttosto corte”, circa 22 fucili acquistati a Locarno presso l’armaiolo Angelo Bettoli che le aveva trasportate fin lì assieme ad altre carabine vendute da privati ai congiurati italiani.
Avvenuto il congiungimento, la “banda” al completo, capeggiata dal ventitreenne  “Joe” Nathan e  guidata dal Lotti,  all’insegna di un “rosso gonfalone” di cui si parla in un articolo del giornale conservatore italiano  “La Perseveranza”, ma del quale non si comprende il significato, si mette  allora in marcia salendo da Maglio  verso il Passo del San Lucio che a quota 1540 collega la Val Colla nel Canton Ticino con la Val Cavargna in Provincia di Como, e dove passa   il confine tra Svizzera e Italia.
Superatolo, i congiurati  discendono la Val Cavargna fino a Cusino, a quota 800, ove  si introducono nella piccola caserma delle guardie doganali assenti per un giro d’ispezione e requisiscono “”una sciabola, un centurino (?), un gabbano e poche munizioni delle quali fu rilasciata regolare quietanza  firmata da “Giuseppe Nathan, capo-banda repubblicano””.
Ma, a questo punto, si scatena la reazione italiana: le guardie doganali, rientrate nella loro caserma e constatato il furto, si lanciano  alla ricerca della banda, allarmando nel contempo l’esercito che invia sul posto la 9a e la  10a compagnia della divisione militare di Milano per collaborare alla caccia.
La spedizione si trasforma allora in una marcia disperata per sottrarsi alla cattura dell’esercito italiano.
Perciò da Cusino  si dirige verso nord, sui monti sovrastanti il lago di Como dai quali discende poi  sulla  riva occidentale del lago all’altezza circa di Dongo (un nome che risuonerà tragicamente nella storia italiana 75 anni dopo!) ove,  impossessatasi di alcune barche, lo attraversano  sbarcando sulla riva opposta presso Bellano ove avviene un breve scontro con i carabinieri che li attendono al varco, dopo di che cerca di raggiungere Colico. Respinta, la banda decide di rifugiarsi i sul monte Legnone – quota m.2600 - ove,  resasi conto di non poter sfuggire alla caccia dell’esercito italiano, e, in tal caso, di subirne le dure conseguenze, decide di  muovere verso il confine del Cantone dei Grigioni ove, passata la frontiera il 2 giugno 1870, viene arrestata, disarmata, imprigionata e sottoposta a processo. Grazie alle leggi svizzere assai  meno severe di quelle italiane, essa non è ritenuta  passibile di condanna penale, ed il giudizio si conclude  con l’espulsione dalla Confederazione Svizzera di tutti  i  suoi componenti, a cominciare dal capo-banda.
L’avventura, male organizzata, che non aveva raggiunto i suoi scopi in quanto gli abitanti delle terre italiane attraversate  avevano, come in altri casi analoghi,  accolto freddamente gli insorti senza manifestare quella solidarietà che gli organizzatori si erano prefissi e si   attendevano, era dunque durata sei soli giorni: iniziata il  28 maggio 1870 si era infatti  conclusa il 2 giugno successivo nelle prigioni svizzere.
 Val la pena di rilevare che, invece, a detta dell’autore del libro, gli svizzeri dimostrarono una certa compiacenza verso quegli esuli italiani  fra i quali, commentavano, erano persone importanti (“Nathan, un  conte Bolognini ed altri italiani anche Signori”) che alcuni scambiarono addirittura per emuli di Garibaldi che anche nella confederazione elvetica suscitava grande ammirazione.  
L’audace,  fallimentare impresa della “Banda Nathan” ebbe  strascichi sia in Italia che nella Svizzera.
L’ Italia, infatti,   criticò aspramente la condiscendenza della Svizzera nei confronti dei patrioti italiani esuli nel suo territorio -   soprattutto a Lugano considerata covo di pensieri rivoluzionari - e vi fu addirittura chi pensò (ma non se ne fece nulla) di imporre al Canton Ticino un blocco economico per convincerlo ad una maggiore vigilanza nei loro confronti.
Ma il tentativo della “Banda Nathan” creò  dibattito e polemica anche all’interno della stessa Confederazione, fra il governo federale e quello cantonale.
Il primo, infatti, per fronteggiare la minaccia costituita dalla “Banda Nathan” (la cui pericolosità era stata evidentemente sopravvalutata), aveva spostato sul confine italo-elvetico alcune compagnie dell’esercito, ed ora pretendeva dal governo cantonale, al quale addebitava  la colpa di non aver ben vigilato  sull’attività degli esuli Italiani nel Canton Ticino,  il rimborso delle spese sostenute per la loro movimentazione.
Alla fine il governo cantonale risultò soccombente, e gli toccò farsi carico delle spese sostenute dal governo centrale per il trasferimento  delle truppe nel suo territorio.
Una lezione di buona amministrazione della quale non sarebbe male se noi italiani tenessimo il debito conto.
                                                                                                              Giovanni  Zannini

martedì 6 novembre 2012

RACCOMANDAZIONI: ANCHE IL MARCHESE DI CAVOUR LE CHIEDEVA

"L'Illustrazione Italiana" N.10 del 11-3-1877 con il titolo "Lettere inedite di Carl'Alberto",  dà conto della corrispondenza del principe  resa pubblica da tal commendatore Domenico Berti  (che il giornale ringrazia per il servizio reso agli  studi storici)  dalla quali emergono informazioni e notizie poco note e interessanti .

Carlo Alberto accetta la raccomandazione del padre di Camillo Cavour

Il 9 marzo 1823 il principe  Carlo Alberto scrive al marchese Michele  di Cavour, padre del piccolo Camillo, tredicenne, assicurandolo che appena potrà "fare qualche nomina  nel personale della mia corte,... l'acquisto di quel giovanetto così interessante  e che dà sì grandi speranze di sè avrà per me un doppio prezzo, soprattutto  se posso credere di potervi  mai mostrare, almeno nella persona di vostro figlio,  la riconoscenza che vi devo e l'amicizia che ho per voi".
Ma quale favore aveva chiesto al principe, per il suo Camillo, il marchese di Cavour? Il posto di paggio nella corte principesca, e precisamente il primo, fermo restando che il secondo posto era destinato  al figlio del  conte Sonnaz che pure si era fatto avanti per ottenere al figlio la prestigiosa nomina.
E, a conferma, otto giorni dopo il principe aveva scritto al suo fidatissimo conte d'Auxers, che appoggiava la richiesta del marchese di Cavour, che ""...la prima (nomina - ndr) sarà certo quella  di quel caro Camillo,  così interessante per sè stesso  e a cui sono già così sinceramente affezionato. Ricevetti ultimamente  una lettera di Sonnaz  in cui mi  chiedeva per suo figlio  il secondo posto di paggio; aggiungendo  "quello dopo il piccolo Cavour" "".

Un dramma alla corte del principe

Il 6 ottobre 1822 il principe di Carignano  riferisce,  in una lettera diretta al conte Luigi d'Auxers,  il fatto verificatosi tre settimane prima nella sua residenza di Firenze ove - dopo che il re Carlo Felice aveva sconfessato la  politica del principe nel periodo in cui era stato  suo reggente -  aveva trasferito, praticamente in esilio,  la sua corte.
Era dunque accaduto che tre settimane prima, una domenica,  fra le 11 e mezzanotte, la nutrice madama Teresa Giannotti-Rasca che stava vigilando sul sonno del figlio del principe, Vittorio (il futuro Vittorio Emanuele 2°), essendosi chinata con un lume in mano per cercare qualcosa attorno al letto del bambino, aveva dato fuoco alla zanzariera ed in breve le fiamme erano divampate. La donna, "non pensando che a salvare il bambino, e dimenticando sè stessa,  prese Vittorio  e lo portò in mezzo la camera gettandogli addosso tutta l'acqua che potè trovare:  e solo dopo che il fuoco che avvolgeva il bambino era stato spento, si precipitò nella stanze vicine, con gli  abiti in fiamme, a chiedere aiuto. Il bambino se la cavò "con una mano assai offesa  e tutto il lato sinistro del corpo che fu intaccato,...e un po' di febbre": ma, sottolinea il padre, "egli soffre con gran coraggio".
Male andò invece alla povera donna che   ustionata orribilmente in tutto il corpo morì tra inennarrabili sofferenze. Il principe si esprime con parole di viva riconoscenza per la donna che gli ha salvato il figlio, e  scrive che "avrò almeno la consolazione di benedire il santo suo nome in mezzo alle tribolazioni; chè  Vittorio, per una vera grazia del Signore, è quasi interamente guarito , esce di già a comincia  a servirsi abbastanza bene della mano".  


