giovedì 30 agosto 2012

LE MISSIONI MILITARI ALLEATE NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE


LE MISSIONI MILITARI ALLEATE NELLA RESISTENZA

Le Missioni Militari Alleate furono lo strumento creato dagli Anglo-Americani  durante la seconda guerra mondiale per consentire i collegamenti ed i soccorsi fra  comandi alleati e  formazioni  clandestine che operavano contro i nazifascisti all’interno di nazioni sotto controllo tedesco .   
In Italia, secondo una “Relazione Messe” considerata incompleta perché calcola  solo le missioni inglesi ed  italo-inglesi, ne operarono 96, di cui una cinquantina nella sola regione veneta.
Esse furono organizzate, in collaborazione con il “SIM” (Servizio Informazioni Militari del Comando dell’esercito italiano al seguito del re a Brindisi) , dagli inglesi dello “Special Operation Executive – SOE”; dagli  americani dell’”Office of Strategic  Service- OSS”;  poche direttamente dal SIM,  solo alcune dai francesi.
Erano per lo più miste,  composte da 4 o 5 uomini, italiani ed alleati, civili e militari muniti di potenti radiotrasmittenti  che si facevano paracadutare sulle formazioni partigiane o, altre volte, nel Veneto, le  raggiungevano dopo essere sbarcate presso Chioggia da imbarcazioni o da idrovolanti  ammarrati su “campi idro” avventurosamente organizzati.
Evidente il coraggio di chi, specie se straniero,  provenendo  da territorio italiano già liberato,  accettava di raggiungere altre località italiane ancora occupate dai nazifascisti lanciandosi  nottetempo su territori sconosciuti sommariamente segnalati,  con il rischio di fallire l’obbiettivo e, come accaduto, essere catturati dal nemico,  condividendo poi  i gravissimi rischi della guerra partigiana in condizioni di  netta inferiorità contro un nemico agguerrito e spietato.
I compiti  affidati alle Missioni erano quelli di tenere via radio i collegamenti con gli  alleati  e con il comando dell’esercito italiano a Brindisi per fornire  ogni genere di informazioni sulla cui base essi furono in grado di fondare i loro piani operativi,  e di organizzare i rifornimenti aerei alle formazioni partigiane operanti nell’Italia occupata dai nazifascisti.
Oltre a ciò, condurre  azioni di “commando” contro  i nazifascisti  per sabotare  impianti militari, linee di collegamento ferroviario,  ponti e strade; fornire assistenza a nuove “missioni” in arrivo, a  piloti alleati abbattuti  informando poi sulla loro sorte,  e ad ex prigionieri alleati nei campi di concentramento italiani che si trovarono liberi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, come, ad esempio,  i 2300 che furono mantenuti, nonostante le scarsissime risorse,  a cura della  “Margot-Hollis”.
Fra quelle che operarono nel Veneto vanno ricordate, oltre ad essa,  le inglesi  “Missione Brietsche” ( capitano che operò sul Grappa in maniera deludente),   “Missione Tilmann”(maggiore, destinato ad operare sul Cansiglio che non potè raggiungere perché vi era in corso un  violento rastrellamento  -  noto scalatore  scomparso,  dopo la fine della guerra, sull ‘HiImalaya ),   “Missione Freccia” (capomissione John Wilkinson), e la  “MRS” (Marini Rocco Service) del SIM composta da 5 italiani: Ten. Renato Marini, copomissione,  radiotelegrafisti  i fratelli  Angelo ed Elio Rocca, Mario Troncon e Giuseppe Repetti  (o Peretti) .                                                                                                                                                                                                                      

