mercoledì 4 febbraio 2015

ISLAM: IL CORAGGIO DI USCIRE DALL'EQUIVOCO

Molti sono i musulmani che di fronte a violenze inaudite quali  la recente strage di Parigi,  i massacri  in Nigeria ed in altre parti del mondo contro i cristiani,  e l’utilizzo criminale di bambini imbottiti di esplosivo  utilizzati come bombe  negli attentati,  esprimono il loro dissenso contro coloro che pur affermandosi  musulmani  sono autori di tali efferati delitti.
Sono i  rappresentanti  del  cosiddetto “Islam moderato” ai quali va riconosciuta la buonafede,  la sincerità delle loro parole ed il coraggio di opporsi a quanti  si comportano in maniera inumana proprio in nome della religione dell’ISLAM alla quale  entrambe le fazioni appartengono.
Ma le loro parole cozzano contro una realtà che proviene proprio dal Corano, il libro sacro dell’Islam che
alla Sura  IX  versetto 29  afferma testualmente: “Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli , fra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finchè non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati”; che  al  successivo versetto 30 invoca  Allah affinchè annienti giudei e nazareni, ed al seguente 123 esclama: ”O voi che credete, combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi. Sappiate che Allah è con i timorati”.
Ma, affermano i “moderati”, nel Corano sta  anche scritto che (Sura II versetto 62) “In verità coloro che credono, siano essi giudei, nazareni o sabei, tutti coloro che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno nulla da temere e non saranno afflitti”.
Non è chi non veda  la drammatica situazione nella quale viene a trovarsi il fedele musulmano di fronte al Corano  composto da 6200 versetti talora di difficile interpretazione e contradditori, che si susseguono in maniera un po’ caotica e senza filo conduttore.    
Purtroppo l’Islam non ha avuto una figura in grado di adeguare taluni principi del Corano riflettenti realtà esistenti allorchè fu scritto da Maometto  ma oggi fatalmente superate.
Allo stesso modo in cui Cristo superò con il Vangelo taluni aspetti negativi del Vecchio Testamento non più compatibili con l’evolvere della civiltà,  che i cattolici non possono più osservare e si guardano bene dall’evocare.
L’auspicio, ben consci delle difficoltà che ad esso si contrappongono per le troppe divisioni  e la mancanza di un’autorità centrale in  grado di promuoverlo,   è che questo “aggiornamento” si verifichi anche nell’ambito dell’Islam  con l’abbandono di quelle espressioni di violenza che oscurano   i molti valori (ad esempio la misericordia, la giustizia ed un’economia più umana ) che fanno del Corano un libro che per molti versi anche i cattolici  possono  leggere ed apprezzare.            

Padova 22-1-2015                                                                                             Giovanni Zannini



  



   

 



Il calvario degli "Irredenti" nella I Guerra Mondiale - ITALIANI DISPERSI IN RUSSIA