Un unico desiderio: guadagnarsi  il Paradiso


Le lettere che Carlo Alberto scrive al fidato amico conte d'Auxeres da Firenze sono una conferma dei pensieri  che turbinano nella sua mente, dei suoi dubbi,  delle considerazioni sul passato e delle previsioni per il futuro che gli valsero il noto appellativo di "Italo Amleto". Persino, la tentazione, respinta,  del suicidio che pare emergere  dalla sua 19 settembre 1822 allorchè scrive che "mi vengono tante tristi idee  che la mia testa si confonde".
Ma su questa corrispondenza  aleggia un profondo senso religioso che gli fa sopportare, senza lamentarsi, le sofferenze passate, e la rassegnazione per il futuro: "la volontà di Dio" scrive "  si compia in tutto e per tutto".
E, confessa il  5 ottobre 1822,  "non ho altri desideri  che quello di guadagnarmi un giorno il Paradiso e di confermarmi quaggiù  la stima d'un piccol numero d'amici come voi...".
Epperò, prosegue, "qualunque cosa possa capitarmi,  saprò prendere il mio partito  colla fermezza d'un uomo che non  agisce se non con viste superiori e che conosce il mondo per un tirocinio  che credo abbastanza severo...".
                                                                      ................

"Non è vero" conclude l'ignoto articolista dell' Illustrazione Italiana di tanti anni fa " che da queste lettere si lumeggi un po' meglio  e in modo particolare la misteriosa figura del grande esule d'Oporto?".
E  noi concordiamo con  lui.

                                                                                   Giovanni  Zannini  


martedì 30 ottobre 2012

PROFESSIONE "TESTIMONIAL"


                                                                                                    
RACCONTO                               

“E’ inutile far prediche ai ragazzi – pensava l’ottimo prof.Claudio Lacognata, Preside dell’Istituto Tecnico “Ennio Fermo” - quelli vogliono fatti, e non parole,  la realtà  la vogliono vedere in faccia, toccarla, e non  sentirne parlare : solo allora si convincono, e così la lezione  ottiene il risultato desiderato dall’educatore.  Non dunque, raccomandare di non drogarsi, ma far loro vedere come si riducono quelli che la usano; non dirgli di non correre troppo  col motorino, ma metterli di fronte a loro coetanei   finiti in carrozzina, e così via”.  Ma gli ostacoli per realizzare tale tipo di didattica, si rammaricava, sono molti: anzitutto la “privacy”, per cui, soprattutto se minore,  non si può mostrare un minore drogato o che completamente sbronzo ha tentato di violentare la sua ragazza; e poi la naturale (e comprensibile) ritrosia della gente che ha avuto i  guai suoi a mostrare  in pubblico   moncherini  o  facce  sfigurate. Che fare, allora?
 Una sera, assistendo ad uno spettacolo di beneficenza, il prof.Lacognata fu colpito dalla straordinaria capacità di un giovane imitatore di trasformarsi nei  personaggi  più svariati e pure di assumere sembianze femminili così convincenti  che, se non lo avesse saputo, a qualcuno sarebbe venuta la voglia di dargli un pizzicotto sul fondo schiena.
Alla fine dello spettacolo  il professore  avvicinò il giovane Totò  Salvalommo, diciottenne napoletano disoccupato,  per complimentarsi con lui, e quello  non si lasciò scappare l’occasione di chiedergli  se non avesse qualche lavoretto da fargli fare  per  raggranellare quattro soldi.
 A questo punto il fine cervello  del prof.Lacognata s’illuminò.
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Preoccupato per il ripetersi di cadute in motorino con  gravi  conseguenze per i suoi alunni,   il Preside  li riunì un giorno  in Aula Magna sul cui palcoscenico apparve un ragazzo senza un braccio, privo di un piede, una benda alla Daian per coprire l’orbita priva dell’occhio destro,  il volto sfregiato  da un’ orribile  cicatrice, che si trascinava penosamente su di una carrozzina.
Il ragazzo, con voce lamentosa, dopo aver raccontato di esser divenuto  un rudere umano  a causa di una sbandata in curva con il motorino per eccesso di velocità e successiva rovinosa  caduta,  concluse raccomandando a tutti la massima prudenza per evitare di ridursi come lui.
Impressionati  da quello  spettacolo  angoscioso, gli alunni del “Fermo”  accolsero la raccomandazione  e da quel giorno non si verificarono più fra essi rovinose cadute in motorino.
E  allorchè apprese che un’alunna del suo istituto era scampata ad un bruto desideroso di goderne le forme  appetitose anche se , per la verità,  un po’ troppo  generosamente esibite, il prof.Lacognata decise di applicare anche in quel caso la nota ricetta, ed eccoci nell’Aula Magna per la solita assemblea plenaria ove avviene un fatto incredibile.
Accolta dai fischi e dagli applausi entusiastici  dei maschietti increduli che l’austero Preside avesse deciso di  offrir loro uno spettacolo così audace, ecco apparire sul palco una bella ragazzina con indosso una gonnellina ascellare ed una maglietta con una scollatura che le arriva all’ombelico.                
Ristabilita la calma, la fanciulla prende a raccontare  la sua terribile avventura, l’aggressione subita da uno stupratore, la bestialità dell’uomo , i momenti di terrore vissuti ed il ricordo  che le aveva  fatto perdere il sonno e l’appetito:  riconoscendo però  che un po’ di colpa  era anche sua, perché si era resa conto che vestendosi  in un certo modo,   si risvegliano i più bassi istinti degli uomini che a quel punto combinano quello che era toccato a lei.
Quindi concluse,  rivolta alle alunne , che non c’è bisogno  di  vestirsi  come  monache,  ma neppure è il caso di sbattere le loro cose carine in faccia agli uomini e poi lamentarsi  quando quelli vanno fuori di testa.
Anche quella volta la lezione servì, perché da allora le alunne del “Fermo” si coprirono maggiormente ed in tal modo  fattacci del genere di quello toccato  alla loro imprudente compagna non ne capitarono più.
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Inutile dire che il paralitico in carrozzella e la fanciulla aggredita dal  bruto erano una stessa persona, e precisamente il  giovane  Totò Salvalommo che, dietro suggerimento del prof.Lacognata, aveva messo a frutto le sue innate capacità di trasformista, e che, in caso di bisogno veniva da lui  convocato,  guadagnandosi  in tal modo un congruo  onorario.
Ma i colleghi del Preside del “Fermo”, ammirati per i successi pedagogici da lui ottenuti, vollero  sapere come c’era riuscito, ed egli, con la massima riservatezza,  svelò  il suo segreto cosicchè, da allora,  il  Totò Salvalommo  venne sommerso dalle   richieste di Presidi di ogni parte d’Italia che chiedevano il suo intervento pedagogico.
Munito di  ricca Mercedes sulla quale aveva raccolto tutto l’armamentario necessario per le sue trasformazioni,  percorreva  la penisola da nord a sud, da est a ovest divenendo di volta in volta ex carcerato per raccomandare ai giovani il rispetto della proprietà;  prostituta per dimostrare la tristezza della vita da “escort”;  e poi  vittima del gioco d’azzardo , commerciante fallito per aver imbrogliato i clienti, marito finito in miseria per aver fatto le corna  alla moglie ed essersi dato  ai bagordi, e così via.
Ai Presidi cui, su loro richiesta, si presentava, esibiva, come riconoscimento, un biglietto da visita con la scritta “Testimonial  Pedagogo”.
Fece, in tal modo, un sacco di soldi, ma finì male.
Tradito dalle sue multiformi trasformazioni e dai troppi quattrini,   entrò in confusione non riuscendo  più a distinguere se quello che andava simulando era cosa da fare o da evitare.
Sposatosi, riempì di corna la moglie; pieno di soldi, s’imbarcò in  speculazioni sbagliate; poi  si diede al gioco d’azzardo,  finendo peggio;  per dimenticare cominciò  a bere finchè  una notte, ubriaco fradicio, finì con la sua Mercedes contro un platano e rimase secco sul colpo.
Ora, non so se ce ne siano altri: sono però portato a credere che, a tutt’oggi,   il fu Totò Salvalommo sia rimasto l’unico “Testimonial Pedagogo” mai esistito al  mondo.    Giovanni  Zannini
                                                                                                                 

PERCHE' TALVOLTA IL "MALE" VINCE SUL "BENE"