Giovanni Zannini



LA RESISTENZA VENETA  CONTRO I BOMBARDAMENTI  INDISCRIMINATI ED IN DIFESA DELLE OPERE D’ARTE

La “Missione Margot-Hollis” (più precisamente  denominata “Hollis”: “Margot” è il nome di battaglia del radiotelegrafista  Dario Lelli)  diretta dall’Ing.Pietro Ferraro (“Antonio”)di Venezia  è  considerata dal Comando Alleato “una delle più importanti del nord-Italia“ grazie  all’attività del gruppo C.I.S. – Collegamenti, Informazione, Sicurezza -  da essa dipendente.
Soggette alla caccia  dei radiogoniometri  tedeschi  che non  davano tregua,  le sue tre  radiotrasmittenti  furono  costrette  a continui spostamenti  nel territorio del Veneto orientale , e per  un certo periodo  una di esse trasmise da Padova dall’abitazione  dell’Ing.Marino Bertolini in via S.Tomaso n.2 fino a che, scoperta,  fu circondata  dagli uomini del famigerato maggiore Carità ed i suoi operatori  si salvarono  fortunosamente  mentre la radiotrasmittente veniva posta in salvo  nascosta in una carrozzina con sopra il figlioletto, spinta dalla moglie del Bertolini.
Fra i collaboratori padovani vanno  inoltre ricordati il dott. Luigi Amati residente in città in via Savonarola che organizzò il funzionamento tecnico  delle radio nel Bellunese e nelle zone  di Padova, Treviso e Venezia provvedendo  alle riparazioni, al reperimento   ed al trasporto dei materiali necessari, e Tranquillo Ugolani di Camposampiero che descrisse esattamente   i depositi di munizioni  tedeschi di Rossano e Noale   poi  distrutti  a seguito delle informazioni da lui fornite.
L’attività svolta da questa Missione è documentata,  presso l’archivio  dell’Istituto  Veneto per la storia della Resistenza, dalla raccolta delle “Carte Ferraro” contenente un gran  numero di copie di messaggi radio  spediti  e ricevuti: e fra essi  spiccano alcuni, come i seguenti,   diretti  agli alleati con il ripetuto  invito ad evitare bombardamenti  indiscriminati su centri abitati:”…… Padova notte 12 vasti danni città – danni stazione centrale non usata traffico – traffico ridotto est solo parco ferrovia Campodimarte aut deposito locomotive….”;  “……Riesaminare opportunità bombardamenti soprattutto notturni et uso incendiarie su popolose et artistiche città Veneto – sinora nessun danno a tedeschi…..”.
Poi  un pressante appello  inviato direttamente a Nenni con il quale il Ferraro, di idee socialiste, teneva un filo diretto :” Per Nenni - Preghiamo partito et governo nazionale comunicare comando alleato  (che) ultimi bombardamenti a massa imprecisi et con incendiarie su principali città Veneto causato danni enormi popolazione  - distrutto insigni monumenti – notte 18 Vicenza distrutta Basilica Palladio  et molti altri – notti precedenti Padova Basilica Sant’Antonio  et Cappella Scrovegni massima opera Giotto danneggiati et salvi per caso – nessun obbiettivo militare est in zone bombardate –  ……….assicurateci  farete presente comando alleato con memorie dettagliate  patrimonio arte civiltà storia…….   – assicuriamo tedeschi  usano piccole stazioni et strade et ponti periferici – loro depositi dispersi  campagna – …….. pregate alleati tenere presente tragica situazione popolazione dopo un anno e mezzo di vera lotta contro i tedeschi e non aggravarla senza accertate decisive ragioni militari – attendiamo vostra risposta precisa non generica su risultati vostro intervento….”.
Sempre a questo proposito la Missione Italiana “M.R.S. – Marini- Rocco-Service”  invia un  altro pressante messaggio ai comandi alleati:” Bombardamenti  città causano notevoli perdite fra popolazione  favorendo adesioni  propaganda fascista  alt inoltre deflusso sfollati verso campagna  ostacola assistenza prigionieri inglesi  ivi nascosti et attività comitati  alt Evitare tali risultati negativi  consiglio attacchi at indispensabili obbiettivi in città da bassa quota mancando ovunque difesa contraerea alt “. E poi, ancora, un disperato appello:” Risulta che elementi  irresponsabili chiesto bombardamento zona ospedaliera Padova non dare seguito richieste  tale genere se non effettuate da questo comitato tramite questa radio alt”.    
Concetto ribadito dal Ferraro  nella relazione a Nenni in cui affermava che le informazioni “spesso errate e date con scarso senso di responsabilità”  in base alle quali i bombardamenti venivano effettuati, “possono essere meglio fornite da noi”, aggiungendo altresì che i bombardamenti aerei con i quali si volevano colpire gli obbiettivi militari  “possono essere molto meglio sostituiti spesso da nostra opera di sabotaggio”.                                            
Oltre a ciò,  negli ultimi giorni della guerra, con i tedeschi in fuga, la Missione “Margot-Hollis” segnala:  ”Riferimento opere arte trafugate Firenze   - per comando alleato  Italia et sud Germania – urge avvertire tutte vostre truppe et  comandi – molte moltissime ed importantissime opere arte Toscana sono at S.Leonardo  in Passiria nord Merano in edificio vecchia pretura – primo evitate ogni azione aerea – secondo provvedete custodia immediata – terzo fate tutto il possibile perché qualche vostro reparto possa arrivare subito in queste località – quarto se trattative resa  chiedete garanzia su questa situazione – tutto mondo arte cultura  sarà grato vostro  intervento”.
E poi ancora:” Biblioteca Hertziana di Roma et forse  Istituto storia arte germanico  di Firenze importantissimi  per cultura italiana et per archivio fotografico opere arte italiana trovasi in una miniera di sale at Halle sud Salisburgo  - est necessario presidiare la miniera”. 
Emerge dunque  dall’attività  della “Margot-Hollis”  la spiccata figura del suo capo, l’Ing. Pietro Ferraro (“Antonio”) -  intellettuale veneziano, affermato manager   gettatosi   coraggiosamente in un’impresa di alto valore patriottico ed estremamente rischiosa per tornare poi, esaurito il suo compito,   alla vita civile e professionale  - che, pur nel pieno di una lotta dura e spietata,  dimostrò il suo vivo interesse per l’arte che della guerra  fu spesso, assieme agli uomini, vittima.           Giovanni  Zannini
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QUEI “LANCI”  TANTO ATTESI
I messaggi inviati dalle Missioni Militari agli alleati ed al Quartier Generale italiano al seguito del re a Brindisi testimoniano  la durezza della lotta  dei partigiani italiani  dopo l’8 settembre 1943, e ne danno una testimonianza  viva e drammatica .
Armi:  questa la pressante richiesta, per poter porre in grado uomini coraggiosi  che spesso ne erano privi,  di  combattere  il nemico nazifascista.
Eccone, fra tanti, uno, drammatico  della Missione “M.R.S. – Marini Rocco Service”:”Zona Pasubio Asiago et Belluno perdurano accaniti combattimenti  alt  Tutti  gruppi implorano dico implorano rifornimenti  scopo continuare a combattere alt inflitte at nemico rilevanti perdite alt Tedeschi  vogliono preparare loro linea resistenza su dette zone alt….. sarebbe utilissimo intervento aereo bassa quota aut lancio truppe paracadutisti  alt Preghiamo  ancora invio immediato rifornimenti et piano tedesco sarà sventato alt”. La “Margot-Hollis”, da parte sua,  richiede “armi pesanti, viveri concentrati,  “Sten” (nota:famoso mitra inglese), scarpe, mortai,  munizioni fucile italiano 91” e ancora “…8 pistole 45,  3 pistole 32, munizioni…..silenziatori pistole”e segnala che “forze dislocate mon tagna  abbisognano tutte  mortai mitragliatrici pesanti qualche cannone anticarro leggero…” e così via.    
Ma  i lanci sono scarsi: perché?  “….situazione militare europea  ha reso difficile per noi disporre di aerei…”; “ ….dovuto all’azione di altri teatri europei  est molto difficile poter disporre aerei  per rifornimenti in Italia comunque faremo il massimo” rispondono i comandi alleati che devono aiutare anche i partigiani nei Balcani e in Polonia distraendo a fatica uomini e mezzi  dai fronti principali della guerra.
L’arrivo dei rifornimenti di armi, munizioni, esplosivi, viveri, indumenti, denaro  viene preannunciato alle formazioni partigiane da oscuri messaggi in codice dei comandi alleati ed italiani diffusi dalla BBC di Londra tipo “fiammifero acceso”, “il duce saluta Rina”, “i lupi vigilano attentamente”, “non ti lascerò”, mentre chi scrive ricorda  con emozione “il muretto del ponte”  annunciante un lancio sul Grappa alla Brigata “Italia Libera di Campocroce”.
Gli aiuti sono generalmente paracadutati, ma altre volte recapitati direttamente da piccoli  aerei  che atterrano con grave rischio dei piloti, di notte, su campi di fortuna  segnalati con fuochi disposti in maniera convenzionale, stando bene attenti che non vi siano nazifascisti nei dintorni.
Ma non sempre gli appuntamenti vanno a buon fine: qualche volta,  arrivati sul luogo stabilito fra mille pericoli,  i soccorritori non vedono i segnali convenuti  ed allora, dopo aver girato a lungo sull’obbiettivo, non resta loro che rientrare alla base piuttosto contrariati.
“Per l’amor di Dio” raccomandano perciò dai comandi alleati “assicurate ricezione aut sospendete detti campi alt Siamo circondati da piloti arrabbiatissimi  et gli abbiamo promesso un miglioramento alt”.