Si dice che la storia si ripete, ed è vero, perché anche la prima guerra mondiale conobbe  la tragedia di  molti soldati di etnia italiana  dispersi  in Russia.
Infatti il "Corriere della sera" del 14 Marzo 1927 titola proprio "Gli italiani dispersi in  Russia" e tale titolo potrebbe tranquillamente apparire anche su qualsiasi giornale dei giorni nostri a proposito dei militari italiani dispersi in Russia, ma nella II Guerra Mondiale, e ci si chiede per qual motivo questa situazione si sia potuta verificare.
Occorre dunque chiarire che nel primo conflitto mondiale l'Austria aveva arruolato nel suo esercito soldati di etnia italiana poi definiti "irredenti", ossia nativi di quelle terre che, all'epoca ancora sotto dominazione austriaca,   furono poi "redente", ossia assegnate all'Italia  dopo la sconfitta dell'Austria.
Essi , nativi del Trentino Alto Adige, della Venezia Giulia e della Dalmazia, subito dopo l’entrata in guerra dell’Austria contro la Serbia, furono arruolati, in un numero che varia da  25.000 a 60.000  nell’esercito austriaco e mandati, prudentemente,  a combattere sul lontano fronte russo, anziché in quello domestico, nel dubbio, fondato,  che le aspirazioni  autonomistiche  di molti di loro, insofferenti dell’occupazione austriaca, influenzassero  negativamente la loro combattività.
Infatti, coinvolti nelle  drammatiche battaglie fra russi e austriaci che insanguinarono il fronte orientale fin dall’inizio  della guerra nel 1914,  molti italiani   “irredenti”,  privi di ogni motivazione per combattere a favore dell’Austria, preferirono arrendersi  e  furono fatti prigionieri dai russi.
Ma allorchè  nel 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco della Triplice Alleanza (inglesi, francesi e russi), gli italiani “irredenti” che rinnegarono il giuramento fatto all’Imperatore d’Austria divennero automaticamente alleati della Russia,  e  per questo furono liberati dai campi di prigionia: ma lasciati completamente in balia di loro stessi.
Stupisce il fatto che, anziché utilizzare questi uomini facendoli ancora combattere ma, questa volta,   non più a favore dell’Austria, ma contro di essa, i comandi militari alleati, sempre avidi di “manodopera” combattente,  abbiano invece deciso di rinunciare al loro apporto.
Ma  tale “manodopera” era inutilizzabile militarmente dal momento che, se fatti prigionieri, gli “irredenti” sarebbero stati immediatamente passati per le armi dagli austriaci come disertori (vedi Cesare Battisti e  Nazario Sauro) e questo timore avrebbe bloccato del tutto le loro capacità combattive: donde la decisione di smobilitarli e farli rientrare in Italia.
 Per questo una Commissione militare italiana giunta sul posto si dedicò anzitutto a rastrellare per quanto possibile  quegli  uomini sparsi nell’immenso territorio russo ed a concentrarli in un  campo di raccolta a Kirsànov (nella regione del Don) ed in altri due minori, in attesa del rimpatrio.   
Ma il suo compito si rivelò ben presto assai arduo perché la via più breve per raggiungere l’Italia attraverso, la Bulgaria e la Grecia,  era ostruita dalla Bulgaria entrata in guerra a fianco degli austro-ungarici per cui fu giocoforza scoprire  vie nuove  che ancor oggi, per la loro audacia, destano stupore.
Una prima soluzione fu quella di raggiungere in treno il porto di Arcangelo, nel nord della Russia, sul Mar Bianco,  rimasta  l’unica via di comunicazione marittima della Russia con l’Europa, e di imbarcare una parte degli “irredenti”, decimati  dal freddo, dalla fame e dalle malattie su piroscafi che, dopo aver fatto il periplo del nord della  penisola scandinava raggiunsero l’Inghilterra e da qui, attraverso la Francia, l’Italia.