RACCONTO

Anche  fare il Padreterno, checché se ne dica,  è fatica: se crea pensieri e preoccupazioni  far andare avanti una grande industria, pensate come dev’esser difficile far funzionare bene quell’ enorme  azienda che è il mondo intero.
Così, anche Lui ha il diritto, ogni tanto,  di riposarsi  , come fece, ad esempio, come dicono  le Scritture  (……”il settimo giorno si riposò”…..) dopo la faticaccia della creazione del mondo: e, quando può, il  divertimento  preferito è quello di assistere ad una partita  purchè   ben giocata, perchè Lui s’intende anche di  calcio.
Ma anche in quella occasione,  una volta,  Gli  toccò scervellarsi per  risolvere un grosso problema.
La partita fra il  “Forza Legnanego ” e  l’ “Avanti  Montebasso” era stata  bella,  Lui si era proprio  divertito ed  a pochi minuti dalla fine il punteggio era  in perfetta parità, 2 a 2.
Ma un fallo in area compiuto da un difensore del  Legnanego  aveva indotto  l’arbitro, inflessibile,   a decretare un sacrosanto rigore contro di  lui.
L’allenatore del  Montebasso non ha dubbi: il miglior rigorista di cui dispone è  il Carletto Trepalle, terzino di spinta, e lo chiama.
Carletto si avanza pensoso, teso, pallidissimo, conscio della responsabilità affidatagli e, raggiunto il dischetto,  si inginocchia alzando le braccia al cielo: lo sguardo ,  intenso, scruta l’azzurro mentre le labbra compiono un leggero movimento  che gli specialisti del linguaggio labiale leggono come un’invocazione: “Signore, aiutami!”
Da parte sua il portiere   del Legnanego,   Gioachino Paratutto,  in piedi, eretto, immobile, freddo, al centro della porta, anch’esso con lo sguardo rivolto verso l’alto, compie per ben tre volte un vistoso  segno di croce ed alla fine lancia in cielo,  facendolo ben schioccare, il bacio regolamentare  colmo di   affetto  e di speranza.
E’ chiaro che ciascuno dei due chiede il Suo intervento, ma Lui  non sa che pesci pigliare.
Incarica allora i suoi servizi informazione di accertare con la massima celerità quale  sia quello  più meritevole , ed  il responso dei servizi  Gli  offre in un battibaleno un chiaro quadro della situazione  che non Lo toglie, però, dal suo imbarazzo.
 Il rigorista Carletto Trepalle, 20 anni,  è un fior di ragazzo di ottimi principi, praticante, fa  dottrina ai bambini della prima comunione,  è onesto, studioso, dedito al volontariato, raccoglie le elemosine in chiesa,  con le ragazze è cordiale, simpatico, allegro, ma fermi là.
Il portiere Gioachino Paratutto,  anni 29, buon lavoratore, è sposato, 5 figli, fedele alla moglie - alla quale non ha mai fatto neppure  mezzo corno -  canta nel coro della parrocchia, fa carità, prega molto ed osserva con scrupolo tutti i 10 comandamenti.
Insomma, due santi, ma quale preferire? S.Pietro, Suo consigliere di fiducia,  Gli propone un  piano che, approvato,  scatta immediatamente.
Improvvisamente,   il rigorista Carletto, sempre più emozionato,  cede alla tensione e si accascia, svenuto: viene portato fuori barellato ed allora  l’allenatore chiama a sostituirlo il centrocampista Giacomo Granpiede.
L’aspetto non promette niente di buono sul piano etico:  si fa avanti  saltellando in bello stile, borioso , con l’aria di dire :” Mò vi faccio vedere io!” ; i capelli gli pendono da ogni parte; ciancica sgangheratamente gomma americana; ostenta muscoli gonfiati e lancia, con i suoi occhi grigiastri, lampi carichi di libidine verso una biondona  che siede  in tribuna, da tempo oggetto della  sua  concupiscenza.
Una rapidissima indagine dei servizi conferma quanto è evidente a prima vista:  come centrocampista, mica male, ma , per il resto,  gran puttaniere, si sbronza,  bestemmiatore incallito,  ostile alla Trinità, voglia di lavorare nessuna,  e pure  qualche spinello.
 A questo punto,  Lui non ha più dubbi :  la partita verrà vinta dal “Legnanego”  per merito delle specchiate virtù del suo portiere Gioachino Paratutto.
Ma il perverso centrocampista  Giacomo Granpiede,  giunto, dopo breve rincorsa,  sulla sfera,  le dà una botta che avrebbe perforato la corazza di un carrarmato,  scagliandola sull’incrocio dei pali alla destra del casto  portiere Gioachino Paratutto che -  incredibile!, no! non è possibile!  -  contro ogni legittima attesa e nonostante un perfetto volo d’angelo non può evitare che il pallone si insacchi scuotendo  violentemente la rete della  sua porta .
Lo sdegno, lo sgomento e l’ira s’ impadroniscono  degli ultras  de l  ”Forza Legnanego” che cominciano a mugugnare e ad avanzare  seri dubbi sulla Giustizia Divina, con commenti  sui quali è meglio sorvolare.
Ma com’era potuto accadere un fatto così grave? Quel Giacomo Granpiede,  peccatore incallito,  uomo dissoluto, che ha la meglio su quel sant’uomo di Gioachino Paratutto? 
Ecco cos’era successo.
Nello stesso momento in cui il Granpiede  aveva preso la rincorsa per calciare,  Lui era stato richiesto di intervenire   per sedare una grave rivoluzione scoppiata in Guatemala  dove si erano messi  a spararsi dietro con morti e feriti, e perciò si era spostato nella sala comando emergenze.  
Ma quando poi, dopo aver sistemato  il Guatemala,  Lui era tornato  in sala TV e si era reso conto di quello che, in sua assenza, era successo,  si era arrabbiato, e come: perché è vero che, come sta scritto, è “lento all’ira”,  ma quando Gli scappa la pazienza, son dolori.               
“Insomma – era sbottato –,  possibile che debba pensare a tutto io? Non potevate, che so ,  far ingamberare quel farabutto  del  Granpiede, fargli venire un giramento di testa,  un  improvviso disturbo intestinale, un crampo maligno o qualche altro accidente,  in modo da evitare questo scandalo?”.
Diversi  consiglieri e  assistenti, dopo quella lavata di capo,  con le orecchie basse, ci rimisero il posto, ma ormai l’arbitro  aveva segnato sul suo tacquino l’esito del rigore,  il tempo era scaduto, e così non ci fu più nulla da fare.
Fu così che  il “Forza Legnanego ”,  la squadra dell’angelico portiere Gioachino Paratutto  aveva perso contro l’ “Avanti Montebasso” del malefico centrocampista Giacomo Granpiede: e, quella volta, purtroppo,  il Male aveva prevalso sul Bene.
Certo, la gente certe cose non le sa, e brontola.
Ma quando succedono, non è per colpa Sua, è che è troppo occupato, ha troppe cosa per la testa da mettere a posto, tutti  Lo tirano per la giacca, pretendono grazie e miracoli: e allora Lui, qualche volta,  si distrae o si dimentica , e il Diavolo, quel maledetto,  sempre in agguato, ne approfitta, e ci mette la coda.                                                                                            Giovanni  Zannini
                                          

domenica 28 ottobre 2012

L'uomo e la BESTIA



RACCONTO

“No, uomo, non mi avrai, non mi avrai..., non... mi avrai..., non...mi...avrai...”.
Il capriolo si trascinava penosamente , con il cuore che scoppiava, cadendo, rialzandosi, sbatacchiando a destra ed a manca contro i tronchi ed i bassi rami della boscaglia tante volte percorsa agile e scattante, pieno di quella vita che il piombo gli andava rubando; che toglieva, lentamente, la luce dai suoi occhi; che faceva colare a terra, dallo squarcio sul collo, il suo giovane sangue.
No, il suo corpo non sarebbe finito su mense traboccanti di vini, fra cantori ebbri e volgari; la sua gola non avrebbe sentito il freddo della lama che gli toglieva quel resto di vita che gli era rimasta addosso; il suo bel capo non avrebbe ornato la casa di chi non di fiori, di quadri o di specchi ama abbellirla, ma dei crani delle sue prede; ed il carnefice non avrebbe ostentato, a guisa di trofeo, il sangue della vittima schizzato sul fustagno della sua casacca.
E passo dopo passo, vincendo il dolore lancinante e la tentazione di arrendersi , di buttarsi a terra e di non pensare più a nulla in attesa del colpo di grazia, la meta si avvicinava: ancora pochi metri e ce l’avrebbe fatta.
Giunto sul ciglio della “Busa fonda” si fermò un attimo reggendosi, con uno sforzo supremo, sulle quattro zampe, a respirare, avidamente, per l’ultima volta l’aria pura dei suoi monti: poi si lasciò andare librandosi per un attimo, assaporando l’ebbrezza del volo, prima di toccare il fondo dell’abisso.
   
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“Ti fermerai, brutta bestia, non puoi farcela ancora per molto” pensava l’uomo mentre arrancava, sbuffando, sulla montagna, seguendo le tracce di sangue del capriolo che si facevano sempre più larghe.
Quella volta non gli era sfuggito: dopo essere stato più volte beffato dall’animale che pareva farsi gioco di lui, l’aveva infine sorpreso nell’attimo in cui, forse per eccesso di sicurezza (o per sfida?) aveva lasciato il bosco percorrendo un breve tratto di radura, allo scoperto: e ciò era bastato perché il vecchio cacciatore andasse a segno, ma non tanto da farlo stramazzare.
Così, l’inseguimento fra l’animale ferito e l’uomo era iniziato: e quando, fattosi più rado il bosco la vide sul ciglio del precipizio, il cacciatore, stremato e ansimante, non ce la fece a puntarla, per finirla, che già la bestia era scomparsa.
“Maledizione” pensò l’inseguitore “e mò chi lo piglia?”.
Il burrone che tagliava in due la montagna era stato formato dal torrente che ora scorreva sul fondo: nei secoli, la costanza dell’ acqua aveva avuto la meglio sulla roccia, e le due pareti si elevavano ora, alte e ripide, per un centinaio di metri.
L’uomo si affacciò sul baratro  e vide, là sotto, l’animale privo di vita.
“Bella bestia” pensò, “venti chili di carne tenera, peccato perderla”.
Così, decise che avrebbe percorso il ripido sentiero scavato nella parete e, arrivato in fondo, caricata la preda sulle spalle, avrebbe seguito il corso del torrente fino alla strada e poco dopo sarebbe arrivato a casa.
Iniziò la discesa ma, giunto nel punto ove il sentiero era più ripido uno spuntone di roccia al quale si era aggrappato cedette, e fu un gran volo.
Ebbe la sensazione che non fosse lui ad avvicinarsi velocemente a terra,  ma che fosse questa ad elevarsi, repentinamente, fino a lui: e giacque, con il cranio spaccato, a pochi metri dal capriolo.
Non morì subito: ebbe il tempo di guardarlo e di pensare che, alla fine, a farci una bella figura era proprio quella bestia nobile e fiera anche nella morte, il cui sangue, colato dalla ferita, lo rendeva simile ad un eroe caduto in battaglia.
Lui, invece, si trovava lì con mezzo cervello fuori, le gambe disarticolate scompostamente e le braccia distese come  un Cristo in croce.
Pensò che quello aveva fatto una bella morte mentre di lui si sarebbe ricordato che era stato tratto in inganno da una pietra traditrice: e qualcuno, chissà, avrebbe pure detto che ci poteva stare più attento.
E tirando l’ultimo respiro, si rese conto di invidiarla, quella Bestia morta per salvare la sua dignità, mentre lui ci aveva lasciato ingloriosamente la pelle per venti chili di carne tenera.                                         Giovanni Zannini