Insomma, per gli amanti dei film e dei romanzi d’avventura, i messaggi  scambiati durante la seconda guerra mondiale fra i partigiani italiani da una parte ed  i comandi alleati ed italiani dall’altra, possono costituire una lettura stimolante. Con la differenza che mentre i film ed i romanzi  sono  frutto di fantasia, quei messaggi   rappresentano  una dura realtà ed  i  morti sono, purtroppo, veri.   Giovanni  Zannini
        

mercoledì 29 agosto 2012

Dario Leli: un marinaio nella Resistenza.PER L'ITALIA IN MARE E IN TERRA



Dario Leli:  un marinaio nella Resistenza
PER L’ITALIA IN MARE E IN TERRA.

Era dura la guerra in quel lontano 1944, e le sue sorti non erano certo favorevoli all’Italia, colpita dall’aviazione alleata in ogni punto del suo territorio.
Ed era anche arrivata a nord, al confine fra la Sardegna italiana e la  Corsica francese, nell’arcipelago delle isole della Maddalena sede dell’Arsenale,  importante obbiettivo strategico per  chi voleva distruggere il naviglio italiano  ed eliminare i suoi coraggiosi equipaggi.
Sabato 10 aprile 1943  si scatena l’infernale bombardamento aereo americano che devasta la base distruggendo la Caserma Faravelli  ove sono acquartierati gli equipaggi.
Dei due incrociatori pesanti alla fonda, il “Trieste” è affondato ed il  “Gorizia” gravemente danneggiato.
I sommergibili in rada  “Mocenigo”, “Aradam”, “Topazio” e “Sirena” non sono colpiti (salvo, leggermente, il primo), ma i loro equipaggi, scesi a terra ove non esistono rifugi, subiscono importanti perdite: 1 morto e due  feriti  del “Mocenico”, 3 morti e 10 feriti del  “Sirena”, 1 disperso e 1 ferito del “Topazio”, 2 i feriti dell’”Aradam”.
Le macerie coprono i corpi delle vittime  e da esse  si levano  i lamenti dei feriti.
Dario Leli, un robusto giovanotto ventenne imbarcato come radiotelegrafista sul  “Sirena”, miracolosamente illeso, si prodiga per prestare soccorso ai feriti e fra questi intravvede   il suo Comandante, il Tenente di Vascello Luciano Garofani che, gravemente ferito alla  gamba destra, è semincosciente ed in   preda ad una grave emorragia.
Nella confusione generale, lo conforta e tenta di  arrestare il sangue che esce a fiotti dalla ferita, ma ben presto si accorge che  non potrà far nulla per salvarlo, e che occorre trasportarlo all’ospedale militare distante mezzo  chilometro. Ma come? Se lo carica sulle spalle ma si rende conto che non ce l’avrebbe fatta con quel peso addosso a raggiungere la meta ed allora, disperato, vista in mezzo alle macerie  una carriola, vi carica sopra il corpo inerte ed inizia la corsa disperata.  La fatica è immane, ma i lamenti del ferito che ad ogni sobbalzo del rudimentale mezzo di trasporto escono dalla sua bocca  gli dicono che deve farcela ad ogni costo, e l’ospedale è raggiunto. Ma non è finita, anche lì la confusione è massima, e, nonostante le sue proteste per l’evidente pericolo di vita in cui versa il ferito,  gli ordinano di mettersi in coda.  Allora, fuor di sé, ricorre ad un’azione che in altri momenti  mai avrebbe osato fare: si apparta e approfittando del caos, toglie di dosso al suo Comandante la divisa, la indossa, e con l’autorità delle stellette da ufficiale pretende ed ottiene che l’uomo che egli afferma essere un suo marinaio,  dissanguato e sfinito  dal  trasporto che lo ha straziato, venga immediatamente portato in sala operatoria.
La sua vita sarà  salva ed il dramma vissuto assieme (che meritò a Dario Leli due medaglie di bronzo) crea fra di essi un legame indissolubile che si scioglie solo quando il 12 novembre 1978 l’ex Comandante Luciano Garofani dà l’estremo saluto al  suo ex marinaio Dario Leli che, colpito da grave malattia, lascia questa terra. 

