martedì 19 aprile 2011

La guerra sottomarina nella seconda guerra mondiale. Lupi tedeschi e Garibaldini italiani

Sommergibili italiani in Atlantico nella 2° guerra mondiale.
LUPI TEDESCHI E GARIBALDINI ITALIANI

Il 10 giugno 1939 si tenne a Friedrichshafen sul lago di Costanza in Germania una riunione fra gli stati maggiori delle marine italiana e  tedesca  ed in tale occasione  il Grand’Amm.Erik Raeder  comandante in capo della flotta tedesca chiese se la Marina Italiana sarebbe stata disponibile a partecipare alla prevista guerra sottomarina in Atlantico. 
L’Amm.Domenico Cavagnari, Capo di Stato Maggiore della nostra marina, dichiarò che l’Italia allo scoppio della guerra avrebbe inviato  propri sommergibili in Atlantico per combattere fianco a fianco con  quelli tedeschi.  
Scoppiata la guerra, i tedeschi pretesero il rispetto di quell’impegno che gli italiani onorarono inviando tra la fine del 1940  ed i primi mesi del 1941 32 sommergibili che, superato il doppio ostacolo delle terribili correnti che rendevano improba la navigazione nello stretto di Gibilterra (superata brillantemente senza alcun incidente)  e dell’occhiuta,  ma  inefficace  sorveglianza della marina inglese, raggiunsero la base denominata “Betasom” sede del Comando delle forze italiane subacquee  in Atlantico sorta in Francia a Bordeaux.
Eccone l’elenco,  e tra parentesi l’anno di costruzione.
“Archimede” (1939); “Argo” (1936); ”Bagnolini” (1939); “Baracca” (1940); “Barbarigo” (1938); “Bianchi” (1939); ”Brin” (1938); “Cagni” (1940”; “Calvi” (1935); “Cappellini” (1939); “Dandolo” (1937); “Da Vinci” (1939); ”Emo” (1938);”Faà di Bruno” ( 1939); ”Ferraris”(1934); “Finzi” (1935); ”Giuliani” (1939); “Glauco”(1935); ”Guglielmotti” (1938); “Malaspina” (1940”; “Marcello” (1937); “Marconi” (1939);  “Mocenigo” (1937); “Morosini” (1938); “Nani” (1938); “Otaria”(1935); “Perla” (1936); “ Tarantini” (1940); “ “Tazzoli” (1936); “Torelli” (1940); “Velella “ (1936); “Veniero” (1938).
Di questi,  i seguenti  16 furono affondati o dispersi: “Calvi”, “Tarantini”, “Glauco”, “Marcello”, “Nani”, “Barbarigo”, “Faà di Bruno”, “Morosini”, “Tazzoli”, “Malaspina”, “Baracca”, “Bianchi”, “Marconi”, “Da Vinci”, “Archimede”, “Ferraris”.
Altri 10 rientrarono in Mediterraneo verso la fine del 1941 per scortare i convogli dall’Italia all’Africa settentrionale e viceversa: “Argo”, “Velella”, “Otaria”, “Dandolo”, “Veniero”, “Mocenigo””Emo”, “Brin”,”Guglielmotti”, “Perla”.
Gli altri, il “Cagni”, il “Torelli”, il “Giuliani”, il “Cappellini”, il “Finzi” ed il “Bagnolini”,  rimasti a Betasom e trasformati in sommergibili da trasporto per i collegamenti con l’alleato Giappone,  vennero in maniera diversa coinvolti nell’armistizio fra Italia ed alleati dell’8 settembre 1943.
Il “Cagni”, partito per il Giappone, appresa la notizia in navigazione il 20 settembre 1943, si consegnava agli inglesi nel porto britannico di Durban (Sud-Africa).
Il “Torelli”, il Giuliani” ed il “Cappellini”, che avevano raggiunto la base giapponese di Singapore accolti con tutti gli onori, vennero dopo l’8 settembre sequestrati dai giapponesi ed i loro equipaggi rinchiusi in terribili campi di prigionia.
Il “Finzi” ed il “Bagnolini”, che erano rimasti a Betasom, dopo armistizio furono catturati alla banchina dai tedeschi.


