lunedì 8 novembre 2010

IL PALIO DI SIENA, UNO SPETTACOLO INDECENTE

Il ministro Brambilla ha qualche tempo fa affermato che “se la Catalogna rinuncia alla corrida anche noi possiamo rinunciare a qualche palio – chiaro il riferimento a quello di Siena - che danneggia l’immagine dell’Italia e del “Made in Italy””.
Personalmente sono favorevole all’abolizione di quella manifestazione non tanto per  motivi “umanitari” nei confronti di cavalli sfruttati e maltrattati che spesso ci rimettono la pelle di fronte alla  folla plaudente, quanto per il fatto che la competizione e ciò che vi sta attorno costituiscono la mostra, una specie di esposizione di molti italici vizi che andrebbero criticati  e non invece esibiti con compiacimento e quasi con fierezza.
In un momento in cui si criticano aspramente immoralità, intrigo ed “inciuci” in campo politico, e non solo, si assiste ad uno spettacolo indecoroso di indisciplina, di slealtà e di corruzione evidenziati da servizi giornalistici che spesso,  per far colore, giungono perfino ad esaltarli.
A  cominciare da capi contrada o loro emissari che, con borse gonfie di banconote,  si aggirano di notte per ordire intrallazzi e alleanze spesso non rispettate; alla corruzione di fantini che prendono quattrini assicurando un certo comportamento in gara poi clamorosamente smentito per cui accade che qualcuno di essi giri poi  prudentemente alla larga da Siena; ed ad  occhiuti contradaioli che presidiano giorno e notte i loro destrieri  ad evitare che si tenti di dar loro qualche malefico beverone, o di azzopparli.
Gli stranieri, ammaliati dallo stupendo spettacolo della piazza pavesata a festa, dalle note potenti di trombe e tamburi, dai colori dei drappi, dalle prodezze degli sbandieratori, dai costumi sgargianti e dalle beltà delle “madonne” che li indossano,  guardano però con disgusto alla ”bagarre” delle ripetute false partenze in cui i “mossieri” non riescono a tenere a freno un branco di scalmanati, agli scalciamenti dei cavalli, ai fantini che tramano fino all’ultimo e che si scambiano nerbate furtive prima di avventarsi con furia belluina sul percorso ove tutto è permesso pur di arrivare primi alla meta, in una gara scomposta in cui a vincere non è il migliore ma il più furbo, e chi è maggiormente senza scrupoli. 
Per cui mi permetto umilmente di raccomandare a Sua Eccellenza il Vescovo di Siena  che collabora al buon esito del Palio benedicendo cavalli, cavalieri e capi contrada, di ricordare a questi ultimi le virtù  dell’onestà e che, se si commettono  delle birbonate occorre poi pentirsene ed anche fare il proposito di non commetterne  più.
Ad evitare che qualcuno , sull’onda della provocazione del ministro Vittoria Brambilla, proponga di abolire il Palio di Siena o, quanto meno,  di vietarne  la visione ai minori di 16 anni.
                                                                                                           
                                                                                                 Giovanni Zannini

                 

IL NUOVO LESSICO FAMIGLIARE

Nulla a che vedere (come potrebbe suggerire l'intitolazione) con il “Lessico famigliare”, un libro di ricordi di Natalia Ginzburg che nel 1963 vinse il prestigioso “Premio Strega”.
Si tratta invece, qui, di evidenziare come il “lessico” (ossia il linguaggio)  italiano  si stia modificando in Italia specie sotto la spinta di avvenimenti che, negli ultimi tempi,  hanno molto interessato la pubblica opinione.
Si direbbe, infatti, che sia attualmente in atto  lo sforzo, da parte di taluni, di legalizzare rapporti che, in realtà, legali non lo sono affatto.
Si comincia da “cognato” che dovrebbe qualificare il fratello della moglie o del marito, mentre, impropriamente, lo si vuole attribuire anche al fratello della o dello amante.
Poi,  la parola “suocera”, che qualifica, correttamente,  la madre di uno dei coniugi,  viene oggi da molti estesa anche alla madre di uno degli amanti.
Oltre a ciò, anche per la “moglie”, è in atto un tentativo di  adattamento  perché, mentre con tale parola si indica il “coniuge di sesso femminile”, si cerca, sempre più spesso, di attribuirla a chi donna lo è sicuramente, ma coniuge proprio no.
E si potrebbe continuare con nonni, zii, cugini e nipoti vari che, in realtà, non hanno alcun legame  con la persona più o meno illustre della quale si desidera vantare la parentela.
Ma non è certo appioppando terminologie legali a rapporti interpersonali  che di legale non hanno assolutamente nulla, che uno può mettersi in pace con la propria coscienza.
                                                                                                               