L’astuzia di “Margot”

Ma dopo il fatale 8 settembre 1943, Dario Leli non si era arreso alla sconfitta, aveva deciso di  dare un contributo alla lotta di liberazione dell’Italia, ed aveva continuato la sua guerra non più in mare, ma nella pianura padana ove tedeschi e  fascisti  gli diedero una caccia spietata alla quale riuscì sempre a sfuggire, con il coraggio e l’intelligenza  appresi alla scuola del suo amato “Sirena”.
Raggiunto il sud-Italia , nel territorio  già liberato dagli alleati e sotto la sovranità del re Vittorio Emanuele, accoglie l’invito di Ferruccio Parri, che lo conosceva e ne apprezzava il coraggio e l’intelligenza, ad arruolarsi in una delle ”Missioni Militari” che venivano paracadutate in alta Italia per tenere i collegamenti fra gli anglo americani avanzanti da sud ed i partigiani che nell’Italia settentrionale combattevano contro i nazifascisti che la occupavano, fornendo ai comandi alleati preziose informazioni sul movimento delle truppe nemiche, la loro consistenza, il loro armamento, e quant’altro di importanza strategica.
Si trattava  per lo più  di formazioni miste di italiani ed anglo americani – ma non mancarono, come si vedrà, quelle composte da soli italiani,  militari ma anche civili - normalmente composte  da un comandante, un vice-comandante, un interprete, un radiotelegrafista ed un armiere.
Ecco i nomi di alcuni capi missione inglesi: magg.John P.Wilkinson "Freccia" che operò sull'Altopiano di Asiago morendo poi in combattimento a Tonezza;  cap. Paul Newton Brietsche che operò sul Grappa anche se, per la verità,  fu molto criticato per aver ordinato l'impossibile difesa sulla cima della montagna durante il rastrellamento del 20/26 settembre 1944;  cap. Harold W. Tilman (radio "Simia")  lanciato sull'Altopiano di Asiago con destinazione Cansiglio - noto scalatore, terminata la guerra conquistò molte vette e finì disperso sulle montagne dell' Himalaia.
Essi avevano il compito di istruire i partigiani  italiani  sull'uso delle armi alleate che venivano loro  paracadutate, di inquadrare militarmente uomini coraggiosi ma poco inclini all'ordine ed alla disciplina, di studiare azioni di “commando” per sabotare impianti militari, linee di collegamento ferroviario, ponti e strade,  di accogliere nuove “Missioni”,  porre in  salvo piloti di aerei alleati abbattuti ed ex prigionieri  alleati  che, dopo lo sfascio dell’esercito italiano, l’8 settembre 1943 si erano trovati improvvisamente liberi ma privi di ogni assistenza e soggetti alla caccia feroce dei nazifascisti.
Dario viene sottoposto ad accurata, dura preparazione: lunghe ore di volo in addestramento ed  in zona di guerra,  lanci col paracadute. Alla  fine,  nel luglio 1944, quello decisivo  - che gli fa meritare la medaglia d’argento - nel buio della notte, verso l’ignoto, senza alcun ricevimento organizzato a terra, nel Veneto pullulante di nemici: l’obbiettivo non è centrato,  tocca terra a 50 chilometri di distanza  ma riesce a raggiungere a Mestre la Missione cui è destinato.
Si tratta della  “Hollis”, una delle poche composte esclusivamente da italiani,  dipendente dal O.S.S. (l’americano “Office Of Strategic Service”), con a capo l’ing. Pietro Ferraro di Venezia (“Antonio”), un industriale che non esitò a mettere in pericolo la sua vita ed i suoi interessi  per la liberazione dell’Italia. Al suo arrivo Dario Leli (questo il suo vero cognome erroneamente indicato "Lelli" nella documentazione militare che lo riguarda) assume il nome di battaglia di “Margot” ed a conferma dell’importanza attribuita alla sua collaborazione la Missione  -  la cui attività non interessò solo il Veneto, ma si estese anche ad altre zone e   fu fonte di preziose informazioni per i comandi alleati che la definirono “una delle più importanti del nord Italia” -  verrà denominata “Hollis-Margot”.
Eloquente l’attestato 18 maggio 1945 rilasciato dall’O.S.S : ” Si dichiara che Dario Leli è stato un dipendente del Governo degli Stati Uniti dal 24 gennaio 1944 ad oggi. I suoi servizi  a favore del Quartier generale furono molto preziosi per la causa degli Alleati e si intende qui esprimere l’apprezzamento della sua opera a favore degli Stati Uniti”. 
Fra i componenti di questa Missione va ricordato il giovane padovano dr.Luigi Amati residente in città in via  Risorgimento 10 e poi in via Savonarola, la cui preziosa opera viene così descritta nella scheda in cui l'ing. Ferraro "Antonio" ha, dopo la Liberazione, documentato il contributo dato dai suoi collaboratori: "...Ha rinunciato a quasi tutto il suo lavoro di inventore e tecnico nel campo delle materie plastiche, del cinema a colori e del magnesio metallico, settori in cui possiede numerosi brevetti, per garantirmi il funzionamento della radio...I primi contatti a distanza furono fatti dal Dario Lelli  dopo che il dr.Amati gli diede precise istruzioni...Organizzò il funzionamento tecnico  delle diverse radio nel bellunese e nelle varie sedi delle zone di Padova, Treviso, Venezia. Provvide a tutte le riparazioni , al trasporto dei vari materiali , si procurò i pezzi di ricambio,  fece tutte le prove necessarie per il buon funzionamento,  incurante del grave pericolo derivante  da questa sua continua e intensa attività...Senza di lui avrei trasmesso la metà delle notizie...".
Dura la vita dei  componenti la Missione,   continuamente costretti a cambiare i luoghi da cui l'esperto Sottocapo  r.t. della Marina italiana spedisce i suoi messaggi: repubblichini e tedeschi gli  danno  una caccia spietata, ma  Dario è imprendibile e sfugge a ben 7 rastrellamenti nel bellunese e nella zona di Preganziol.
A Padova l’apparecchio dell’intrepido “Margot”, ospitato dall’ing.Marino Bertolini che mette coraggiosamente a disposizione il suo appartamento in città, in via S.Tomaso Beket n.2, viene radiogoniometrato e gli uomini del famigerato maggiore delle S.S. italiane Mario Carità, capo della banda omonima che così triste ricordo ha lasciato nella città del Santo,   vi irrompono. I partigiani si salvano da una uscita secondaria, ed i repubblichini trovano in casa solo una giovane signora (la moglie dell’ing.Bertolini) con il figlioletto, che, terrorizzata, chiede ed ottiene il permesso di uscire, permesso che le viene concesso di buon grado perché, pensano gli altri,  è meglio aver libertà di movimento senza donne, bambini, ed i loro strilli, fra i piedi.
Ed è così che la donna  passa sotto il naso dei fascisti spingendo la carrozzina con sopra il bimbo adagiato sul materassino sotto il quale “Margot”, prima di tagliare la corda, d’accordo con  la coraggiosa signora,  aveva nascosto la sua piccola  radiotrasmittente che fu così salva e continuò  a svolgere la sua preziosa attività.
Ecco perché l’attestato  dell’O.S.S. evidenzia “il coraggio e l’intelligenza” di Dario Leli riconoscendo che “la sua prima preoccupazione era di salvare gli apparati e garantire la continuità del servizio”.
Ora i figli  Gemma,  Claudio e Giacomo  Leli custodiscono gelosamente questo prezioso reperto (foto  a fianco) assieme ad altri documenti e foto del loro padre Dario, Sottocapo r.t. della Marina imbarcato sul sommergibile “Sirena”,  il  mitico “Margot” della Resistenza Italiana.