Il primo contatto fra sommergibilisti  italiani e tedeschi non fu certamente incoraggiante.
 Giulio Raiola,  nel suo “Timoni a salire” – Ed.Mursia 1978 – scrive che Mario Leoni, comandante del “Malaspina” giunto per primo a Betasom,  sceso dal battello si trova di fronte  “un personaggio alto, secco, grandi orecchie, naso aguzzo, labbra sottili, un uomo all’apparenza secco e distaccato” che dopo aver attentamente osservato le strutture del sommergibile italiano, senza preamboli, ed indicando la torretta , gli chiede:”Lei va per mare con quell’affare? Pare un castello. Si può buttar giù?”. Ed alla risposta dell’ufficiale italiano che non lo crede possibile,  sentenzia:”Così finirete in malora anche voi come tanti altri vostri colleghi”.
Quell’uomo era l’Amm.Karl Doenitz, comandante della flotta sottomarina germanica, e le sue parole
riflettevano il parere dei tedeschi sulle caratteristiche costruttive dei nostri sommergibili rispetto ai loro.
I sommergibili italiani, costruiti in un arco di tempo brevissimo prima dell’inizio della guerra e che costituirono una delle più numerose  - se non la più numerosa – flotta di sommergibili (113)  all’inizio del conflitto, erano stati costruiti per un tipo di guerra sottomarina considerato dai tedeschi  ormai superato.
Si trattava in prevalenza di una specie di “incrociatori sottomarini” di grosso tonnellaggio dotati di grande autonomia ma piuttosto lenti, poco maneggevoli, armati di potente artiglieria , vere navi subacquee  destinate alla “guerra di corsa”  in mari lontani, a ricercare e colpire naviglio nemico isolato con iniziative individuali.  Insomma, una  filosofia di guerra sottomarina d’ispirazione garibaldina – Garibaldi, l’eroe venuto dal mare – riflettente anche qui l’ individualismo italiano desideroso di agire senza limitazioni alla propria libertà d’azione e   che avrebbe ottenuto  risultati ancora migliori  ove il comando tedesco dai quali dipendevano operativamente i  nostri sottomarini  nella base di Betasom  li avesse impiegati in maniera diversa.
Scrive infatti a questo proposito Giulio Raiola nell’opera succitata che, a suo avvviso, i successi dei  grandi sottomarini italiani  sarebbero stati assai maggiori  ove  fossero stati lasciati liberi di operare nel modo loro più congeniale in acque ove, all’inizio della guerra,  il naviglio nemico non godeva ancora di adeguata protezione, e non, come avvenne,  nella lotta ai convogli Anglo-americani  nel nord-Atlantico  tra il parallelo 58° 20’ N ed il 51° 00’ N  e tra i meridiani 20° W e 27° W,  più vicino alle coste scozzesi,  ad occidente della zona operativa tedesca.
La tattica di combattimento  degli U-boot  fino a che gli avversari non adottarono adeguate contromisure, era invece quella del “branco di lupi” (già collaudata nella  prima guerra mondiale) che prevedeva l’attacco di sottomarini agili e veloci  in grado di individuare i convogli avversari, di seguirli pazientemente  attendendo il momento più favorevole per l’attacco,  e quindi scatenare  bordate di siluri che  raramente mancavano il bersaglio.
Gli innegabili successi ottenuti dai nostri sommergibili  in Atlantico – 101 navi affondate per complessive 569.000 tonnellate  - vennero però considerati  inadeguati in confronto a quelli  tedeschi  e verso la fine del 1942 non più in grado di affrontare missioni offensive.
Per questo, a partire da tale periodo e nei primi mesi del 1943, i comandi italiano e tedesco si accordarono per  trasformarli, data la loro maggiore capienza,  in unità da trasporto sulle lunghe distanze, in inediti “sommergibili-cargo” destinati a stabilire i collegamenti, divenuti impossibili per via aerea o con naviglio di superfice, con il lontano alleato Giappone.
 Argomento, questo,  certamente degno di ulteriore approfondimento.
                                                                                                                                               Giovanni Zannini                                                           

lunedì 18 aprile 2011

Mazzini e "Rerum Novarum"