martedì 16 ottobre 2012

UN SUGGERIMENTO AI GOLIARDI PADOVANI


Diciamo la verità, oramai comincia a stufare. Cosa? Ma quell’inno goliardico che invade la città per festeggiare gli studenti che hanno superato l’esame di laurea e che possono quindi fregiarsi del faticato “dott”.
Non tanto per quella che un tempo era una parolaccia, e che è il filo conduttore dell’inno. Ormai  quel particolare anatomico campeggia oggi sulla stampa, viene  esaltato in televisione, echeggia dalle trasmissioni radiofoniche, trionfa nell’arte, e promana ormai disinvoltamente  dalle bocche di politici, artisti, giornalisti, insegnanti, uomini e donne,  comprese le  boccucce di fanciulle disinibite e liberali. 
Qui non si auspica una  moralità da puritani o da vecchi bacchettoni, ma  un po’ di  novità, d’inventiva e di fantasia, questo si. E allora: non si fa oggi un gran parlare di mutamento,  di riformare, d’ innovare? E dunque su,  coraggio, ragazzi,  fate appello alla freschezza del vostro cervello, magari fate un concorso per creare“testi” nuovi,  intelligenti e scanzonati , cantabili  dai genitori, dagli zii e, per chi ha la fortuna di averli,  anche dai nonni che oggi assistono invece in disparte, piuttosto perplessi  ed evidentemente  sorpresi, con i sorrisi tirati di chi non sa che faccia fare, ai ripetuti, monotoni cori di figli e nipoti, maschi o femmine che siano.
Intendiamoci, l’aria va bene  ed invita al  canto anche chi ha  poca voce o è, addirittura, stonato: ma al testo una ripassatina ci vorrebbe proprio o, quanto meno, sarebbe auspicabile  una gamma di ritornelli arguti  e spiritosi da alternare con  quello  - stantio e francamente   noioso - tuttora in corso.
Un esempio? Uno studente ha proposto un :“ Dotore, dotore, s’è l’ora de ndar lavorar, per magnar, per magnar!”
Un altro, uno stentoreo “Dotore, dotore,  de ombre te devi imbriagar, col pital, col pital!”.
Certo, non sono   capolavori,  ma per dare inizio ad una nuova era per dimostrare che i  goliardi padovani, anche in materia di   canzonette ,  ci sanno fare,  pensiamo che, tanto per cominciare,  potrebbero  anche andar bene. 
                                                                                      Giovanni  Zannini

"APPARIZIONI" O "VISIONI"?

E' un errore definire "Apparizioni" quelle che in effetti sono "Visioni", ossia le affermazioni di quanti sostengono di "vedere" prodigiosamente figure religiosamente importanti  e  in particolare, fra i cattolici, la Madonna, la Madre di Gesù.
E dunque,  Lourdes,  Fatima e, per venire ai nostri giorni,  Medjugorie,  non sono luoghi  in cui si sia verificata una vera "apparizione"della Madonna attestata da testimoni e da prove inconfutabili: ma quelli in cui  alcune persone  hanno affermato e tuttora affermano di vedere la Madonna e di ascoltarne la parola.  
Oltretutto,  persone spesso in giovanissima età, che dovrebbero essere dotate di capacità mnemoniche eccezionali, in grado di ricordare  punto per punto le parole ed i messaggi,  spesso lunghi e talora complessi, che essi affermano di aver udito dalla voce stessa della Madonna.
E pare francamente strano che chi si permette di avanzare dubbi sulla loro credibilità sia tacciato di miscredente o di carenza di Fede.
Perchè, anzi, costoro dimostrano di  credere nella religione cattolica anche senza sentire il bisogno di toccare con mano fatti prodigiosi e soprannaturali che ne confermino la verità e la santità.
E' naturale che  le affermazioni dei  cosiddetti "veggenti" siano facilmente recepiti dalla cosiddetta religiosità popolare,  ma crea qualche perplessità il fatto che esse trovino qualche accoglienza anche in ambienti cattolici maggiormente acculturati.
In grado di chiedersi, ad esempio, se siano credibili gli appuntamenti ed i successivi colloqui con la Santa Madre di Dio affermati dai "veggenti" di Medjugorie, così calendarizzati: Vicka Ivankovic Mijatovic, Marija Pavlovic Lunetti e Ivan Dragicevich, apparizioni quotidiane; Ivanka Ivankovic Elez, una volta l'anno, il 24 giugno; Mirjana Dragicevich Soldo, ogni secondo giorno del mese; Jakov Colo, una volta l'anno a Natale.
Se poi aggiungiamo che nel 1985 l'allora Cardinale Ratzinger, capo della Congregazione per la dottrina della Chiesa, proibì i pellegrinaggi ufficiali , lasciando libere solo le visite in forma privata (e, cionostante, nelle parrocchie si organizzano i pellegrinaggi) ; che lo stesso, divenuto Papa, ha ridotto allo stato laicale  frà Tomislav Vlasic, "leader" (diciamo così) dei sostenitori dei fenomeni di Medjugorie al quale sono state elevate accuse di divulgazione di dubbie dottrine, manipolazione delle coscienze, sospetto misticismo, disobbedienza ad ordini legittimamente impartiti,  ed addebiti "contra sextum"     (ossia contro il sesto comandamento) per cui è stato espulso dall'Ordine francescano e che, infine,  è attualmente al lavoro  una Commissione  internazionale d'inchiesta istituita presso la Congregazione per la dottrina della Chiesa presieduta dal Card. Ruini avente l'incarico di studiare la soprannaturalità o meno dei fenomeni, e di riferire alla Congregazione e poi al Papa che  adotterà le decisioni del caso, occorre allora chiedersi se da parte di certi ambienti cattolici non sia auspicabile una maggiore prudenza.
Certo, il compito della Congregazione della fede  è difficile ed estremamente delicato dovendo essa dare risposta ad un inquietante quesito: come la Chiesa debba comportarsi  di fronte  a fenomeni asseriti sovrannaturali che producono innegabili frutti   positivi dal punto di vista spirituale  (preghiera intensa,  conversioni innumerevoli,  diffusione del cattolicesimo  grazie all'afflusso di pellegrini di ogni nazionalità) qualora venga accertata  l'inesistenza dei fenomeni stessi.
Ecco perchè l'attesa di conoscere come la Chiesa, nella sua saggezza,  saprà risolvere il difficile problema, sale.                              
                                                                                      Giovanni Zannini