                                                                                      Giovanni Zannini 

GLI EBREI IN UGANDA: UN'OCCASIONE MANCATA?

Nell'agosto 1903 Theodor Herzl (1860-1904), fondatore del sionismo, propose al 6° Congresso Sionista in corso a Basilea nell'agosto  1903 il suo “Progetto Uganda” che prevedeva l'insediamento in Africa del futuro stato ove  finalmente riunificare gli ebrei sparsi nel mondo.
Il “Progetto” venne approvato con 295 voti a favore, 178 contrari  e 98 astenuti: ma la morte, l'anno successivo,  di Herzl consentì il prevalere di quanti si erano opposti al suo progetto che venne abbandonato dal 7° Congresso Sionista tenutosi  ancora a Basilea nel luglio-agosto 1905. Esso - come scrive Eli Barnavi nella sua “Storia d'Israele” - rifiutò la “chimera africana” e riaffermò che “il sionismo  non ha senso senza Sion”.       
Herzl, che  si era assunto la missione di dare una patria agli ebrei,  e ricercava il luogo  in cui poterla insediare,  aveva anzitutto condotto trattative per l'acquisto della Palestina con il sultano Abdul Hamid che ne era all'epoca proprietario per  realizzare il sogno di far sorgere il nuovo stato nella biblica “terra promessa”.
Fallite le trattative per le pretese eccessive del sultano, egli declinò, per la mancanza delle necessarie risorse idriche, l'offerta dei governi inglese ed egiziano di installarsi nel Sinai:  e l'assenza, all'epoca, delle moderne tecniche per l'utilizzo delle acque marine - che hanno poi consentito di trasformare la Palestina in una terra fertile e verdeggiante -  fa rimpiangere che non si sia potuta realizzare tale soluzione in un territorio prossimo a Gerusalemme e ricco esso stesso di memorie vetero-testamentarie (basti pensare al monte Sinai, il mitico Gebel Musa).
Altre ipotesi al difuori della Palestina , fra le quali l'insediamento in Argentina e pure negli Stati Uniti in un territorio circostante il Mississipi  furono prese in considerazione fino a che, per risolvere il problema, la Gran Bretagna propose a Herzl  l'Uganda, all'epoca sotto suo protettorato.   
In un territorio poco densamente popolato si produce caffè, cotone e canna da zucchero, grandi foreste sono ricche di legname pregiato,  mentre  miniere forniscono oro, stagno, rame ed altri minerali. Oltre a ciò, è dotato di una ricca rete idrografica ideale per l'irrigazione che avrebbe consentito  all'intelligenza, alla laboriosità ed all'intraprendenza dei coloni ebrei supportati da notevoli disponibilità economiche, di trasformare le savane, le steppe e le foreste ugandesi in un Eden così come hanno poi saputo fare nei  deserti della Palestina.
Alla luce di quanto sopra, del sangue sin qui sparso  in medio oriente e di quanto ancora potrebbe accadere ove i difficili  negoziati in corso dovessero ancora una volta malauguratamente fallire,  vi è forse da rammaricarsi che  il “Progetto Uganda” non sia andato a buon fine.
                                                                                                    