                                                                                                                               Giovanni  Zannini 
   

sabato 30 giugno 2012



Lettere alla “Difesa del Popolo”

NOTIZIE BUONE A META’

Vi sono  notizie che fanno piacere e altre che non piacciono affatto, ma vi sono anche quelle che suscitano,  contemporaneamente, impressioni positive ma anche  negative.
Quando, ad esempio, leggiamo sul “Sole 24 Ore” che “Prada  (per chi non lo sapesse, uno dei gruppi italiani  più forti della moda e del lusso - n.d.a.) raddoppia l’utile a 122 milioni” e che  “nel corso dei primi tre mesi sono stati inaugurati  8 nuovi negozi e altri 7 nelle settimane successive” portando così a 402 il numero dei negozi gestiti direttamente, non resta che  compiacersene con i titolari della società e con i loro collaboratori.
Armando Branchini, direttore della “Fondazione Altagamma”, informa su “Avvenire”  - titolo: “Altagamma: il lusso non muore mai” – che tutte le categorie del lusso “vanteranno un giro d’affari in crescita” e che  sarà soprattutto “la fascia altissima”, o il “lusso assoluto”, a trainare il mercato: e dal punto di vista strettamente economico e commerciale, in un momento di crisi così pesante, notizie come queste potrebbero anche far piacere.     
Ma, d’altro canto, esse creano contemporaneamente una reazione negativa perché evidenziano  che al mondo c’è chi  spende milioni e milioni in autovetture, abiti, scarpe, gioielli, orologi e borse costosissimi, e che, incapace di rinunciare a determinati livelli di consumo, non si accorge che la maggior parte della gente è oggi costretta a tirare la cinghia e, molti, troppi, a morire di fame.
Dovrebbero capire, costoro, che spesso hanno studiato in prestigiose università, che scandalo non è solo rubare, uccidere o esibire comportamenti licenziosi, ma anche banchettare  alla faccia di chi ha fame.
Diano un’occhiata, li prego, al  quadro di Emilio Longoni  “Riflessioni di un affamato”  qui a fianco riportato,
e pensino se non sia il caso di dar ascolto a quanti (la Chiesa per prima), invitano alla moderazione anche per evitare possibili derive violente, e raccomandano di intraprendere stili di vita  alieni da  ogni forma esasperata di consumismo, all’insegna di  due semplici parole,  “frugalità” e  “sobrietà”, tanto care a quel  santo di Assisi. 

                                                                                              Giovanni  Zannini    


UN INNO NAZIONALE CHE NON SI PUO’ CANTARE

Molti si stupiscono perché negli stadi dei campionati europei di calcio  allorchè suona l’inno nazionale spagnolo i “diavoli rossi” restano,  ostinatamente, in silenzio,  al contrario di quanto fanno, più o meno, gli atleti delle altre squadre nazionali.
A cominciare dagli Italiani che, appena la banda attacca l’”Inno di Mameli”, si scatenano e cantano a squarciagola -   a cominciare dal capitano Buffon in atteggiamento ispirato e ad occhi chiusi  - che l’Italia s’è desta e che, per vincere la partita, son pronti alla morte.
Gli spagnoli, invece, non fanno neppure una piega limitandosi ad ascoltare, nel più assoluto mutismo, le note della “Marcha Real”. 
C’è chi dice che ciò dipenda dal fatto che sono un po’ ammosciati a causa dello “spred” troppo alto rispetto ai titoli tedeschi, e che perciò  lo spirito patriottico che in passato animava i loro cuori, ne abbia risentito.
Altri, invece, pensano che quei giovinotti, assai abili nel palleggiare la sfera, lo siano assai meno nel canto,  e che siano addirittura stonati per cui, ad evitare brutte figure, è meglio tenere  la bocca chiusa.
Ma la verità è diversa e dipende dal fatto che gli spagnoli, e quindi anche i loro atleti, l’inno nazionale  non lo possono cantare per il  semplice fatto che le parole da cantare non ci sono.
In sostanza, nell’inno nazionale spagnolo la musica c’è, ed anche di pregio,  ma il  testo manca proprio.
La cosa è preoccupante e turba l’opinione pubblica spagnola , e, dicono, anche il re, tanto è vero che è stato lanciato un concorso per far “parlare” la “Marcha Real”, e già poeti, scrittori e semplici cittadini si sono messi in moto per risolvere finalmente questo grave problema e mettere così in grado gli atleti iberici di dimostrare, alla prossima occasione, che il patriottismo, che tanto  animò in passato gli “hidalgos”,  è tuttora vivo e vegeto.            
                                                                                             Giovanni  Zannini       

mercoledì 27 giugno 2012


MAZZINI, UOMO “DI CARNE E DI OSSA”.