giovedì 11 ottobre 2012

Assolta l'ambulanza - MUSSOLINI PRIGIONIERO ANOMALO


Si ritiene normalmente  che Mussolini, dopo la drammatica seduta del 25 luglio 1943 e le dimissioni, il successivo giorno 26,  nelle mani del re,  sia stato prigioniero, nel senso comune della parola,  del nuovo governo Badoglio e sottoposto a regime carcerario: ma, stando a quanto scritto dallo stesso Mussolini nelle sue memorie, non fu affatto così.
Quanto avvenuto dall’ottobre 1942 al settembre 1943 è infatti rievocato  in una serie di articoli apparsi sul Corriere della Sera in 19 puntate non consecutive dal n.151 del 24 giugno 1944 al n.171  del 18 luglio dello stesso anno, nei  quali   un autore anonimo racconta le vicende storiche di quel periodo e quanto  accaduto in tal periodo all’ex duce. Solo nell’ultima puntata si rivela  che autore ne è lo stesso Mussolini, e la serie di articoli viene raccolta in un opuscolo intitolato “Il tempo del bastone e della carota” pubblicato il 9 agosto 1944 come supplemento al n.190 del Corriere.  
 Da esso risulta che il passaggio dal governo Mussolini al Governo Badoglio realizzato dal re in base ai poteri derivantigli  dallo Statuto  - che sopravvisse durante tutto il ventennio - avvenne in maniera corretta dal punto di vista costituzionale.
Nessun arresto, dunque: la famosa ambulanza sulla quale egli venne caricato all’uscita dal colloquio con il re,  fin qui considerata dai più simbolo di tradimento e di inganno, viene invece, per così  dire,  assolta dallo stesso ex duce, che la considera  una “attenzione”del re per proteggerlo da una reazione  popolare che avrebbe potuto porre in pericolo la sua vita.
E nessuna protesta   da parte di Mussolini: anzi!. 
I messaggi, più sotto riportati,   fra l’ex Presidente del Consiglio Mussolini dopo la sua destituzione, ed il nuovo Presidente del Consiglio Badoglio furono  corretti per non dire cerimoniosi: addirittura, l’ex duce ringrazia Badoglio  per  le attenzioni ricevute,  lo assicura che non gli creerà alcuna difficoltà,  gli offre la sua collaborazione e conferma  la sua fedeltà al re.
Infatti l’ex duce nel libro citato  racconta  che il 26 luglio, alle ore una (ma avrebbe dovuto scrivere “27 luglio alle ore una” – ndr) mentre si trovava nella caserma della Scuola  allievi carabinieri di Roma nella quale era stato scaricato dalla nota  ambulanza, ricevette da Badoglio un messaggio indirizzato “al Cavaliere Sig. Benito Mussolini” del seguente tenore: ”Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini. Il sottoscritto Capo del Governo tiene a far sapere a V.E. che quanto è stato eseguito nei  Vostri riguardi è unicamente dovuto al Vostro personale interesse essendo giunte da più parti  precise segnalazioni di un serio  complotto contro la Vostra Persona. Spiacente di questo, tende a farVi sapere che è pronto a dare ordini   per il Vs. sicuro accompagnamento, con i dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare. Il Capo del Governo : Maresciallo d’Italia Badoglio”.       
Ed ecco la risposta : “26 luglio 1943 – ore una (ma vedasi la nota più sopra). 1° - desidero ringraziare il Maresciallo d’Italia  Badoglio per le attenzioni  che ha voluto riservare alla mia persona.  2° - Unica residenza di cui posso disporre è la Rocca delle Caminate dove sono disposto a trasferirmi in qualsiasi momento. 3°  -  Desidero assicurare il Maresciallo Badoglio  anche in ricordo del lavoro in comune svolto  in altri tempi che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione. 4° - Sono contento della decisione presa di continuare la guerra con gli alleati così come l’onore e gli interessi della patria in questo momento esigono e faccio voti che il successo coroni il grave compito al quale  il Maresciallo Badoglio si accinge in nome e per conto di S.M. il Re del quale durante 21 anni  sono stato leale servitore e tale rimango. Viva l’Italia!”.
Certo stupisce che Mussolini   dichiari di essere disposto a collaborare con Badoglio, perché analoga offerta  di collaborazione rilasciata da Achille Starace allo stesso  Badoglio fu poi giudicata dai repubblichini della  Repubblica Sociale Italiana così grave, da metterlo al bando del nuovo regime facendolo decadere da ogni onore,  e  riducendolo in miseria fino a che venne poi   fucilato dai partigiani a Piazzale Loreto il 29 aprile 1943 sotto i cadaveri appesi di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi.

Ma torniamo ai successivi trasferimenti per mare che Mussolini non considerò  inizialmente  la traduzione di un detenuto, sibbene  precauzioni   atte a salvaguardare la sua incolumità personale. Fu lui stesso, infatti, a  coniare la  singolare definizione dello  stato giuridico in cui si trovava:” Ex capo del governo in stato di arresto protettivo contro la furia popolare”.
Sta di fatto che  dopo aver lasciato la caserma degli allievi carabinieri, invece che alla Rocca delle Caminate come da lui desiderato, evidentemente ritenuta  non sufficientemente sicura, l’ex duce fu  imbarcato a Gaeta sulla corvetta “Persefone” con la quale l’ammiraglio Maugeri,  privo di ordini sul da farsi, vagolò per mezzo mar Tirreno in cerca di un luogo sicuro ove custodirlo.           
Ventotene, Ponza, La Maddalena furono le tappe del pellegrinaggio prima di arrivare alla meta che alla fine i suoi custodi avevano individuato: il Gran Sasso d’Italia evidentemente ritenuto inattaccabile e di massima sicurezza.
Durante tali spostamenti fu consentito a Mussolini di mantenere contatti non solo con la moglie  Rachele che gli fece pervenire un pacco di indumenti e qualche libro, ma anche con personalità civili e militari, non solo italiane, ma anche tedesche che da (tuttora) alleati gli  manifestarono la loro solidarietà.
A Ponza, ove Mussolini il giorno 29 luglio 1943  aveva compiuto 60 anni, gli fu consegnato il seguente telegramma di Hermann Goering: “ Duce, mia moglie ed io vi mandiamo in questo giorno i nostri più fervidi auguri.
Se le circostanze mi hanno impedito di venire a Roma come mi proponevo per offrirvi insieme coi miei voti augurali un busto di Federico il Grande, più cordiali ancora sono i sentimenti della mia piena solidarietà e fraterna amicizia che vi esprimo in questo giorno. La vostra opera di uomo di Stato rimane nella storia dei nostri due popoli i quali sono destinati a marciare verso un comune destino. Desidero dirvi che i nostri pensieri  vi seguono costantemente. Voglio ringraziarvi per l’ospitalità gentile che mi offriste altra volta e mi  proclamo ancora una volta, con incrollabile fede, Vostro Goering.”.
Nella medesima occasione   gli fu fatto pervenire “il dono del Fuhrer, una mirabile  edizione completa delle opere di Nietzsche in 24 volumi con una dedica autografa. Una vera meraviglia dell’editoria tedesca.  Il dono era accompagnato  da una lettera del Maresciallo Kesselring che diceva:”Duce, per incarico del Fuhrer vi rimetto, mediante la benevola intercessione  di S.E.  il Maresciallo d’Italia Badoglio,  il regalo del Fuhrer per il Vostro compleanno. Il Fuhrer si stimerà felice se questa grande opera della letteratura tedesca vi recherà, Duce, un po’ di gioia e se voi vorrete considerarla come espressione del personale attaccamento del Fuhrer. Aggiungo i miei personali ossequi. Feldmaresciallo Kesserling. Quartier generale  7 agosto 1943”.
Ma a  Ponza  si verificò pure una singolare coincidenza: la contemporanea presenza di  Benito Mussolini in stato di “arresto protettivo” , e di Pietro Nenni, antifascista “confinato” nell’isola proprio dal primo allorchè era al potere.  In proposito, Paolo Franchi  nel suo articolo “” “Avanti”, un secolo fra Mussolini e Nenni ”” sul Corriere della Sera del 28-9-2012, riporta il dubbio di Nenni che il suo invio al  “confino” sia stato voluto  proprio dall’ex  duce – e questo gli fa onore - per salvargli   la vita, sottraendolo alla Gestapo che avrebbe voluto ucciderlo, memore  che i due, repubblicano l’uno, socialista rivoluzionario l’altro, avevano nel 1911 condiviso la galera.
Non vi fu incontro fra i due, ma Franchi ritiene che Nenni abbia visto con il binocolo il vecchio compagno - che come lui  era stato  direttore dell’ ”Avanti” -  divenuto  poi  duce del fascismo. 

Intanto la situazione era precipitata: il mattino del 9 settembre 1944 il re aveva lasciato Roma con il suo seguito per raggiungere Brindisi, in Puglia, in quel momento territorio italiano libero sia da alleati che da tedeschi, ed aveva in tal modo assicurato  la continuità   dello Stato italiano.
Ma pur riconoscendo che non di “fuga” si sia trattato, occorre però riconoscere  che l’allontanamento del re da Roma avvenne in maniera disordinata e avventuristica, senza un piano preciso che avrebbe dovuto essere accuratamente  preparato in tempo  cosicchè la confusione fu massima ed il collasso delle strutture civili e militari  inevitabile.
Fra i tanti errori e le tante omissioni commesse dalla Corona e dal suo governo in quella drammatica circostanza,  l’essersi  “dimenticati” di Mussolini che,  in base alle clausole dell’armistizio, doveva essere consegnato agli Alleati, appare, come sottolineato anche dallo storico inglese Denis Mack Smith, grave ed imperdonabile.  Anche se  non  sarebbe stato semplice trascinarsi dietro Mussolini nel drammatico trasferimento:  ma anche quel problema, assieme ai molti altri gravi e difficili di fronte ai quali si trovarono il re e Badoglio,   avrebbe dovuto essere  previsto, affrontato  ed adeguatamente risolto.
Certo, la situazione venutasi a creare tra Italia e Germania,  tuttora alleati,  fu paradossale.
Da una parte l’una, con il pretesto di  proteggerlo, non si voleva far scappare Mussolini anche se non si comprende cosa ne volesse fare.  Forse  giudicarlo,  non si sa dove e quando o, più probabilmente, per poterlo  consegnare agli Alleati che prevedibilmente l’avrebbero preteso, come poi avvenne  nella  realtà con l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Dall’altra i nazisti a caccia  di Mussolini per liberare un  alleato fedele, amico personale di Hitler, ma soprattutto, si ritiene, per poterlo utilizzare nel modo migliore nel loro interesse  in vista di quanto sarebbe poi accaduto, e che accadde (l’armistizio), le cui trattative erano certamente note  ai servizi segreti nazisti.
Insomma, due alleati  che si contendono la stessa preda per scopi diametralmente opposti.
Sta di fatto che nei giorni 9,10, 11 e metà 12 settembre 1943 i custodi di Mussolini, depositari, senza ordini, di un così ingombrante fardello, si trovarono in un comprensibile, drammatico  imbarazzo dal quale,  fortunatamente per loro, li sollevò  un angelone piovuto dal cielo sulle cui ali campeggiava la svastica e  che aveva la grinta del colonnello delle SS Otto Skorzeni.
                                                                                                                                 Giovanni  Zannini
  

sabato 22 settembre 2012

CHE NE FACCIAMO DELL'ART.46?