Ma allorchè i ghiacci impedirono la navigazione, gli organizzatori furono  costretti a studiare per gli uomini rimasti,  un’altra via di fuga ancor più lunga e perigliosa, che da Kirsànov, mediante la ferrovia Transiberiana, raggiungeva il porto di Vladivostok, toccava il continente americano dopo aver superato  l’Oceano Pacifico,  attraversava gli Stati Uniti da est a ovest e, superato con un ultimo balzo,  l’Oceano Atlantico, raggiungeva l’Europa e poi l’Italia. 
Facendo quasi l’intero giro del mondo, in condizioni di vita precarie ed al limite della sopravvivenza.   
Giunti a Vladivostok, ove erano stati  allestiti  campi di raccolta in attesa dell’imbarco per l’America, il viaggio degli “irredenti” ebbe un’ulteriore svolta imprevista perché la situazione politica interna della Russia ove nel marzo 1917 era scoppiata la rivoluzione consigliò i responsabili della complessa (e allucinante) operazione di  spostare quegli uomini in un luogo più sicuro. Allora il viaggio massacrante prosegue per ferrovia da Vladivostok, attraverso  la Manciuria, fino al luogo “sicuro”: Tientsin, la “Concessione” ( una piccola colonia) ottenuta dall’Italia, come da altri stati europei, nel 1900 dalla Cina alla fine della “Guerra dei Boxer”.   
Quivi giunti, un gruppo di ex prigionieri partiti da Tientsin riuscì, percorrendo il previsto, incredibile itinerario,  a raggiungere, finalmente, l’Italia.
Ma per quelli rimasti a Tientsin, si aprì un ulteriore capitolo della loro interminabile avventura perché   coinvolti nella guerra (dopo la rivoluzione una sanguinosa guerra civile oppose i russi comunisti ai “Russi Bianchi”, contro-rivoluzionari, rimasti  fedeli al defunto  Zar) che l’Italia,  con gli alleati inglesi e francesi, aveva deciso di appoggiare  paventando che il prevalere dei rivoluzionari  avrebbe favorito l’espandersi del comunismo nell’ Europa occidentale.
Per questo fu costituito il C.S.I.E.O. (Corpo di Spedizione italiano in Estremo Oriente) con base a Tientsin, del quale la “Legione Redenta in Siberia” composta dagli “irredenti”,  fondata dal Maggiore dei Carabinieri Reali Cosma Manera,  fu il primo nucleo poi rafforzato dall’arrivo dall’Italia di un contingente di soldati fra cui gli Alpini.
Al corpo di spedizione italiano fu affidato nell’estate del 1919 il compito di mantenere attiva la ferrovia Tientsin-Vladivostok in Manciuria per approvvigionare i “Russi Bianchi” fino a che, constatata l’impossibilità di contrastare ulteriormente i comunisti, il Corpo di Spedizione Italiano fu rimpatriato alla fine del 1919:  ultima, a lasciare la Cina nel 1920, la “Legione Redenta” che al suo arrivo (finalmente!) in Italia  fu accolta con onore dalle autorità italiane.
Ma non tutti lasciarono la Russia: taluni si erano  formata una nuova famiglia e questi vincoli crearono in loro una completa apatia morale.
La stessa che colpì, con incredibile analogia, alla fine della seconda guerra mondiale (ricordate il film di De Sica “I girasoli” interpretato da Mastroianni e della Loren?) altri soldati italiani cui la violenza della guerra, le inaudite sofferenze, la lontananza e, perchè no, il fascino slavo della donna russa, avevano attenuato, e poi completamente distrutto, ogni legame con la terra natia.                          
Padova 10/2/2015                                                                                   Giovanni Zannini                            
                                                                      