                                                                                             Giovanni Zannini


SOTTOSEGRETARIO LETTA, LO CORREGGA LEI

Egregio Signor Sottosegretario, mi permetto rivolgermi a Lei che in quanto persona per bene, cattolico dichiarato e, in più,  titolare di un'importante onorificenza pontificia (Cameriere di Sua Santità o qualcosa di simile) è sicuramente in grado di comprendermi.
Lei ben conosce il significato della “correzione fraterna” nella dottrina cattolica.
Per chi non lo sapesse, ricordiamo che essa consiste nel dovere morale di tutti - e non solo di chi ha responsabilità pastorali -  di correggere il fratello quando si accorgono del suo errore.
Lo prescrive la carità cristiana, ed essa va praticata con discrezione e rispetto, mai con atteggiamento risentito e senza aver l'aria di giudicare: è una prova di affetto verso tutti ed in particolare nei confronti delle persone che ci sono amiche.
Ebbene, Signor Sottosegretario, Lei è  amico del nostro Presidente del Consiglio del quale è apprezzato consigliere politico, e  appare spesso al suo fianco condividendo e appoggiando la sua azione politica, sul che non vi è nulla da ridire perchè, come Lei ben sa, oggi la Chiesa ritiene che il cattolico possa partecipare in partiti politici diversi, purchè in essi manifesti apertamente e, sostenga, all'occorrenza, con decisione, i propri principi religiosi e morali.
Ebbene, se, come ritengo, Lei concorda con i molti che  criticano il comportamento privato del Presidente e talune sue dichiarazioni che contrastano con la dottrina cattolica, e che lasciano veramente stupiti e addolorati, glielo dica Lei, Signor Sottosegretario, di mettere la testa a posto, di non fare e dire certe scemenze,  e di comportarsi come una persona per bene e responsabile.
Anche per evitare che qualcuno, in malafede, voglia affacciare l'ipotesi assurda e ingiuriosa che Lei, Signor Sottosegretario, condivida, del Presidente, non solo la politica, ma anche il resto.  
Lei è certamente la persona più adatta per fare certi discorsi saggi e pacati al Presidente, e se Lei mi dicesse che, per dovere di coscienza,  glieli ha già fatti, visti i bei risultati ottenuti vien da dire che il soggetto, come taluno va dicendo,  sia veramente incurabile.   
                                                                                                   
                                                                                            Giovanni Zannini

A PROPOSITO DI PATRIOTTISMO

Concordo con la lettera di  Antonio Prezioso – che  ben conosco ed ammiro per la grande cultura e l’esperienza maturata in importanti incarichi politici ed amministrativi – qui apparsa lo scorso 24 ottobre allorchè rimprovera alla Lega di “far rinascere un irrazionale ed intempestivo  spirito vetero-patriottico  di cui non si sente il bisogno in tempi  di europeismo e di globalizzazione”.
Quello spirito  “patriottardo” che esaltava la forza e la violenza nei rapporti politici interni, ed  il “fai da te” in quelli internazionali al  difuori di ogni vincolo derivante dalla convivenza con gli altri popoli in nome di una affermata superiorità di razza e di una presunta missione derivante  dalla passata grandezza di Roma
Quel sentimento per cui in tempi che lui ed io abbiamo vissuti, per essere patrioti occorreva fin dai primissimi  anni indossare la divisa ed imparare a maneggiare il minuscolo moschetto dei balilla-moschettieri per divenire una volta cresciuti perfetti soldati in grado di portare con le armi nel mondo la civiltà  perchè l'italiano è il popolo più forte, civile, intelligente, lavoratore e maschio che ci sia mentre gli altri sono incivili, rammolliti, sfruttatori, imbelli, zozzi,  e pure tonti.       
Questo è il vecchio patriottismo che con Prezioso rinnego.
Ritengo, però,  che non vada criticato  il patriottismo  “sano”, quel sentimento che ti fa fremere allorchè  sventola il tricolore (simbolo della terra in cui sei nato e di tutti quelli che l’hanno popolata e la popolano) e canti l’inno nazionale,   che non contrasta in alcun modo con i principi morali  e  religiosi da  Prezioso e da me apertamente professati. 
Anche se, diciamolo francamente, l’inno nazionale  esigerebbe un’aggiustatina, non per la musica che è bella e trascinatrice, ma per il testo, per renderlo meno guerriero ed immettervi  sentimenti di pace e di giustizia.
Oggi,  per fortuna, non vi è  necessità di morire per la patria, ed oggi patriota è chi contribuisce   con l’ onestà,  il  lavoro, la forza intellettuale e fisica, lo spirito di sacrificio, lo studio, l’intraprendenza, la partecipazione politica e pagando le tasse, al bene comune materiale e morale della società in cui vive.
L’Italia potrà così confrontarsi,  in una sana e pacifica competizione con le altre nazioni,  e   legittimamente rallegrarsi quando avrà ottenuto dei buoni risultati,  come in famiglia si gioisce per i successi  scolastici del figlio o per la sua vittoria in una competizione sportiva.
Senza rinnegare (mai!) gli eroi del passato che sono stati costretti a porre il  valore, il coraggio, l’ entusiasmo, l’ intelligenza, lo spirito di sacrificio e l’ intraprendenza di cui erano tanto  ricchi, al servizio della violenza anziché del lavoro, della pace e della civiltà.
E’ animato da questo “sano” patriottismo che il 4 novembre 2010  ho esposto il tricolore.   
                                                                                                     