LA “RERUM NOVARUM”  E  GIUSEPPE MAZZINI
Sono  impressionanti  (in senso positivo)  le consonanze in materia sociale fra il pensiero di Leone XIII e quello di Giuseppe Mazzini  del quale la storia del Risorgimento italiano  ha più volte evidenziato i contrasti con il papato sotto il pontificato del suo coevo  Pio IX.
Anche se, per la verità,  Mazzini non era  ostile al  Papa Pio IX  in quanto capo della  cattolicità, ma quale capo dello stato pontificio con capitale Roma che si opponeva alla completa unità dell’Italia.
Non aveva infatti  esitato  a rivolgersi con fiducia a lui nel 1847 allorchè quel pontefice  aveva assunto un atteggiamento riformista in contrasto con l’assolutismo di altri  stati italiani ed europei,  giungendo al punto di  inviare nel 1848 le proprie truppe (gli “Svizzeri”) in appoggio a Carlo Alberto di Savoia nella prima guerra d’Indipendenza contro l’Austria: e solo quando il Papa, forse timoroso di uno scisma in Austria, mutò atteggiamento deludendo le aspettative dei patrioti, ne divenne fiero avversario.
Per motivi soprattutto politici, dunque, anche se in materia religiosa permanevano dissensi  in quanto, considerandosi un “cristiano senza chiesa” avversava la gerarchia ecclesiastica la struttura sorta attorno alla chiesa cattolica. Seguace del pensiero etico-religioso del filosofo e storico francese Saint Simon (1760-1825), riteneva che allo scopo di realizzare una civiltà fondata sul lavoro occorreva  dedicarsi anzitutto al miglioramento  delle condizioni  materiali e morali della “classe più numerosa e più povera”. Egli credeva  in un principio superiore,  in un  Dio di verità e di giustizia  che  non si identificava  con quello tradizionale cattolico,  ma con un Dio universale che si manifesta attraverso il Popolo (suo il motto “Dio e Popolo”) per cui la nazione deve considerarsi come “un’operaia al servizio di Dio”, ossia al servizio dell’umanità.  Religiosità, democrazia e nazione sono per lui una cosa sola, e gli italiani avrebbero sentito  nascere in se stessi sentimenti di solidarietà e dignità necessari per una rinascita solo se avessero avuto quella fede.
Ma  nonostante  tale differenza sui principi,  i  pensieri di Mazzini in materia sociale vennero a coincidere, sorprendentemente, con quelli  poi consacrati da Leone XIII  nella “Rerum Novarum”.
Fu egli infatti fiero avversario del suo contemporaneo Carlo Marx (il  “Manifesto del partito comunista” è del 1848) il cui materialismo contestò con accese polemiche, contrapponendosi  alla violenza rivoluzionaria della lotta di classe ed al suo materialismo ateo.  
Affermò la necessità della collaborazione fra capitale e lavoro auspicando  (sulla scia del messaggio certamente rivoluzionario per allora, ma pacifico, lasciato nel 1825 da Sain-Simon nel suo “Nuovo cristianesimo”)  che nell’industria la retribuzione del “produttore”  (così  egli chiama l’operaio) fosse proporzionata alle prestazioni da esso fornite per la formazione del prodotto: concetto sostenuto nel periodico ”Apostolato Popolare”  fondato da Mazzini a Londra nel 1840, il cui sottotitolo portava:”Libertà, Eguaglianza, Umanità, Indipendenza, Dio e Popolo, Lavoro e frutto proporzionato”.
Sostenne che l’uomo avrebbe potuto fruire dei suoi diritti solo dopo aver esercitato i propri doveri verso lo stato  da considerare come uno di famiglia al quale vanno  dunque riservate  l’amore e le cure  necessarie (“I doveri dell’Uomo” – 1860); ispirò nel 1864 un “”Patto di fratellanza fra “società operaie”” che rappresentò la nascita del movimento operaio democratico attorno ad un programma moderato ed interclassista; predicò l’esigenza di una forte educazione morale dell’operaio; esaltò i valori della famiglia con parole degne d’essere riportate tal quali in qualsiasi manuale di dottrina cattolica, criticando quanti si opponevano alla sua sacralità ed alla sua durata nel tempo.
Principi  sostenuti  per tutta la  vita  da Giuseppe Mazzini (n.1805-m.1872), poi accolti e sviluppati da Leone XIII (n.1810 – m.1903 – eletto Papa nel 1878 alla morte di Pio IX) nella  famosa enciclica “Rerum Novarum” dedicata alla “De conditione opificum” (Sulla condizione degli operai ) datata 15 maggio 1891.     
 Ma allora,   Leone XIII “copiò” da Mazzini? Non diciamo sciocchezze.
Nella realtà il Papa, per contrastare la spinta rivoluzionaria ed atea del materialismo marxiano, dopo aver fatto il punto sulla situazione sociale del suo tempo  attinse  dalla cultura   di cattolici  come Antonio Rosmini e Giuseppe Toniolo, ma non solo, tutti gli spunti  ritenuti più utili per contestare gli errori ed indicare nel contempo  alla società la via da seguire sulle orme del cristianesimo.
Ed è fuor di dubbio  che il contributo dato dal pensiero sociologico di  Mazzini alla costruzione della  “Rerum Novarum”  di Leone XIII , fu, sicuramente, assai importante.
                                                                                                                                     Giovanni  Zannini 