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venerdì 16 gennaio 2015

PAPA FRANCESCO E MATTEO RENZI: UN'ANSIA COMUNE

Non è chi non veda oggi, in Italia, la singolare esistenza  di due spiccate personalità  accomunate da uno stesso desiderio riformatore.
Papa Francesco impegnato a riportare la Chiesa alle sue origini liberandola da quelle sovrastrutture che l’hanno nel tempo appesantita frenando  il suo cammino nel mondo.
Che con il recente dibattito sulla famiglia  ha  fatto affrontare tematiche  mai prima di allora apertamente trattate che hanno evidenziato i diversi pareri di chi nella Chiesa sostiene  l’intangibilità della dottrina e chi, invece, impegnato nella pastorale, auspica una possibile apertura verso quelle problematiche (le nuove “res novae”) che oggi si manifestano nella società e che esigono una soluzione.
Che invoca insistentemente la pace prodigandosi egli stesso, come il recente fatto cubano dimostra, e denunciando fermamente quella “guerra  a rate”  attualmente, purtroppo,  in atto nel mondo.
E Matteo Renzi, un  giovane uomo che  con i suoi collaboratori, intende realizzare quelle riforme da tempo invocate e mai realizzate, affrontando di petto i problemi,  ponendo precise scadenze, senza temere comportamenti  che possano nuocere alla sua popolarità se ritiene che essi giovino all’Italia, che si assume le sue responsabilità senza addurre scuse, pronto a lasciare ove non riuscisse a raggiungere i suoi obbiettivi.
Un uomo  che intende arricchire la  classe dirigente  italiana con forze fresche dalle idee nuove, ed  anche proteso con decisione verso l’Europa  per  rilanciarne gli obbiettivi originari e farla avanzare verso un’unione che miri all’interesse comune anziché a quello delle singole nazioni.
Ma desta sorpresa che quanti  da tempo e con ragione criticavano lungaggini e lentezze burocratiche, i continui  rinvii, una classe dirigente invecchiata ed esaurita, e denunciavano la corruzione, la lentezza della politica condizionata dal bicameralismo, gli sprechi della Pubblica Amministrazione, il numero eccessivo di politici ed amministratori, i loro alti compensi, ed una legge elettorale foriera di ingovernabilità,   ora che tali problemi sono stati affrontati e la loro soluzione impostata, anziché compiacersi del nuovo corso ed appoggiarlo dandogli vigoria e slancio,  si perdono - anche all’interno dello stesso partito cui Renzi appartiene -  in critiche astiose e spesso infondate.
E allora? Matteo Renzi come Papa Francesco? Non diciamo sciocchezze: il confronto  fra l’altissima figura  di un  Pontefice capo della Chiesa e quella del Presidente del Consiglio di qualsivoglia stato non è possibile.
Ma  che Matteo Renzi riponga nella sua attività politica la stessa ansia, lo stesso ardore, lo stesso entusiasmo generoso che anima la missione di Papa  Francesco, va certamente a suo onore.
                           