                                                                                           Giovanni Zannini

UN NUOVO AMOR DI PATRIA

Se Franco Battiato, autore della sconsolata canzone “Povera patria” con la quale si doleva anni fa della scomparsa dello spirito patriottico  in Italia, si fosse trovato  lo scorso venerdì 15 a Padova
, avrebbe certamente avuto motivo di attenuare il proprio sconforto.
Per celebrare, infatti, il 90° anniversario di fondazione della propria sezione, l'ANA (Associazione Nazionale Alpini) di Padova ha organizzato in tal giorno una cerimonia in onore del padovano S.Tenente degli Alpini Vittorino Zanibon -  medaglia d'oro al valor militare -   al quale, al n.12 di  via Siracusa,  è intestata la scuola primaria.
Avrebbe assistito al salire in alto del tricolore a presiedere, simbolicamente, gli astanti;  avrebbe udito l'inno nazionale cantato a viva voce anche da fanciulli, molti dei quali con gli occhietti a mandorla, altri con fitti capelli neri ricciuti, tutti  con un minuscolo cappello alpino in capo, e la manina destra sul cuore; avrebbe  visto “veci” e “bocia” sull'attenti attorno al labaro della sezione decorato dalle medaglie d'oro di 7  eroi padovani, e le tute arancione dei commilitoni sempre in prima linea nelle operazioni di soccorso della Protezione Civile.
Avrebbe incontrato i sempre attivi dirigenti della sezione ANA,  i rappresentanti del mondo civile e militare di Padova,  primo fra tutti  il gen. Enrico  Pino, e  stretto la mano del 94enne S.Ten. Emilio  Pisani, compagno d’armi  che  raccolse le ultime parole dell’eroe,  ed al suo nipote Luigi Maria Zanibon accorso da Milano con alcuni suoi cimeli.
E poi, applaudito  le parole con le quali, concordemente, gli oratori intervenuti  hanno voluto dare un nuovo significato alla parola patriottismo che non è più, come in un passato di triste memoria, affermazione di superiorità rispetto alle altre nazioni ed uso della forza per  imporre la propria supremazia. Esso deve essere, invece,  lo sforzo di ogni italiano  di coltivare  l’ intelligenza, la vigoria fisica, il coraggio, l’onestà, lo spirito di iniziativa e di sacrificio che furono di Vittorino Zanibon,  per dare il proprio contributo al bene comune e  far quindi competere pacificamente il nostro paese  nella giustizia sociale, nell’economia, nella cultura, nella scienza, nell’arte, nello sport e così via, con le altre nazioni del mondo.          
Pronta anche, l’Italia, a dare il proprio contributo agli organismi internazionali destinati ad intervenire laddove la pace e la civile convivenza siano messe in pericolo.
 Grazie alla collaborazione della Direzione Didattica  ed all’esemplare entusiasmo della Preside e delle insegnanti della “Zanibon” collaborate dai loro piccoli alunni compresi ed ordinati,  l’ANA  (alla quale il nostro giornale è stato lieto di offrire  il proprio apporto), ha saputo lanciare un significativo messaggio a tutti i cittadini di Padova – in particolare alle giovani generazioni -  che ci auguriamo venga raccolto anche da tanti altri italiani.                                                                                                                