Se molto si è parlato e si parla degli amori di Garibaldi, minor  risonanza hanno avuto quelli di Giuseppe Mazzini.
Eppure esiste chi ricorda “le storie sentimentali che pure affollano il cammino della sua vita di uomo di carne e di ossa” come Bruno Gatta nel suo “Mazzini una vita per un sogno” dal quale sono tratte molte delle notizie di seguito riportate; o Gabriele Gasparro che,  in un libro di cucina nel quale -  argomento sin qui poco trattato -  descrivendo  i suoi gusti peraltro molto parchi,  afferma che egli “amava la musica, componeva canzoni, suonava la chitarra  che portò con sé in esilio” aggiungendo che “il fascino femminile lo trovò sensibilissimo sin dalla giovane età” e che “i suoi amori  lo conforteranno molto nelle ore tristi”. Aggiungendo che “a Londra era circondato da un vero e proprio circolo femminile che egli chiamava scherzosamente il suo “clan”. Lo curavano, lo servivano, lo coccolavano e lo ascoltavano rapite”.
Fra queste Francesco Fumara nel suo “Donne e amori di Mazzini” cita le sorelle Ashurst, le sorelle Mandrot, Jane Carlyle, Matilda Biggs; e  Paolo Di Vincenzo (de “Il Centro” di Pescara, in un articolo su Internet), Clementine Taylor, le sorelle (ancora!) Winlworert, Margherita Fuller, Arethusa Miller, Jessye Meriton, Sarah Nathan, senza chiarire peraltro se con alcune di esse sia stata  semplice amicizia, e con altre si sia, invece, trattato di un’  amicizia che,  con un eufemismo, s’usa  oggi definire   “affettuosa”.   
La cosa è complicata dal fatto che nell’ 800 si usa spesso la parola amore nel senso di affetto, amicizia, come quando, ad esempio,  uomini di sicuro genere mascolino chiudevano la loro corrispondenza con gli amici (e questo mi aveva, francamente, sorpreso)  con frasi tipo “Il tuo…che ti ama” o, addirittura, “Amami come io ti amo”.
Comunque sia, la fortuna con il gentil sesso “ammaliato dalla sua profonda cultura,...da una piacevole figura e dal suo affascinante colloquiare” (così il sopra citato Paolo Di Vincenzo) sorprende lo stesso Mazzini che non sa darsene ragione, dal momento che, molto onestamente fa di sé una descrizione che non parrebbe  la più idonea ad attrarre l’interesse femminile.
”…Le donne ch’io ho conosciuto – scrive alla madre  -  hanno quasi tutte presa una grande simpatia per me; simpatia tanto più strana ch’io non ho nulla di quel che va a genio alle donne: vesto male, negletto come quando ero a Genova e più se occorre: fumo sempre e in conseguenza chi m’avvicina  può facilmente avvedersene: non so parlare di cosa alcuna che di vera; non sono galante, rovescio per la più ciò che tocco…”. Alla fine, si dà lui stesso la ragione di questo successo piuttosto anomalo :”..Circondate come sono sempre le donne da uomini continuamente ma superficialmente galanti  e devoti ,  esse simpatizzano con chi si  mostra loro  siccome una novità”.
Se poi vogliamo fare un raffronto, sul piano sentimentale, fra Garibaldi e Mazzini, possiamo dire che  il primo, con le donne,  era piuttosto spiccio e qualche volta, diciamolo, anche di bocca buona,  mentre il secondo era piuttosto raffinato, coltivando i suoi sentimenti -  talora molto combattuti, fra ripensamenti e sensi di colpa  - solo con donne di un certo ceto, colte e talora aristocratiche.    
Nel suo comportamento emerge soprattutto il contrasto  fra un serio  desiderio d’amore, ed  un inflessibile senso del dovere, uno  sfrenato attaccamento alla propria  libertà  che lo spingono a dedicarsi esclusivamente  alla lotta politica, con tutta la sua imprevedibilità ed i suoi molti rischi che,  collidendo con il primo, gli impediscono  di realizzare una serena vita familiare che pure considera ideale.     
E’ di ciò chiaro esempio il rapporto, fondamentale nella sua vita affettiva, intercorso con Giuditta Bellerio, figlia  del barone Andrea  magistrato nel regno italico, e vedova del carbonaro  Emilio Giovanni Sidoli di Reggio Emilia con il quale aveva condiviso, nel ducato di Modena, le battaglie per il riscatto dell’Italia. Ricercata per tale sua attività  rivoluzionaria, si pone in salvo a Marsiglia ove nel 1932 avviene l’incontro con Mazzini  a sua volta esiliato dal  Regno di Sardegna dopo che  a Genova era stata scoperta la sua attività di carbonaro: e scoppia l’amore.
Intenso, romantico, carico di sentimentalismo   evidente  nelle lettere dell’uomo all’amata, ove trovano luogo i più classici ingredienti  della corrispondenza amorosa, il desiderio, i baci appassionati al medaglione che la ritrae, la ciocca di capelli  che porta sempre con sé, la promessa di un amore infinito, frasi come “Tu sei un angelo, tu sei sublime per me” e così via. Lei ricambia con pari passione (ne nasce anche un figlio che muore a soli tre anni), ma la  concreta soluzione di un matrimonio, che lei sollecita, (e che anche la madre di lui, solitamente ascoltata consigliera, appoggia), ottiene una dura risposta: non può, la patria italiana e repubblicana lo chiama.
Lei, risentita,  gli scrive:”…Mi mostri qualcosa di troppo  serio, qualcosa che mi fa anche ridere, non ti incresca. Io leggo nel tuo cuore, so che di là partono le tue parole, amo, apprezzo il sentimento  che le detta ma non posso impedirmi di dire: eccolo là, sempre quello, facitore di poesia, di amore, in tutto quello che di vero, di sensibile nell’anima, ma sfuggendo sempre alla realtà della terra”: e tutto finisce.
E che dire delle passioni amorose che -  talora involontariamente, ma non sempre - l’esule italiano accende nelle famiglie che lo accolgono, suscitando talora qualche sconquasso?  
A Losanna,  in casa dell’avv.Giovanni Mandrot aveva addirittura provocato una vera eruzione vulcanica di passioni nel cuore della moglie Louise (o Lisette), e pure di tre delle sue cinque figlie, Caterine, Maria ed Elisa. Cosicchè, allorchè Mazzini  lascia la Svizzera per Londra, la Maria non esita a dichiarargli il suo amore e ne nasce una corrispondenza con la quale  Mazzini, delicatamente, la informa di non poterlo corrispondere. Ma siccome la fanciulla  non si dà per vinta,   prega il comune amico Luigi Amedeo Melegari lui pure patriota   esule a Losanna,   rimasto sul posto,   di convincerla che non c’era niente da fare. Resta da dire che la conclusione   di questo “affaire” amoroso fu certamente singolare perché  il Melegari, dopo aver spento  l’incendio  della fanciulla per Mazzini, prese fuoco a sua volta per lei,  e se la sposò.
Durante il suo soggiorno in Inghilterra, che fu la sua seconda patria, l’esule italiano ebbe rapporti di grande amicizia con l’avv.William Henry Ashurst, la moglie di lui, il figlio William  -  che fu banchiere di Garibaldi -   e le  tre sorelle Elisa, Emilia e Carolina “tutte –scrive sempre Paolo  Di Vincenzo – innamorate di lui” anche se  Mazzini afferma che, per quanto lo riguardava, si trattò di  semplice amicizia. Sta di fatto che Elisa, l’unica nubile, s’infatuò perdutamente e “non ricambiata condusse una vita errabonda finendo per sposare un operaio francese morendo poi giovanissima”.
“Emilia – prosegue di Vincenzo  –  che pare fosse la prediletta, intrattene con lui una fitta corrispondenza, ma quando venne in Italia per incontrarlo conobbe un ufficiale garibaldino (evidentemente assai più fascinoso  di Mazzini – ndr) che sposò dopo aver ottenuto il divorzio dal marito inglese”.
Infine, anche la Carolina,  sebbene sposata -  sottolinea lo stesso autore - ebbe una lunga  relazione epistolare con Mazzini interrotta  solo dalla sua morte.
Ma dove emerge in  modo assai evidente il singolare modo di Mazzini di  manifestare la propria affettività sempre sul filo del rasoio fra amore ed amicizia, è nel rapporto instauratosi a Londra nel 1837                       fra lui e Jane Carlyle,   moglie di Thomas, critico e scrittore scozzese che accolse con molta cordialità nella sua casa l’esule italiano  da lui ritenuto “…uomo di chiara intelligenza e di nobili virtù, pieno di musicalità…un po’ lirico per natura “. Le frequenti visite di Mazzini nella sua casa  di Cheyne Row, a Celsea, favorirono il nascere di una profonda amicizia fra lui e Jane, che non insospettì affatto il marito  Thomas  un  po’ distratto perché,  scrive Gatta, “sentimentalmente indaffarato  con tal Lady Harriet Baring…”.
Ad asserire che di sola amicizia si trattava,  bella e sincera,  è Mazzini nelle sue frequenti lettere alla madre, sua confidente e fidata consigliera. Dopo averle descritta Jane (… ancora giovine, non bella, non brutta, occhi e capelli neri, magra, piuttosto alta, vivace…) l’assicura “affinchè l’esser ella ancor giovine  non vi faccia sospettare oltre il  vero, ch’io non l’amo  se non come sorella  per le eccellenti qualità del suo cuore, per l’amore che porta al paese mio  ed alle mie idee…Essa pure, benché forse m’ami  più ancora  ch’io non l’amo, m’ama come sorella, d’amicizia donnesca, esaltata, ma pur d’amicizia…”.
Successivamente, però,  con la lettera 19 marzo 1840 sempre diretta alla madre, parlandole  di Jane, premesso che “non ho quasi in nulla svelata  la mia natura con lei”   ammette che “v’è una strana simpatia  che l’attira verso di me, e mi pare ch’essa stimi il mio cuore più che la poca conoscenza diretta”: insomma, si accorge che l’altra si è innamorata di lui, mentre lui insiste a considerarsi solo ed esclusivamente suo amico, giungendo a sconsigliarla di abbandonare, come lei vorrebbe, per le sue ripetute infedeltà, il marito.
E  che  per Jane quell’amicizia fosse  amore vero, di cuore e pure  di sensi, emerge da una sua lettera alla madre di lui :”…”Ama il martir d’Italia”. Non bisogna comandarmelo!...Non posso far altro!...Oh! se voi sapeste come l’amo”; ed a questo punto  una frase non chiara, forse dovuta alla modesta conoscenza dell’italiano, ma che può essere interpretata come audace, incredibile, esplicito desiderio di amore concreto:”Non “bisogna”, dico, ma mi goda!”.
A suscitar sospetti sul tipo di rapporto intercorso fra i due, stanno le  romantiche passeggiate londinesi che li portano  sul punto più elevato di Londra, sulla cupola della cattedrale di S.Paolo, ove rimangono soli, (lo scrive lui alla madre) per tre quarti d’ora in mezzo ad un vento diabolico.
Oppure, di notte, nel mezzo di un ponte sul Tamigi, ove rimangono una diecina di minuti ad osservare il fiume e le imbarcazioni “tra l’umido  e un vento  rabbioso e freddissimo che urlava d’intorno a noi” (e sappiamo pure che lui aveva, in quell’occasione, il mal di denti che, forse per la violenta reazione causata dal vento e dal freddo, il giorno dopo, come d’incanto,  era sparito).
Bruno Gatta, nella sua opera più volte citata, si chiede se questa  “liaison” sia stata o no solo platonica. E noi pure  ci chiediamo se fra i due,  oltre a scarpinare sugli scalini della cupola di S.Paolo, o ad osservare di notte, da un ponte, il Tamigi, vi sia stato  un rapporto meno freddo del vento che, ostinatamente,  accompagnava, a Londra,  i loro incontri.
                                                                                                                                            Giovanni Zannini 