 Padova 16-1-2015                                                                                        Giovanni  Zannini



AUTUNNO 1922 - L'ADDIO DELL'ITALIA ALLA "QUINTA SPONDA" IN ASIA

Autunno 1922
L’ADDIO DELL’ITALIA ALLA “QUINTA SPONDA” IN ASIA

Fra le condizioni  avanzate dall’Italia nel marzo 1915 alle potenze dell’Intesa (Inghilterra, Francia, Russia) con un “memorandum” segreto con il quale venivano indicate le condizioni per entrare in guerra al loro fianco, vi era quella prevista dall’art.IX che tra l’altro recitava: ”In generale le parti si accordano nel riconoscere che l’Italia ha un interesse di equilibrio  nel Mediterraneo da tutelare onde IN CASO DI SPARTIZIONE IN TUTTO O IN PARTE  DELL’IMPERO OTTOMANO, l’Italia dovrà avervi la sua congrua parte…”.
Tale condizione era stata accettata, assieme a tutte le altre del “memorandum”,  dalle potenze dell’Intesa con il Patto (segreto anch’esso) di Londra del 26 aprile 1915 con il quale si affermava che “il memorandum presentato dall’Italia  è accettato dalle tre potenze dell’Intesa”.
Terminata la guerra il 4 novembre 1918, l’Italia, timorosa che anche questa (come molte altre) promesse fatte degli alleati della Triplice Intesa per convincerla ad intervenite nel conflitto al loro fianco, non venissero mantenute, decise una prova di forza facendo sbarcare il 9 MARZO 1919 nel sud ovest della Turchia, ad Adalia (la turca Antalya, nel golfo omonimo,e centro di un bacino carbonifero) un corpo di spedizione di circa 12.000 uomini che occupò anche le vicine   località di  Bodrum, Alanya, Konya, Kuch-Adassi, ed  Ismidt  spingendosi fin nel centro occidentale della Turchia ad Eskisehur 
L’iniziativa italiana ne provocò un’altra simile, un “contro-sbarco”, da parte della Grecia la quale, forse timorosa che l’ Italia volesse estendere la sua area d’influenza fino a Smirne, per assicurarsi quella parte della Turchia che avrebbe realizzato il suo sogno della “Megali  Idea” (la “Grande Grecia”),  operò il 15 MAGGIO 1919 lo sbarco a Smirne occupando le  località limitrofe di Manisa (l’antica Magnesia), Aydin, Ayalik, Kassaba  ed Edemieh da tempo rivendicate per l’asserita maggioranza  di popolazioni ortodosse di lingua greca da difendere dai turchi musulmani: ma la cosa è controversa.
In tal modo il territorio turco occupato dagli italiani  si trovò a confinare con quello occupato dalla Grecia, creando una delicata convivenza fra le due nazioni che venne chiarita dal Trattato di Sèvres del 10 agosto 1920 con il quale si ratificavano i colpi di mano della Grecia che otteneva Smirne  ed il territorio contiguo, e dell’Italia cui veniva riconosciuta ufficialmente una “zona di  penetrazione economica” nell’Anatolia sud-occidentale,  sulla riva del Mediterraneo, e centro-occidentale,  fino ad Eskisehur.  
Ma il Trattato non venne ratificato dalla Turchia - priva, in quel momento, di parlamento – che, anzi, sotto la guida del gen.Kemal Ataturk, diede inizio ad una lunga “guerra di liberazione” dall’invasore greco che  si protrasse dal 1919 al 1922.
Il lungo, sanguinoso conflitto che diede luogo a stragi da una parte e dall’altra dei contendenti (la più nota, quella degli Armeni ad opera dei turchi) vide un caotico  intreccio di interessi che portò a capovolgimenti di alleanze (la più clamorosa l’aiuto della Russia agli ex nemici turchi) e diede origine a contrasti i fra gli stessi alleati della Triplice Intesa che insieme avevano vittoriosamente combattuto: l’Inghilterra, ad esempio, appoggiò la Grecia,  mentre la Francia porse generoso aiuto ai turchi.
Da parte sua l’Italia, pur estranea al conflitto dal momento che inizialmente (ma poi le cose cambiarono) i turchi si erano limitati a combattere l’invasore greco, ma non quello italiano, non esitò a fornire, dalla sua base di Antalia aiuti  (informazioni militari,  addestramento truppe, armi) proprio all’ex nemico turco in guerra contro l’ex alleato greco. 
Ma nel frattempo l’Italia con la presidenza Nitti  aveva provveduto alla progressiva smobilitazione dell’esercito e ciò provocò una continua  riduzione  degli effettivi del corpo di spedizione italiano che andò sempre più sganciandosi dal conflitto in corso. Così,   anche timorosa che i turchi, dopo aver scacciato l’invasore greco, volessero fare altrettanto con quello italiano, essa, dopo essersi gradualmente ritirata nel corso del 1922 dalla Turchia centrale, alla fine dell’anno completò l’evacuazione abbandonando definitivamente Antalia e le altre località mediterranee circostanti.
Fu così che il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923 che pose fine alla guerra greco-turca  superando il precedente Trattato di  Sèvres - non ratificato, come si è visto dalla Turchia – sancì il possesso, fino ad allora non riconosciuto internazionalmente, della Libia e del Dodecanneso all’Italia, ma non fece  alcuna menzione a quella  “zona di penetrazione economica” in Turchia che il Trattato di Sèvres le aveva assegnato.
Occorre però dire che ciò avvenne non per malafede degli ex alleati sibbene per rinuncia degli stessi  governanti italiani dell’epoca che avevano spontaneamente provveduto a ritirare il  corpo di spedizione italiano dall’Anatolia fin dal 1922, per cui tale omissione non può onestamente essere messa  nel conto (“la pace tradita”, “la vittoria mutilata”) delle violazioni del Patto di Parigi che tanto sdegno avevano provocato negli italiani.
E questo segnò  l’addio dell’Italia  all’audace progetto di aprirsi la strada verso  l’Asia:  la “quinta sponda”.