    

  

  

Quel veleno di Mazzini

QUEL VELENO DI MAZZINI

Mazzini teorico del Risorgimento,  che incita i patrioti all’azione, che si rivolge con  lettere infuocate d’amor patrio a personaggi illustri (perfino a Pio IX!),  ma che sta alla larga dall’Italia nel suo “buen ritiro” londinese circondato da  donne illustri che stravedono per lui?
Questa critica che da più parti  anche insospettabili  - come  quel Felice Orsini, l’attentatore a Napoleone III,  che lo ammirava ma che poi mutò parere – viene rivolta a Mazzini, è ingiusta perché dimentica che, oltre a studiare,  suscitare e guidare da lontano moti rivoluzionari tutti  (occorre dirlo, fallimentari)  egli non esitò, quando possibile,   a scendere in campo.          
A cominciare dal 1834 in occasione della spedizione che, partendo dal territorio svizzero, intendeva invadere la Savoia - facente parte, allora, del Regno di Sardegna  - per provocare una sollevazione contro i  Savoia ed instaurare la Repubblica, il sogno della sua vita.
Per  realizzare il piano Mazzini si era affidato  a Gerolamo Ramorino,   un discusso generale che  non aveva mai vinto una battaglia e  che aveva partecipato nel 1830/31 alla rivolta polacca contro la Russia: un uomo che dopo tante sconfitte e comportamenti  scorretti si riabilitò alla fine  con una morte coraggiosa allorchè,  passato al servizio del Regno di Sardegna, accusato di essere stato la causa della sconfitta di Novara nella 1° Guerra d’indipendenza del 1848,  e condannato a morte, comandò lui stesso il plotone d’esecuzione.                         
Dopo aver dilapidato all’estero i fondi raccolti da Mazzini  per finanziare l’impresa, giunse  in  Svizzera  il 27 gennaio 1834  e si mise alla testa dei  rivoltosi, una specie di brigata internazionale  composta in gran parte da esuli polacchi che si era tirato dietro. Ma,  trovatosi di fronte  gli  svizzeri che gli sbarravano la strada verso il confine con l’Italia per impedirgli di violarlo,   non trovò soluzione migliore che  ordinare coraggiosamente  “sciogliete le righe” e poi darsela a gambe lasciando tutti nei pasticci. In particolare Mazzini, che faceva parte della colonna, e  che si era disperatamente dato da fare per evitare l’esito disastroso dell’impresa,  preso da un collasso nervoso, svenne ( “Non vidi più cosa alcuna  – scriverà poi  - gli occhi mi s’ appannarono e caddi in preda al delirio”)  e si trovò, al risveglio prigioniero in una caserma controllato a vista dai gendarmi svizzeri.
In questa occasione emerge un particolare:  il commilitone Giuseppe Lamberti  sa che Mazzini ha con sé una dose di veleno e sospetta che il malessere dell’amico dipenda  dall’averlo egli assunto per la disperazione causata dal fallimento dell’impresa. Non fu così, ma che il Mazzini si portasse addosso del  veleno   - forse per servirsene  in circostanze estreme -  è  confermata da lui stesso nella lettera  che  il 25 febbraio 1834, poco tempo dopo  il fallimento dell’impresa, scrive a Giuditta Sidoli, il vero unico, tormentato amore di Giuseppe Mazzini.
Egli dunque, nel riaffermarle con parole appassionate i suoi sentimenti , le racconta quanto lo avesse fatto soffrire, nel trambusto della fallita spedizione, la supposta  perdita di un suo ricordo che gli è immensamente caro. “….Avevo perduto   – scrive -  il tuo piccolo medaglione ; qualcuno me l’aveva portato via, nei momenti della disfatta, insieme coll’abito e con un po’ di veleno che tenevo con me”. Ma poi quel medaglione l’aveva ritrovato, e ne è felice.
 Mazzini e il suicidio: ecco un aspetto della sua vita  che varrebbe la pena esplorare.
E  come, evocando il Mazzini d’azione, non ricordarlo allorchè nel 1849, fra le cannonate, Triumviro con Saffi e Armellini, è alla testa della  gloriosa sia pur breve Repubblica Romana difesa da Garibaldi,  alla quale ispira  una Costituzione che è tuttora un esempio di scienza giuridica e di saggezza civile?
O quando, nel 1870, vecchio  e malato – morirà due anni dopo  - ma non  domo,  scende, ancora una volta, senza successo,  in Sicilia, con il folle intento  di ripetere l’impresa di  Garibaldi:  mettersi  alla testa di ardenti patrioti,  risalire la penisola e liberare Roma?   
Mazzini, è vero,  non sempre  partecipò  direttamente ai numerosi moti da lui ispirati, ma ciò non per  il desiderio  di ricoprire un ruolo esclusivamente  di comando o, peggio, per mancanza di coraggio: ma  perché ( costretto all’esilio da due condanne a morte decretategli  dal governo piemontese, ed  inseguito, quale pericoloso rivoluzionario, dalle polizie di mezza Europa)  fu nell’impossibilità di parteciparvi, pronto, ove occorresse, ad usare quel  veleno  che fu il fedele compagno nel  triste viaggio della sua vita.                                                                                                                                  