PARLAMENTARE CORAGGIOSO (E  INTELLIGENTE) CERCASI
Visto che in materia di riduzione dei compensi ai parlamentari di passi avanti se ne fanno pochi, occorre pensare al modo di riuscire nell’intento senza dover aspettare leggi e regolamenti, difficili da attuale e soprattutto chi sa quando.
Si dovrebbe, dunque,  trovare una scorciatoia, e basterebbe  che un parlamentare coraggioso e convinto che la solidarietà serve a fare delle buone opere e non a mantenere privilegi e benefici ormai intollerabili, dichiarasse di essere disposto a rinunciare ad una parte dei suoi compensi (di quanto? in Francia i ministri se li sono  ridotti  del 30% ma ci si potrebbe accontentare anche di un 25) chiedendo che i colleghi dichiarino PUBBLICAMENTE di essere disposti a fare altrettanto.  
A questo punto o gli altri si dicono d’accordo, e il problema è risolto, o, in caso contrario, l’elettorato, scandalizzato dal rifiuto del parlamentare renitente, gliela farebbe pagare,    alla prossima occasione, con una sicura sconfitta elettorale.  
Ma, si diceva, questo parlamentare modello  dovrebbe essere, oltre che coraggioso, anche intelligente: perché se sarebbe sommerso dai moccoli e dagli improperi che, sottovoce, i colleghi, costretti loro malgrado a questo gesto di generosità, gli farebbero pervenire, si vedrebbe però gratificato, alla prossima competizione  elettorale, da una tal valanga di voti da fargli meritare, senza spesa alcuna,   la sicura rielezione.
Che se poi il suo esempio fosse seguito da qualcun’altro di quelli che  siedono in altri scranni elettivi (nelle regioni, nelle province, nei  comuni e così via), quel parlamentare generoso (e avveduto) correrebbe il gradito rischio  di diventare una specie di eroe nazionale come Cavour, Mazzini e Garibaldi.     