Ora che tutti parlano di riforma della nostra Costituzione, chi sa che a qualcuno venga la voglia di dare un’occhiata all’art.46 che recita:”Ai fini della elevazione economico-sociale del lavoro ed in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica  riconosce il diritto dei lavoratori  a collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.
L’articolo è forse il più negletto della nostra carta costituzionale, al quale solo pochissimi hanno tentato di por mano in passato.
Nato nel clima ribollente del dopoguerra allorchè  gli  ideali di giustizia sociale  premevano  in maniera non sempre razionale , la prassi legislativa , di fronte alla difficoltà di dargli una pratica attuazione, se ne è disinteressata, lo ha praticamente accantonato e non si è andati al di là di richieste quali  l’obbligo da parte degli imprenditori, di  “informare” e “consultare” i propri dipendenti su determinati argomenti.
Ma se la “partecipazione” intesa nel senso di far collaborare  i dipendenti alla gestione delle imprese (“cogestione”) è stata, almeno in Italia, praticamente abbandonata,  essa è venuta col tempo ad assumere un diverso significato:  “partecipazione” sì, ma agli utili delle aziende.
 L’argomento, caro alla dottrina sociale della Chiesa,   è divenuto d’attualità  negli ultimi tempi come risulta anche dal Libro Bianco “La vita buona nella società attiva” edito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali  ove, considerato che  i lavoratori già partecipano dei profili negativi del rischio d’impresa quando le cosa vanno male, si afferma essere giusto che  essi condividano, mediante il sistema della partecipazione agli utili,   i profili positivi del rischio quando invece, grazie a Dio,  le  cose vanno bene.
“Par condicio”, dunque, fra imprenditori e lavoratori dipendenti, sia nel bene che nel male.
 Molte voci  si sono già levate a favore di questa “partecipazione”: fra le altre,  il Ministro Maurizio Sacconi, ispiratore del Libro Bianco del quale si è sopra parlato; il Ministro Renato Brunetta che ironizza, dicendo che a favore dell’argomento  ha già parlato  vent’anni fa; il Ministro Giulio Tremonti che su questa proposta ha ottenuto, secondo “Panorama”,  il favore di  Luigi Angeletti della U.I.L.;  e  l’On.Barbara  Saltamartini  del PdL  che ha già presentato una proposta di legge per la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese.
E gli industriali? Piuttosto cauti: Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, in una recente  intervista a “Panorama”  ha preferito glissare,  dicendo che la partecipazione agli utili  “E’ un discorso un po’ difficile e sicuramente complicato…… Siamo invece molto contrari alla cogestione”, e il vice-Presidente Alberto Bombassei  si espone un po’ di più, dicendosi “interessato” all’argomento,  ma, anche lui, “solo se i lavoratori sono esclusi dal controllo”.     
A questo punto il Parlamento, che si prevede  assumerà il delicato compito di aggiornare la seconda parte della nostra Costituzione dovrà  decidere anche se eliminare o modificare,  l’art. 46.
Perché una cosa è certa: così com’ è  non si capisce cosa ci stia a fare.                       Giovanni Zannini
g.zannini@tele2.it – Via Ferri n.6 – 35126 – Padova – TLFAX 049/757890 

Racconto - IL RESTAURATORE DI CANZONI


IL RESTAURATORE DI CANZONI

Penso capiti a molte persone anziane   di svegliarsi la mattina con in testa l’aria di una canzone in voga ai tempi della loro gioventù. Non so per quale fenomeno del nostro cervello  che è una macchina meravigliosa complicatissima e strana, ma è così. E allora ti metti a canticchiare  “Vento, vento, portami via con te”,  “Torna piccina mia, torna dal tuo papà”, “Mamma”,  “Vivere” e così via.
Ma anche, e questo è il pericolo, “Giovinezza”,  “Vincere!”,  “Faccetta nera”,  “All’armi siam fascisti”,  e molte altre di questo genere  piuttosto superate.  
Capirete, “Giovinezza” l’abbiamo cantata da quando eravamo figli della lupa, “Faccetta nera” per la conquista  d’Abissinia,  e poi “Vincere” durante tutta la seconda  guerra mondiale, ogni sera,  nella trasmissione radiofonica “Canzoni del tempo di guerra” -  assieme a “La sagra di Giarabub”, “L’inno dei sommergibilisti” , l’”Orticello di guerra” ecc.  – per cui è fatale che nonostante il tempo trascorso, qualcosa in testa ti sia rimasto.
Con la differenza, però, che mentre  la gente  guarda con tenerezza il vecchiotto che canticchia “Vento, vento”,  se quello, per distrazione,  attacca “Giovinezza”, gli danno del fascista e qualcuno addirittura lo vuole menare.    
E allora, tenuto conto che le parole non  vanno più bene, ma che le arie sono buone,  non resta che cambiare, con una sapiente opera di restauro,   le prime,  e tener buone le seconde: in tal modo alcune canzoni incriminate potranno essere tranquillamente cantate anche ai giorni nostri senza il pericolo di prendersi in testa un fracco di legnate.
Pertanto, soprattutto per i giovani che non lo conoscono, indicherò il  testo originale  e poi, in maiuscolo, quello da me restaurato; mentre per quanto riguarda il motivo musicale, dal momento che non sono in grado di trascrivere le note del pentagramma, consiglio loro di rivolgersi  a qualche nonno, bisnonno o prozio che,  anche se un pò rimbambiti, data l’indigestione fattane in gioventù, di sicuro non se le sono dimenticate.
Prendiamo, ad esempio, “Giovinezza”:  con pochi  ritocchi l’ho messa in grado di essere cantata senza pericolo da chiunque, e, addirittura, di essere proposta a Sanremo per il prossimo festival.
Infatti  l’”incipit”  “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza, della vita nell’asprezza  il tuo canto squilla e va” è stato da me trasformato in “GIOVINEZZA, GIOVINEZZA, PRIMAVERA DI BELLEZZA, NELLA VITA LA BELLEZZA DONA LA FELICITA’”. A questo punto l’ostacolo principale era costituito da quel “…e per Benito Mussolini eia, eia, alalà”  ripetuto due volte sul quale era assolutamente necessario intervenire.
Per la verità, anche ai suoi tempi   questa frase creava  problemi perché specie  i più piccini (“Figli della lupa” e “Balilla”, ma anche qualche “Avanguardista” tonto, nonostante le ripetute raccomandazioni, e anche qualche scappellotto di capisquadra e capimanipolo) inserivano una “e” di troppo   fra il nome ed il cognome del Duce cosicchè pareva che le persone fossero due, un “Benito” e un “Mussolini” con dimezzamento quindi  dell’autorità dell’unico, vero, “Benito Mussolini”.
Ed ecco la nuova versione riveduta e corretta:”…E ALLE MAMME ED AI BAMBINI LA SALUTE  PORTERA’; E ALLE MAMME ED AI BAMBINI LA FORTUNA ARRIDERA’ ”.
Qualche maggior difficoltà ho dovuto superare per il restauro di “Vincere!”, che ho ritenuto di  trasformare  da inno bellicoso in canzone leggera e pacifista.
Così “Vincere! Vincere! Vincere! E vinceremo in cielo, in terra e in mare! E’ la parola d’ordine  d’una suprema volontà ! Vincere! Vincere! Vincere!  Ad ogni costo nessun ci fermerà. I cuori esultano, son pronti ad obbedir, son pronti, lo giurano, o vincere o morir” è divenuto:” “RIDERE, RIDERE,RIDERE, NOI RIDEREMO IN CIELO IN TERRA E IN MARE, E’ LA PAROLA D’ORDINE DELLA MODERNA CIVILTA’. RIDERE, RIDERE, RIDERE,  MAI PIU’ NESSUNO AL MONDO PIANGERA’. LE NOSTRE BOCCHE CANTANO:  LA PACE E’ LIBERTA’.  E SEMPRE SIA LODATO CHI RIDERE VORRA’ ”.
L’opera di restauro di altre canzoni procede alacremente, e già molte importanti riviste letterarie hanno dedicato recensioni favorevoli a questa nuova espressione di cultura  della quale mi considero a buon diritto fondatore e caposcuola.
                                                                                                            Giovanni Zannini   