                                                                                                            Giovanni  Zannini
  



Le "armi segrete" di Radetsky

LE “ARMI SEGRETE” DI RADETZKY

Il progresso, purtroppo, funziona sia nel bene che nel male, e produce    scoperte che recano beneficio all’umanità (pensiamo ai farmaci che salvano tante vite), ma anche quelle che arrecano  invece  lutti, distruzioni e morte, come le armi.
E la fiorente (e maledetta) industria che le produce, è sempre alla ricerca di nuove e micidiali da opporre al nemico che, a sua volta, si affanna a trovarne altre  migliori (ossia che ammazzino di più e meglio).
E vi è anche, in proposito, la tecnica di far sapere al nemico, per impensierirlo e mettergli paura,  di essere in possesso   di armi segrete nuove  ed afficacissime  che ne determineranno la sconfitta: basti pensare alle “armi segrete” di Hitler (i razzi V1 e V2), più volte preannunciate,  che al loro apparire  provocarono un innegabile subbuglio nei suoi avversari, oppure al famoso  “Raggio della morte” di cui  favoleggiavano  i fascisti durante l’ultima guerra mondiale, e che avrebbe dovuto colpire gli aerei  nemici in volo bloccandone i motori.
Anche nel 1849, in occasione dell’assedio di  Venezia ove era sorta la  Repubblica di S.Marco difesa da  Daniele Manin, gli austriaci inaugurarono un nuovo  strumento di guerra  (ben descritto  in un interessante studio di Alberto Rosselli  su  “Google”   dal titolo  “Il primo tentativo di bombardamento aereo della storia – Venezia 2 luglio 1849)”, che purtroppo accelerò  la sconfitta dei  pur eroici assediati, colti di sorpresa ed in molti casi  dal panico.
Uno strumento, come si vedrà,  tutto da sperimentare e dagli  esiti diretti  molto modesti, ma che indubbiamente influì negativamente sul morale dei combattenti e della popolazione civile veneziani.
Il  giovane  colonnello d’artiglieria Benno Uchatius  dello stato maggiore austro-ungarico, resosi conto che il sia pur martellante bombardamento d’artiglieria non riusciva a costringere alla resa i valorosi difensori – fra i quali si distinse il padovano Alberto Cavalletto - ebbe dunque l’idea di costruire dei palloni aerostatici  in grado di trasportare esplosivo da far cadere dall’alto sulle loro teste.  Molte le soluzioni adottate:  inizialmente, la più semplice, consistente in un pallone sul quale veniva caricata una bomba che, raggiunto il cielo sopra Venezia,   grazie ad un particolare congegno – forse una reazione chimica a tempo -  si sganciava  dal supporto che la tratteneva e  precipitava nella  sottostante città.  Furono  sperimentati  anche  una mongolfiera con pilota a bordo per poter  manovrare  in qualche modo  sull’obbiettivo, ed anche  gruppi di palloni  uniti gli uni agli altri con corde  ritenendo che in tal modo fosse più facile  dirigerli: ma la mancanza di qualsiasi mezzo di propulsione propria e l’essere affidati   esclusivamente  ai venti ed alle correnti che ci si sforzava di studiare  con i pochi mezzi disponibili all’epoca, decretò il fallimento della sperimentazione. Tuttavia, le cronache riportano che se alcune bombe caddero in acqua, fra lo scherno dei veneziani,  altre colpirono però il Lido e  Mestre senza gravi  danni ma provocando paura e preoccupazione.
Per il timore che gli attacchi dall’aria potessero ripetersi,  gli assediati  pensarono allora (e qui la cosa assumerebbe toni decisamente  umoristici se non si trattasse di guerra) di organizzare una “difesa anti-aerea” mediante il lancio di razzi muniti di ganci destinati a tranciare i cavi che collegavano i palloni gli uni agli altri, o con  “palloni intercettori” in grado di posizionarsi sopra la formazione nemica e calare lunghe funi con in cima degli ancorotti, sempre allo scopo di tranciare le funi di collegamento , e quindi scompaginare quelle singolari formazioni aeree che noi oggi  chiameremmo  “squadriglie” (sia pure di palloni).           
Ma non sarebbe stato più semplice  mirare contro i voluminosi involucri degli aerostati, anziché accanirsi contro le sottili corde che li tenevano insieme?
                                                                                                    Giovanni  Zannini