                                                                                                 Giovanni Zannini

La Brigata Ebraica - DA VITTIME A CARNEFICI

Il “Sangue dei vinti” drammaticamente rievocato da  Giampaolo Pansa nel suo “best- seller” non fu sparso, alla fine della seconda guerra mondiale,  solo in Italia ma in tutta Europa: ma questa comunanza non può certamente attenuare le nostra colpe e consolarci con il fatidico “Chi è senza peccato…”.
Ed a questo tristissimo spargimento diedero il loro contributo anche molti ebrei che alla fine del conflitto si trasformarono da vittime in carnefici come emerge dal libro “La Brigata”  scritto da Howard Blum (scrittore e giornalista americano) che racconta le vicende  di una formazione militare composta da ebrei, e quindi denominata “Brigata Ebraica”, costituita alla fine del 1944 e inquadrata nell’esercito inglese, che combattè sul fronte italiano contro i tedeschi.
L’origine di tale brigata costituisce il  caso singolare di due contendenti impegnati in una lotta senza quartiere che ad un certo punto decidono di por termine al loro contrasto e si alleano per combattere un nemico comune, salvo poi, dopo averlo sconfitto,  riprendere le ostilità provvisoriamente sospese.
In Palestina, infatti, era da tempo in corso un aspro conflitto fra l’ “Agenzia Ebraica” avente lo scopo di difendere gli ebrei ivi immigrati oltre a favorire il loro afflusso  nella “terra promessa”, e gli inglesi che avendo avuto fin al 1920 dalla  Società delle Nazioni il “Mandato” su quel territorio, vi si opponevano fermamente.
La lotta per por fine all’odiato “mandato” e quindi costituire in Palestina lo stato l’Israele fu condotta dagli ebrei, organizzati in formazioni paramilitari capitanati dalla ”Haganà”  fino a quando,  all’inizio della 2° guerra mondiale, la lotta fu sospesa per far fronte comune contro la Germania colpevole di attentare alla libertà dei popoli e di opprimere gli ebrei: salvo riprendere, senza esclusione di colpi,  alla fine vittoriosa della guerra contro i nazifascisti.
La loro richiesta  di partecipare attivamente  al conflitto con formazioni militari proprie a fianco degli alleati fu per molto tempo osteggiata dagli inglesi fino a che  il 19 settembre 1944 il governo inglese decise di aprire gli arruolamenti per formare una brigata ebraica in grado di partecipare alla battaglia finale per la distruzione del  nazismo.
Fu così che nacque la “Brigata Ebraica” composta da 5.000 uomini provenienti in maggior parte dalle fila dell”Haganà”, che agli ordini del gen.Ernest Frank Benjamin nel marzo 1945  combattè  contro i tedeschi sul fronte italiano presso Ravenna segnalandosi per la conquista del monte Ghebbio.  Il suo contributo di sangue fu di 59 morti e 150 feriti.               
Dopo la resa dei tedeschi in Italia (2.5.1945) la brigata era stata in un primo tempo destinata come forza d’occupazione in Germania:  ma il  viaggio fu interrotto a  Tarvisio da un ordine  che non riteneva consigliabile il loro impiego colà come forza d’occupazione  in vista “dei molti e complessi problemi” che questa occupazione avrebbe potuto provocare: chiaro riferimento a quanto poi si verificò fatalmente in Italia ed in Europa.
La brigata era destinata a montare la guardia ai confini fra Italia, Austria e Jugoslavia, ma  Tarvisio  divenne la capitale della vendetta ebrea.