                                                                                                          Giovanni Zannini

“ORE” ALLA PATRIA

Il 18 dicembre 1935 fu celebrata in Italia la “Giornata della fede” in cui le mogli ed i mariti italiani furono invitati  a donare “Oro alla patria” facendo cadere in un’urna (talora in un elmetto rovesciato come simbolico contenitore) le proprie fedi nuziali.
L’iniziativa era stata lanciata dal governo fascista come risposta alle “Sanzioni economiche” decretate dalla Società delle Nazioni il 18 novembre dello stesso anno contro l’Italia colpevole di aver aggredito l’Abissinia in violazione dell’art.XVI del  suo Statuto.
Grazie all’abilità del governo fascista che in un  momento di grande  difficoltà era riuscito a  convincere  gli  italiani del loro diritto a conquistare l’Abissinia  in cui potersi  espandere e della  quale godere  le (affermate) ricchezze, e quindi di  reagire alla grande ingiustizia subita,  l’iniziativa ebbe un innegabile successo per merito  anche dell’esempio dato dalle supreme autorità nazionali e da altri illustri personaggi.
Il re Vittorio Emanuele donò lingotti d’oro, la Regina Elena la propria fede, accompagnandola con un proclama, il principe ereditario Umberto il “Collare dell’Annunziata”, Guglielmo Marconi, oltre all’anello, la medaglia da senatore, Luigi Pirandello la medaglia del Premio Nobel, e Gabriele d’Annunzio, oltre alla fede (ricordo del suo matrimonio con Maria Hardouin, duchessa di Gallese, il che non costituì certamente per lui, che con la fedeltà coniugale non ci aveva molta dimestichezza, gran sacrificio)  addirittura, riferiscono le cronache, “una cassa d’oro”: ed in totale vennero raccolte 37 tonnellate d’oro e 115 d’argento.
Anche oggi,  e ancora una volta, l’Italia si trova di difficoltà e vien da chiedersi se non si potrebbe, per superarla,   indirizzare l’entusiasmo di una volta  - che trasformò,  purtroppo  l’oro e l’argento  in armi e gas asfissianti per portare la civiltà ai selvaggi etiopi -  a fini più nobili.
Vogliamo forse  che il Presidente Napolitano e la signora Clio ascendano  la scalinata del Vittoriano per versare  i propri anelli nuziali - sia pure  in un contenitore più pacifista che non  un elmetto da guerra -  e che gli altri italiani facciano, sul loro esempio,  altrettanto in municipio?.
Non direi  sia il caso, perché a questo mondo occorre rinnovarsi e ricorrere a idee nuove,  ed anche perché,
con tutti i  conviventi che ci sono oggi in giro i quali, notoriamente, delle fedi, non sanno che farne, i risultati sarebbero disastrosi.
Perché non pensare, allora,  a donare all’Italia non più oro, ma “ore” di lavoro, per aiutarla a superare i guai in cui attualmente si trova?.
Mi hanno sempre colpito le statistiche allorchè, confrontando i risultati economici di un mese rispetto al precedente, attribuiscono l’eventuale risultato negativo alla perdita di ore di lavoro per festività infrasettimanali o per ore di sciopero:   parrebbe perciò logico che, se invece che sottrarle, si aggiungessero ore al lavoro, la produttività ne trarrebbe indubbio beneficio.
E allora, una volta alla settimana l’impiegato, pubblico o privato, con il suo dirigente, resta un’ora di più in ufficio, l’operaio, con il suo direttore, idem in fabbrica, il medico in ospedale, il  poliziotto sulla strada, il giudice in tribunale, l’insegnante a scuola -  ma qualcosa si dovrebbe pensare anche per i liberi professionisti e pure per alcuni  pensionati troppo spesso inutilizzati - prolungano  di un’ora il proprio servizio.
Il  tutto, rigorosamente,“ gratis” e su base volontaria, per cui chi lo facesse avrebbe la soddisfazione morale di considerarsi un po’ patriota, mentre gli altri dovrebbero sentirsi un po’ vigliacchi.
Si tratta di vedere, se, a 150 anni dall’unità  gli italiani, dopo aver tanto lodato quelli che per essa ci hanno spesso rimesso  la pelle, sarebbero oggi disposti, senza spendere un quattrino,  a dare una  mano alla ripresa dell’Italia solo rinunciando, una volta alla settimana, a un po’ di riposo o alla partita a briscola.                                                                                                               
                                                                                                                                    Giovanni  Zannini