sabato 12 marzo 2011

L’ULTIMO “MOTO” DI GIUSEPPE MAZZINI

Giuseppe Mazzini morì  a Pisa il 10 marzo 1872 nella casa  (ove era giunto il 6 febbraio 1872  sotto il falso nome di dr.Brown) della patriota, scrittrice e filantropa Giannetta Nathan Rosselli, che condivideva le sue idee politiche ed alla quale era molto legato. 
Solo pochi mesi prima, già sofferente, Mazzini viaggiava  a bordo del postale Napoli-Palermo ove si era imbarcato sotto il falso nome di Harry Zammith e, appena giunta la nave in porto a Palermo, prima che potesse metter piede a terra,   era stato arrestato da un Ispettore di Pubblica sicurezza. 
Tradotto via mare per ordine di Giacomo Medici, governatore della Sicilia, nella fortezza di Gaeta venne rinchiuso nel padiglione di S.Maria,  inizialmente sotto la responsabilità  del comandante stesso del forte fino a che si ritenne,  per maggior sicurezza, che la vigilanza del  Mazzini fosse affidata prevalentemente all’Arma dei Carabinieri.
“Il prigioniero” si legge nel “Calendario Storico 1988” dell’Arma , “ fu consegnato al Capitano Giovanni Battista Cotta, coadiuvato, a sua volta, dal Tenente Pietro Malvezzi , da un maresciallo e da alcuni militari. I rapporti fra gli ufficiali e Mazzini furono subito ottimi: il patriota ricevette marcate prove di cortesia  e gentilezza e, pur nei limiti di  severe prescrizioni ministeriali,  essi fecero del loro meglio per rendergli più sopportabile  la solitudine, sia procurandogli libri e riviste, sia evitando di opporsi alle visite di Emilia Venturi, l’amica fedele di tanti anni, e di Carlotta Benettini, la devota popolana alla quale Mazzini era debitore per i sicuri rifugi  ed i mezzi di scampo ricevuti durante la sua agitatissima vita”.   
Ed ecco  come la “Gazzetta Piemontese” del 16 agosto 1870 diede la notizia:” L’Apostolo del Risorgimento italiano, il banditore della fede repubblicana, l’incitatore delle rivoluzioni, è stato ieri  (14) arrestato a Palermo e sopra una nave corazzata (si tratta della nave da guerra “Ettore Fieramosca” – ndr) tradotto a Gaeta, nella prediletta fortezza dei Borboni  e dei Pontefici. E’ questo un grave avvenimento. L’Italia è anch’essa turbata da febbre di agitazione: da qualche tempo una recrudescenza di malattia repubblicana travaglia la Monarchia; bande armate scorazzano   pei monti dell’Apennino ed in altri siti, e vennero annientati piuttosto dall’indifferenza del pubblico che dalla forza armata: i giornali politici popolari sono oggi dì sequestrati e posti sotto processo per offese al Re e voto repubblicano”.
Ma, tutto ciò premesso, Mazzini, in Sicilia, alla sua età (a quei tempi 67 anni erano molto, molto più di oggi), e male in salute, che ci andava a fare? Alcuni si limitato a dare l’informazione del suo viaggio  a Palermo, altri aggiungono che esso aveva lo scopo di promuovere ivi un’insurrezione: ma, in tal caso, a che pro?