La tremenda carica di odio provocata  in tanti anni dall’ antisemitismo  di Hitler, ingigantita poi  dalle prime notizie sugli orrori dei campi di sterminio, emerge dal  macabro decalogo dettato dal capo di una “Huliya” (squadra ebrea di eliminazione) ai suoi uomini diretti in Germania, del quale riportiamo alcuni “comandamenti”:         
-          Odia i macellai del tuo popolo fino alle ultime generazioni!.
-          Rammenta: il fatto che veniamo come autorità militare  con bandiera ed emblema dinanzi agli occhi del popolo tedesco nella sua patria, è una vendetta!
-          Rammenta: la vendetta è un compito comune. Qualsiasi atto irresponsabile  indebolisce il gruppo.
-          Siano maledetti: loro, le loro mogli, i loro figli, i loro beni e tutto ciò che appartiene a loro: maledetti per generazioni!
Va peraltro riconosciuto che questo atteggiamento estremista non era condiviso da tutta  la brigata il cui comandante gen.Benjamin, pur rendendosi conto che “numerosi uomini hanno tutte le giustificazioni personali per desiderare di vendicarsi dei tedeschi”,  aveva anzi  ribadito il proprio fermo desiderio  “che la brigata ebraica agisca in modo corretto secondo le convenzioni riconosciute”: e per questo erano stati posti in atto severi controlli che vennero però sistematicamente violati.
Molti soldati della brigata, infatti,  preferirono dare ascolto all’”occhio per occhio dente per dente” della Torah piuttosto che agli ordini dei superiori.
I frutti di tale scelta emergono  dalle  pagine  che descrivono le azioni di  una “huliya” ( il cui numero non risulta dal libro) alla quale vengono attribuite dalle 200 alle 300 uccisioni.
Il suo comandante è “Giudice e Giuria”, e  “In nome del popolo ebraico ti condanno a morte” è la formula che precede l’uccisione dei nazisti individuati e catturati.
Si legge:  ““Zorea – componente di un’”huliyia” - preferiva non usare un’arma. “Lavoro scadente”, lo definiva in modo sbrigativo. Non soltanto era pasticciato, con frammenti  di cranio e sangue che volavano dappertutto,  ma era anche pericoloso: una pallottola vagante poteva  colpire uno dei loro””. Adottò allora un altro sistema: il soffocamento,  stringendo con le mani nude il collo del condannato. Ma siccome era faticoso e occorreva troppo tempo perché l’altro andasse all’altro mondo, sperimentò un altro procedimento. Il condannato era posto in mezzo a due giustizieri uno dei quali gli offriva una sigaretta accesa, e quando l’altro esalava la prima boccata di fumo,  i due gli avvolgevano velocemente una corda intorno al collo e stringevano con tutta la loro forza. “Così lo strangoli  – spiegò Zorea – e funziona bene”.
Ci fermiamo qui, anche se molte altre pagine descrivono con inaudita crudezza spietate uccisioni.
Ma quella voglia  di sangue cede alla fine di fronte al desiderio di quei soldati di trasformarsi, da uomini destinati ad uccidere, in salvatori di vite umane.
Nasce così  l’operazione ”Bricha” (La fuga), che utilizzerà gli uomini delle “huliyia” e la loro capacità  di sgusciare impunemente attraverso le frontiere degli stati europei ,  per trasportare,  nonostante l’occhiuta vigilanza degli inglesi che volevano impedirlo,  migliaia di sopravvissuti alla “Shoà” fino ai porti dell’Atlantico e del Mediterraneo, e ad imbarcarli verso l’agognata  “terra promessa”.     
Alla fine, l’amore per il proprio popolo aveva prevalso sull’odio per il popolo vinto.      
                                                                       
                                                                                    Giovanni Zannini