                                                                                                                                                   Giovanni Zannini   






giovedì 11 dicembre 2014

A PROPOSITO DI UNIONI CIVILI

Nella nostra città non vi è, come in altre, un “Registro delle unioni civili” (peraltro generalmente poco utilizzato, ove esiste) nel quale le coppie gay si possono iscrivere,  vi è invece la possibilità di ottenere dall'Ufficio di Stato Civile, a richiesta, un documento del seguente tenore:”
ATTESTAZIONE DI ISCRIZIONE NELL'ANAGRAFE DELLA POPOLAZIONE QUALE FAMIGLIA ANAGRAFICA  COSTITUITA DA PERSONE  COABITANTI LEGATE DA  VINCOLI AFFETTIVI  -  Il SINDACO  - vista la richiesta di attestazione  presentata dai signori..., visto l'art.33  secondo comma del D.P.R. 30.5.1989 n.223 “Approvazione del nuovo regolamento anagrafico  della popolazione residente”; visti gli atti d'ufficio ATTESTA che le persone sopra indicate  sono iscritte nell'Anagrafe della popolazione  di questo Comune quale famiglia anagrafica per coabitazione  in via...n...in ragione dell'esistenza di vincoli affettivi dichiarati dai medesimi. La presente attestazione non costituisce certificazione anagrafica così come contemplato dall'art.33 comma 1 del D.P.R. 223/1989.”
Ma questo tipo di “pubblicizzazione” pare, nella nostra città,  interessare molto poco dal momento
che dal 2007 – anno della delibera istitutiva – di queste “attestazioni” ne sono state rilasciate, a tutt’oggi  (febbraio 2013), solo 56, anche se è difficile stabilire se ciò dipenda da motivi di riservatezza, oppure dalla non conoscenza di potersi avvalere di tale opportunità.       
Come pure è evidente che in tal modo a Padova talune  limitazioni di carattere amministrativo interessanti le coppie gay possono essere, con l'attestazione, superate.                                                                                                                                          Giovanni Zannini                                                                                                                      





venerdì 5 dicembre 2014

FRANCESCO NULLO EROE SENZA PAURA

Ma senza macchia no, perchè di eroi senza paura ed anche  senza macchia, è difficile trovarne, e  Nullo una macchia ce l'ha, e si chiama Pettoranello del Molise.
Nato a Bergamo nel 1825, è  uno dei fedelissimi di Garibaldi con il quale partecipa alla campagna del 1848, difende  la Repubblica Romana nel 1849 seguendo poi il Generale nella ritirata, è Cacciatore  delle Alpi nel 1859 combattendo a Varese ed a S.Fermo.  Partecipa poi alla spedizione dei Mille nel 1860 espugnando fra i primi Palermo e poi Reggio, l’1 ed il 2 ottobre prende  parte alla battaglia del Volturno (non uno scontro avventuroso e  d'impeto consueto al Garibaldi guerrigliero, ma una vera e propria battaglia campale nel quale egli si manifesta anche abile stratega) ove è promosso sul campo  Colonnello, il 29 agosto 1862 è al suo  fianco  nel fatale  Aspromonte.
Solo pochi mesi dopo  parte per la Polonia,vindice della libertà dei popoli, così come avevano fatto  Garibaldi  in sud-America - per l'indipendenza della Repubblica  del Rio Grande do Sul contro l'impero brasiliano e per l’Uruguai contro l’Argentina -  e poi altri garibaldini in Grecia, a Creta ed in Spagna,   dando luogo a quel fenomeno che ben può definirsi  “volontariato d’esportazione”.
Il 23 gennaio 1863, infatti,  i patrioti polacchi erano insorti contro i dominatori russi  e Nullo non fu sordo al loro richiamo accorrendo con una “Legione Italiana” di 600 uomini della quale faceva parte (curiosità) un manipolo di una ventina di volontari garibaldini organizzati e armati da quel tal  Luigi Caroli, detto “Il Gigio”, amante della marchesina Raimondi sposata da Garibaldi nel 1860 e subito ripudiata. Caduto prigioniero  morrà di stenti lavorando nelle tremende miniere siberiane.
L'impresa dei 600  ha un esito drammatico: nella battaglia di Krzykawka  del 5 maggio 1863 sono battuti,  Francesco Nullo muore, combattendo eroicamente,  a Olkusz ove sulla sua tomba è stata eretta una  grande stele  in pietra.
Per questo suo sacrificio è onorato  in Polonia come eroe nazionale e molte strade ed edifici pubblici portano il suo nome.
Per completare il quadro  aggiungeremo che Garibaldi lo definì “il più bello dei garibaldini” e gran scavezzacollo, mentre, più tardi, vedremo che sapeva pure suonare il pianoforte (anche se nei momenti sbagliati).
Vediamo ora quale situazione Nullo trova dopo il passaggio dello stretto di Messina.
Dopo lo  sbarco a Marsala Garibaldi, nella sua marcia attraverso la Sicilia  aveva suscitato l’ entusiasmo di gran parte della  popolazione isolana e molta gente volonterosa ma digiuna di preparazione militare, era accorsa,  come  quel migliaio di “picciotti” di Salemi, armati ed a cavallo, che vengono immediatamente  inquadrati in qualche modo sotto il nome pomposo di “Cacciatori dell’Etna”.