sabato 1 settembre 2012

LA RISCOSSA DELL'ART.46 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA


Dimenticato dai più, sbeffeggiato come irrealizzabile utopia, da altri, criticato da una sinistra che ne vedeva il veicolo per indebolire il sacro fuoco  dei dipendenti contro i “padroni”, osteggiato dal capitale che non tollera occhi indiscreti sulle proprie manovre non sempre cristalline, difeso con ostinazione dai pochissimi che fin dall’ origine ne hanno intravvisto il  mezzo corretto per regolare i rapporti fra capitale e lavoro, l’art.46 della Costituzione Italiana (“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione  delle aziende ”) sta finalmente, dopo un lungo letargo, prendendo corpo.
Giustamente indaffarati dagli articoli  dedicati al regolamento del mercato del Lavoro -  che costituisce,  nel delicato momento politico attuale, un problema impellente -, politici,  sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori,  giuristi,  stampa, la cultura in generale, non hanno colto (quanto meno, dal nostro piccolo osservatorio non ce ne siamo accorti, il che non esclude che altri l’abbiano invece fatto) l’importanza di quanto emerge dalla lettura del comma 62 dell’art.4 della legge n.92 (meglio conosciuta come "Legge Fornero")  relativa a “Disposizioni in materia del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” approvata in via definitiva dalla Camera dei Deputati nella seduta dello scorso 28 giugno e pubblicata sulla G.U. n.153 del 3-7-2012.       
Esso rappresenta una pacifica rivoluzione e sancisce la nascita,  in Italia,  della “Democrazia Economica” - così come  recitava la proposta di legge presentata al Senato -   e per convincersene basta  leggere alcuni punti del precitato comma.
Si tratta, infatti, della prima proposta concreta per realizzare quella collaborazione tra capitale e lavoro sostenuta dalla dottrina sociale della Chiesa fin  dal 1891 con l’enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII, e poi da Papa Giovanni Paolo II con la “Laborem Exercens” del 1981, la Sollicitudo Rei Socialis” del 1987 e, infine, la “Centesimus Annus” del  1998.
Vi si legge infatti che  “ Al fine di conferire organicità e sistematicità  alle norme in materia  di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili ed al capitale, il governo è delegato ad adottare entro 9 mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge su proposta del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, uno o più decreti legislativi finalizzati a favorire le forme di coinvolgimento  dei lavoratori nell’impresa ”.
Tali decreti dovranno individuare “gli obblighi di informazione, consultazione o negoziazione  a carico dell’impresa nei confronti  delle organizzazioni sindacali, dei lavoratori e di appositi organi  individuati dal contratto medesimo”; istituire  “organismi congiunti, paritetici o comunque misti dotati di competenze di controllo e partecipazione nella gestione  di materie quali la sicurezza dei luoghi di lavoro e la salute dei lavoratori, l’organizzazione del lavoro, la formazione professionale, la promozione e l’attuazione di una situazione effettiva di pari opportunità, le forme di remunerazione collegate al risultato , i servizi sociali destinati ai lavoratori ed alle loro famiglie…”.
Al punto e) del predetto paragrafo 62 è prevista la “partecipazione  dei lavoratori dipendenti  agli utili o al capitale dell’impresa   e la partecipazione  dei lavoratori all’attuazione ed al risultato  di piani industriali”. Infine, il punto g) prevede “l’accesso privilegiato  dei lavoratori dipendenti  al possesso delle azioni…direttamente o mediante associazioni di lavoratori i quali abbiano fra i loro scopi un utilizzo non speculativo delle  partecipazioni e l’esercizio della rappresentanza collettiva nel governo dell’impresa”.
Ma fuori da facili trionfalismi da una parte  o da reazioni conservatrici dall’altra,  le disposizioni previste dalla legge 92 potranno costituire  un elemento di progresso economico solo se le parti interessate dimostreranno quel senso di responsabilità che, con la “Cogestione”, ha consentito alla Germania di conseguire invidiabili risultati economici.
A cominciare dai lavoratori dipendenti i quali, a fronte del beneficio economico derivante dalla partecipazione agli utili delle imprese,  vedranno aumentare  le proprie  responsabilità nel partecipare alla loro gestione condividendone i rischi e le difficoltà; e poi dagli imprenditori che dalla collaborazione dei propri dipendenti potranno trarre utili suggerimenti ed anche condividere con loro le conseguenze di eventuali congiunture aziendali negative che non sono sempre e solo da addebitare  al datore di lavoro il quale non ha idee chiare o commette errori - come si sbandiera in molte manifestazioni sindacali  -  ma spesso da situazioni obbiettivamente difficili che i lavoratori  dovranno contribuire a superare.
Riconosciamo che l’attuale difficile situazione economica impone di dare la precedenza a provvedimenti di breve termine che consentano di superare l’emergenza.
Ma allorchè ciò , si spera, sarà avvenuto grazie ai sacrifici  di tutti gli italiani, l’attuazione dell’art.46 della Costituzione previsto dal comma 62  dell’art.4 della legge 92 che ne indica le modalità realizzative  ed i tempi (nove mesi  dalla data di entrata in vigore della legge) dovrà essere  se non il primo, certo uno dei principali obbiettivi per addivenire finalmente alla stabilità economica nel nostro paese.
                                                                                                                       Giovanni  Zannini

Vedasi precedente articolo su questo BLOG intitolato "Che ne facciamo dell'art.46?" scritto nel gennaio
 2010. Evidente la soddisfazione che quanto auspicato si sia finalmente realizzato.G.Z.
  

giovedì 30 agosto 2012

LE MISSIONI MILITARI ALLEATE NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE


LE MISSIONI MILITARI ALLEATE NELLA RESISTENZA

Le Missioni Militari Alleate furono lo strumento creato dagli Anglo-Americani  durante la seconda guerra mondiale per consentire i collegamenti ed i soccorsi fra  comandi alleati e  formazioni  clandestine che operavano contro i nazifascisti all’interno di nazioni sotto controllo tedesco .   
In Italia, secondo una “Relazione Messe” considerata incompleta perché calcola  solo le missioni inglesi ed  italo-inglesi, ne operarono 96, di cui una cinquantina nella sola regione veneta.
Esse furono organizzate, in collaborazione con il “SIM” (Servizio Informazioni Militari del Comando dell’esercito italiano al seguito del re a Brindisi) , dagli inglesi dello “Special Operation Executive – SOE”; dagli  americani dell’”Office of Strategic  Service- OSS”;  poche direttamente dal SIM,  solo alcune dai francesi.
Erano per lo più miste,  composte da 4 o 5 uomini, italiani ed alleati, civili e militari muniti di potenti radiotrasmittenti  che si facevano paracadutare sulle formazioni partigiane o, altre volte, nel Veneto, le  raggiungevano dopo essere sbarcate presso Chioggia da imbarcazioni o da idrovolanti  ammarrati su “campi idro” avventurosamente organizzati.
Evidente il coraggio di chi, specie se straniero,  provenendo  da territorio italiano già liberato,  accettava di raggiungere altre località italiane ancora occupate dai nazifascisti lanciandosi  nottetempo su territori sconosciuti sommariamente segnalati,  con il rischio di fallire l’obbiettivo e, come accaduto, essere catturati dal nemico,  condividendo poi  i gravissimi rischi della guerra partigiana in condizioni di  netta inferiorità contro un nemico agguerrito e spietato.
I compiti  affidati alle Missioni erano quelli di tenere via radio i collegamenti con gli  alleati  e con il comando dell’esercito italiano a Brindisi per fornire  ogni genere di informazioni sulla cui base essi furono in grado di fondare i loro piani operativi,  e di organizzare i rifornimenti aerei alle formazioni partigiane operanti nell’Italia occupata dai nazifascisti.
Oltre a ciò, condurre  azioni di “commando” contro  i nazifascisti  per sabotare  impianti militari, linee di collegamento ferroviario,  ponti e strade; fornire assistenza a nuove “missioni” in arrivo, a  piloti alleati abbattuti  informando poi sulla loro sorte,  e ad ex prigionieri alleati nei campi di concentramento italiani che si trovarono liberi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, come, ad esempio,  i 2300 che furono mantenuti, nonostante le scarsissime risorse,  a cura della  “Margot-Hollis”.
Fra quelle che operarono nel Veneto vanno ricordate, oltre ad essa,  le inglesi  “Missione Brietsche” ( capitano che operò sul Grappa in maniera deludente),   “Missione Tilmann”(maggiore, destinato ad operare sul Cansiglio che non potè raggiungere perché vi era in corso un  violento rastrellamento  -  noto scalatore  scomparso,  dopo la fine della guerra, sull ‘HiImalaya ),   “Missione Freccia” (capomissione John Wilkinson), e la  “MRS” (Marini Rocco Service) del SIM composta da 5 italiani: Ten. Renato Marini, copomissione,  radiotelegrafisti  i fratelli  Angelo ed Elio Rocca, Mario Troncon e Giuseppe Repetti  (o Peretti) .                                                                                                                                                                                                                      