Tra “camorristi” e “cafoni”.

Ma, passato lo stretto e intrapresa la risalita dello stivale, la situazione era mutata perché se pochi  “camorristi” si erano posti al seguito di Garibaldi, i   contadini, i “cafoni” (che i piemontesi chiamarono poi “briganti”), fedeli al re Francesco II  di Borbone,  erano molti di più, specie negli Abruzzi e nel Molise,  ed  ingrossavano le fila dell’esercito borbonico ancora forte di ben 50.000 uomini (contro i quasi 30.000 di  Garibaldi), e ben organizzato. Il re si era rifugiato a Gaeta schierando  il suo esercito a difesa al di là dei fiumi  Volturno e Garigliano (una specie di “linea gotica”, più di un secolo fa……)  per stoppare la marcia di Garibaldi verso nord.
 In questa situazione,  il 19 settembre  1860, Garibaldi che aveva posto il suo Quartier Generale a Caserta aveva dovuto recarsi a Palermo per risolvere alcuni problemi ivi insorti lasciando  l’ordine di restare fermi sulle posizioni raggiunte senza assumere alcuna iniziativa.
E ciò in attesa  delle truppe piemontesi  agli ordini del Generale Cialdini  che, superato il confine dello Stato Vaticano e sconfitti i papalini a Castelfidardo,  marciavano verso sud con un duplice intento. Anzitutto attaccare i borbonici che si sarebbero così trovati di fronte i garibaldini, ed alle spalle le truppe regie. Quindi,  quindi, bloccare Garibaldi che non faceva mistero della sua intenzione – la sua ossessione - di proseguire la marcia per conquistare Roma ed abbattere il potere pontificio, ma con ciò creando quelle complicazioni diplomatiche con la Francia che Vittorio Emanuele voleva ad ogni costo evitare .
Purtroppo, i suoi ordini non vengono, da taluni,  rispettati: fra questi, il gen.Giuseppe Sirtori che, mossosi alla volta di  Cajazzo (posto a poche miglia da Capua ove era accampato il grosso dell’esercito borbonico), a costo di gravissime perdite si impadronisce del piccolo centro dal quale viene successivamente sloggiato e costretto ad una ritirata disastrosa. “L’operazione di Cajazzo – è il duro commento di Garibaldi nelle sue memorie – fu più che  un’imprudenza: fu mancanza di tatto militare da parte di chi comandava”.
E poi, Francesco Nullo.

La sconfitta di Pettoranello.

Questi, da Boiano, ove, per ordine del Generale, si era acquartierato, avuta notizia che i borbonici si erano di nuovo impadroniti di Isernia (che era riuscita in un primo tempo a scacciarli), dimentico dei precisi ordini ricevuti, si mette in moto per andarla a liberare.
Giunto dopo una faticosa marcia nelle vicinanze di Pettoranello del Molise fa riposare i suoi uomini e, dopo aver dato le opportune disposizioni per la difesa della posizione raggiunta, sale con il suo seguito al paese ove è ospite a pranzo della famiglia Santoro, notabile del posto.
Solo un  drappello agli ordini di Alberto Mario prosegue verso Isernia e ingaggia il combattimento con le avanguardie dei borboni  usciti in  forze da quella città per  affrontare  i garibaldini avanzanti.
Intanto, gli ufficiali rimasti con gli uomini a riposo ai piedi di Pettoranello, avvistati movimenti sospetti alle loro spalle e sui fianchi si affrettano a salire al paese per avvertire di ciò il comandante Nullo.
Lo trovano che, dopo aver pranzato, suona il pianoforte e agli ufficiali allarmati che lo avvertono del pericolo incombente, risponde burbanzoso:”Sono io che comando. Tornate ai vostri posti”.
Poi,  ripreso il comando, per dar l’esempio, con il suo Stato Maggiore e con pochi altri si avvia a dar man forte agli uomini di Alberto Mario che già avevano ingaggiato un duro combattimento con i borbonici: e li mette in fuga.  
Ma, contemporaneamente,  un gran numero di “cafoni” (fedeli al  re Francesco, definiti  poi “briganti” dai piemontesi), ben armati,  dalle alture di Pettoranello (che era di nuovo caduto nelle mani del nemico), e di Carpinone, posti uno di fronte all’altro,  e da Castelpetroso, attacca i garibaldini che si trovano chiusi in una morsa: di fronte  i borbonici tornati in forze,  alle spalle i “cafoni” che adottano una micidiale tecnica di guerriglia. La lotta è cruenta, il massacro di garibaldini è impressionante.
 Nullo, dopo averli incitati alla resistenza assicurando loro rinforzi che non giungeranno mai riesce a raggiungere Bojano ove si trascinano poi, decimati e stremati, i suoi uomini  superstiti della dura battaglia.     
Negli eserciti, in casi del genere  sono previsti provvedimenti disciplinari a carico dei  responsabili di violazione degli ordini ricevuti, specie se detta violazione ha avuto conseguenze così disastrose.
Non si sa se ciò sia avvenuto, ma pare si debba escluderlo.
Garibaldi scrive, nelle sue memorie,  che “la sconfitta di Cajazzo è  stata l’unica dell’”Esercito Meridionale” – così egli definisce il suo esercito con il quale sconfisse il Regno delle Due Sicilie – in tutta quella gloriosa campagna”: ma, generosamente, pare assolvere il responsabile Giuseppe Sirtori, capo del suo Stato Maggiore, osservando che  “chi ne aveva l’incarico ritenne opportuno fare qualcosa di più del necessario e, col ricordo delle vittorie precedenti,  ritenne che qualunque impresa sarebbe stata possibile ai nostri prodi”.   
Sta di fatto che la sconfitta di Cajazzo non arrecò alla carriera del gen.Giuseppe Sirtori    pregiudizio alcuno: fu nominato, infatti, Prodittatore a Napoli.
Per Francesco Nullo l’eroica  morte a soli 38  anni nelle gelide steppe della Polonia,  servì a cancellare la memoria  dell’infausta avventura di Pettoranello di Molise.     Giovanni Zannini

                                                                                        


martedì 2 dicembre 2014

O POLITICI O PROFESSIONISTI

Le cronache hanno informato sulla scarsa  frequentazione – che lo pone al vertice di una singolare classifica ad hoc - delle aule del Senato da parte di un Senatore cittadino noto professionista principe del foro.
Ciò pone il problema se sia opportuno, come attualmente avviene ,   consentire a chi svolge un’attività professionale,  di  proseguirla una volta eletto al parlamento,  o se, invece,  vi debba essere incompatibilità. 
E’ infatti di tutta evidenza che una professione intensamente  vissuta impedisce al politico di dedicare, come dovrebbe, il suo tempo  alle incombenze cui  i suoi elettori lo hanno destinato e che egli ha liberamente, e sempre con piacere, accettato di svolgere.
Con la conseguenza che se, invece, queste due attività vengono contemporaneamente esercitate, il politico-professionista   viene a percepire  dalla collettività un compenso (come noto, non irrilevante)  per un’attività parlamentare che egli, nella realtà non ha svolto, e che si somma a parcelle spesso laute. 
E dunque il professionista al quale  è offerta una candidatura politica dovrebbe decidere se accettarla, e quindi sospendere la sua attività professionale in caso di elezione,  o se, invece, rinunciando all’offerta fattagli, proseguirla.
Non sarebbe dunque male se questo problema di giustizia e di equità venisse affrontato anche dagli ordini professionali e, auspicabilmente, risolto.

                                                                                                     Giovanni Zannini