Giovanni Zannini



LA RESISTENZA VENETA  CONTRO I BOMBARDAMENTI  INDISCRIMINATI ED IN DIFESA DELLE OPERE D’ARTE

La “Missione Margot-Hollis” (più precisamente  denominata “Hollis”: “Margot” è il nome di battaglia del radiotelegrafista  Dario Lelli)  diretta dall’Ing.Pietro Ferraro (“Antonio”)di Venezia  è  considerata dal Comando Alleato “una delle più importanti del nord-Italia“ grazie  all’attività del gruppo C.I.S. – Collegamenti, Informazione, Sicurezza -  da essa dipendente.
Soggette alla caccia  dei radiogoniometri  tedeschi  che non  davano tregua,  le sue tre  radiotrasmittenti  furono  costrette  a continui spostamenti  nel territorio del Veneto orientale , e per  un certo periodo  una di esse trasmise da Padova dall’abitazione  dell’Ing.Marino Bertolini in via S.Tomaso n.2 fino a che, scoperta,  fu circondata  dagli uomini del famigerato maggiore Carità ed i suoi operatori  si salvarono  fortunosamente  mentre la radiotrasmittente veniva posta in salvo  nascosta in una carrozzina con sopra il figlioletto, spinta dalla moglie del Bertolini.
Fra i collaboratori padovani vanno  inoltre ricordati il dott. Luigi Amati residente in città in via Savonarola che organizzò il funzionamento tecnico  delle radio nel Bellunese e nelle zone  di Padova, Treviso e Venezia provvedendo  alle riparazioni, al reperimento   ed al trasporto dei materiali necessari, e Tranquillo Ugolani di Camposampiero che descrisse esattamente   i depositi di munizioni  tedeschi di Rossano e Noale   poi  distrutti  a seguito delle informazioni da lui fornite.
L’attività svolta da questa Missione è documentata,  presso l’archivio  dell’Istituto  Veneto per la storia della Resistenza, dalla raccolta delle “Carte Ferraro” contenente un gran  numero di copie di messaggi radio  spediti  e ricevuti: e fra essi  spiccano alcuni, come i seguenti,   diretti  agli alleati con il ripetuto  invito ad evitare bombardamenti  indiscriminati su centri abitati:”…… Padova notte 12 vasti danni città – danni stazione centrale non usata traffico – traffico ridotto est solo parco ferrovia Campodimarte aut deposito locomotive….”;  “……Riesaminare opportunità bombardamenti soprattutto notturni et uso incendiarie su popolose et artistiche città Veneto – sinora nessun danno a tedeschi…..”.
Poi  un pressante appello  inviato direttamente a Nenni con il quale il Ferraro, di idee socialiste, teneva un filo diretto :” Per Nenni - Preghiamo partito et governo nazionale comunicare comando alleato  (che) ultimi bombardamenti a massa imprecisi et con incendiarie su principali città Veneto causato danni enormi popolazione  - distrutto insigni monumenti – notte 18 Vicenza distrutta Basilica Palladio  et molti altri – notti precedenti Padova Basilica Sant’Antonio  et Cappella Scrovegni massima opera Giotto danneggiati et salvi per caso – nessun obbiettivo militare est in zone bombardate –  ……….assicurateci  farete presente comando alleato con memorie dettagliate  patrimonio arte civiltà storia…….   – assicuriamo tedeschi  usano piccole stazioni et strade et ponti periferici – loro depositi dispersi  campagna – …….. pregate alleati tenere presente tragica situazione popolazione dopo un anno e mezzo di vera lotta contro i tedeschi e non aggravarla senza accertate decisive ragioni militari – attendiamo vostra risposta precisa non generica su risultati vostro intervento….”.
Sempre a questo proposito la Missione Italiana “M.R.S. – Marini- Rocco-Service”  invia un  altro pressante messaggio ai comandi alleati:” Bombardamenti  città causano notevoli perdite fra popolazione  favorendo adesioni  propaganda fascista  alt inoltre deflusso sfollati verso campagna  ostacola assistenza prigionieri inglesi  ivi nascosti et attività comitati  alt Evitare tali risultati negativi  consiglio attacchi at indispensabili obbiettivi in città da bassa quota mancando ovunque difesa contraerea alt “. E poi, ancora, un disperato appello:” Risulta che elementi  irresponsabili chiesto bombardamento zona ospedaliera Padova non dare seguito richieste  tale genere se non effettuate da questo comitato tramite questa radio alt”.    
Concetto ribadito dal Ferraro  nella relazione a Nenni in cui affermava che le informazioni “spesso errate e date con scarso senso di responsabilità”  in base alle quali i bombardamenti venivano effettuati, “possono essere meglio fornite da noi”, aggiungendo altresì che i bombardamenti aerei con i quali si volevano colpire gli obbiettivi militari  “possono essere molto meglio sostituiti spesso da nostra opera di sabotaggio”.                                            
Oltre a ciò,  negli ultimi giorni della guerra, con i tedeschi in fuga, la Missione “Margot-Hollis” segnala:  ”Riferimento opere arte trafugate Firenze   - per comando alleato  Italia et sud Germania – urge avvertire tutte vostre truppe et  comandi – molte moltissime ed importantissime opere arte Toscana sono at S.Leonardo  in Passiria nord Merano in edificio vecchia pretura – primo evitate ogni azione aerea – secondo provvedete custodia immediata – terzo fate tutto il possibile perché qualche vostro reparto possa arrivare subito in queste località – quarto se trattative resa  chiedete garanzia su questa situazione – tutto mondo arte cultura  sarà grato vostro  intervento”.
E poi ancora:” Biblioteca Hertziana di Roma et forse  Istituto storia arte germanico  di Firenze importantissimi  per cultura italiana et per archivio fotografico opere arte italiana trovasi in una miniera di sale at Halle sud Salisburgo  - est necessario presidiare la miniera”. 
Emerge dunque  dall’attività  della “Margot-Hollis”  la spiccata figura del suo capo, l’Ing. Pietro Ferraro (“Antonio”) -  intellettuale veneziano, affermato manager   gettatosi   coraggiosamente in un’impresa di alto valore patriottico ed estremamente rischiosa per tornare poi, esaurito il suo compito,   alla vita civile e professionale  - che, pur nel pieno di una lotta dura e spietata,  dimostrò il suo vivo interesse per l’arte che della guerra  fu spesso, assieme agli uomini, vittima.           Giovanni  Zannini
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QUEI “LANCI”  TANTO ATTESI
I messaggi inviati dalle Missioni Militari agli alleati ed al Quartier Generale italiano al seguito del re a Brindisi testimoniano  la durezza della lotta  dei partigiani italiani  dopo l’8 settembre 1943, e ne danno una testimonianza  viva e drammatica .
Armi:  questa la pressante richiesta, per poter porre in grado uomini coraggiosi  che spesso ne erano privi,  di  combattere  il nemico nazifascista.
Eccone, fra tanti, uno, drammatico  della Missione “M.R.S. – Marini Rocco Service”:”Zona Pasubio Asiago et Belluno perdurano accaniti combattimenti  alt  Tutti  gruppi implorano dico implorano rifornimenti  scopo continuare a combattere alt inflitte at nemico rilevanti perdite alt Tedeschi  vogliono preparare loro linea resistenza su dette zone alt….. sarebbe utilissimo intervento aereo bassa quota aut lancio truppe paracadutisti  alt Preghiamo  ancora invio immediato rifornimenti et piano tedesco sarà sventato alt”. La “Margot-Hollis”, da parte sua,  richiede “armi pesanti, viveri concentrati,  “Sten” (nota:famoso mitra inglese), scarpe, mortai,  munizioni fucile italiano 91” e ancora “…8 pistole 45,  3 pistole 32, munizioni…..silenziatori pistole”e segnala che “forze dislocate mon tagna  abbisognano tutte  mortai mitragliatrici pesanti qualche cannone anticarro leggero…” e così via.    
Ma  i lanci sono scarsi: perché?  “….situazione militare europea  ha reso difficile per noi disporre di aerei…”; “ ….dovuto all’azione di altri teatri europei  est molto difficile poter disporre aerei  per rifornimenti in Italia comunque faremo il massimo” rispondono i comandi alleati che devono aiutare anche i partigiani nei Balcani e in Polonia distraendo a fatica uomini e mezzi  dai fronti principali della guerra.
L’arrivo dei rifornimenti di armi, munizioni, esplosivi, viveri, indumenti, denaro  viene preannunciato alle formazioni partigiane da oscuri messaggi in codice dei comandi alleati ed italiani diffusi dalla BBC di Londra tipo “fiammifero acceso”, “il duce saluta Rina”, “i lupi vigilano attentamente”, “non ti lascerò”, mentre chi scrive ricorda  con emozione “il muretto del ponte”  annunciante un lancio sul Grappa alla Brigata “Italia Libera di Campocroce”.
Gli aiuti sono generalmente paracadutati, ma altre volte recapitati direttamente da piccoli  aerei  che atterrano con grave rischio dei piloti, di notte, su campi di fortuna  segnalati con fuochi disposti in maniera convenzionale, stando bene attenti che non vi siano nazifascisti nei dintorni.
Ma non sempre gli appuntamenti vanno a buon fine: qualche volta,  arrivati sul luogo stabilito fra mille pericoli,  i soccorritori non vedono i segnali convenuti  ed allora, dopo aver girato a lungo sull’obbiettivo, non resta loro che rientrare alla base piuttosto contrariati.
“Per l’amor di Dio” raccomandano perciò dai comandi alleati “assicurate ricezione aut sospendete detti campi alt Siamo circondati da piloti arrabbiatissimi  et gli abbiamo promesso un miglioramento alt”.

Insomma, per gli amanti dei film e dei romanzi d’avventura, i messaggi  scambiati durante la seconda guerra mondiale fra i partigiani italiani da una parte ed  i comandi alleati ed italiani dall’altra, possono costituire una lettura stimolante. Con la differenza che mentre i film ed i romanzi  sono  frutto di fantasia, quei messaggi   rappresentano  una dura realtà ed  i  morti sono, purtroppo, veri.   Giovanni  Zannini