La risposta sta nel fatto che essendo da tempo nota l’intenzione del governo italiano di  conquistare Roma con la forza per completare l’unità d’Italia,  Mazzini voleva evitare ad ogni costo che ciò avvenisse per opera dell’odiata Monarchia, e si era impegnato  in una lotta contro il tempo per poterlo fare lui stesso.  Il suo viaggio a Palermo era dunque destinato ad  organizzare un sollevamento in Sicilia, da cui iniziare la marcia verso il nord che avrebbe dovuto portarlo  per primo alla liberazione di Roma: ma fu ancora una volta (a coronamento di una serie d’ insuccessi) perdente.
Innegabilmente egli aveva nell’isola (in particolare a Messina), un folto gruppo di seguaci come dimostrato dall’esito delle elezioni  indette dal governo  il 25 febbraio 1866 per eleggere i deputati  al nuovo parlamento di Firenze divenuta  nel 1865, a seguito della contrastata “Convenzione di Settembre” (che aveva provocato a Torino il 21 e 22 del mese una rivolta popolare repressa  con 52 morti e 177 feriti),  capitale  d’Italia. Egli  era candidato  nel  II Collegio di Messina (pur non avendo mai messo piede nell’isola, e questo, francamente, sorprende)  e,  pur non avendo avuto la possibilità di fare  campagna elettorale perché esule  a Londra,  ottenne un gran  successo (per allora),  con  446 voti.
La sua elezione fu però  immediatamente contestata,  il 24 marzo, dalla Camera  che aveva rilevato (ed è  strano che non se ne fossero accorti prima, dato che Mazzini non era certamente un illustre sconosciuto) l’ ineleggibilità del candidato perchè sulla sua testa pendevano ben 2 condanne a morte comminate dall’allora Regno di Sardegna ( e dunque, secondo Mazzini,  decadute) per congiura contro lo stato nel  1834 e per i moti di Genova nel 1857: senza contare quella del  Tribunale di Parigi per l’asserita complicità in un attentato   contro il grande alleato francese Luigi Napoleone. Due mesi dopo a seguito di tale annullamento  si rifanno le elezioni,  lui le vince, ma la Camera le annulla ancora, fino a che, alla terza votazione del  18/11, vinta anch’ essa da Mazzini, la Camera, finalmente, a seguito di un’amnistia che ha “purificato” la sua fedina penale,   ratifica la nomina.
Ma, a questo punto, è Mazzini a rifiutarla perché, come scrive con una nobile lettera ai suoi elettori messinesi, essa è   condizionata al suo giuramento allo Statuto Albertino (e, quindi, all’odiata  Monarchia Sabauda)  cui  non vuole assolutamente sottostare,  e sceglie, ancora una volta,  l’esilio.
Ma il  successo ottenuto genera in lui l’ennesima illusione che lo fa rientrare in Italia per raggiungere la Sicilia ove è certo di essere accolto a braccia aperta  dai suoi fedeli elettori messinesi con i quali stava progettando da tempo questo  “moto”  e di poter, con essi e con quanti si sarebbero a lui uniti, muovere su Roma.
Ma sappiamo come andarono le cose.
Mentre è  “ospite” del carcere militare di Gaeta ove è racchiuso dal 14 agosto 1870,  gli giunge il 20 settembre  la notizia tanto temuta:  i bersaglieri di Cadorna sono arrivati a Roma,  prima di lui.
Per solennizzare l’avvenimento, il 14 ottobre lo Stato gli apre le porte della fortezza, lo libera e lui, vecchio, malato e svuotato dall’energia rivoluzionaria che sola dava un senso alla sua vita, riprende la via dell’esilio londinese, sostando  di sfuggita a Roma che trova “profanata dalla monarchia”  prima di proseguire per Londra che lascerà poco dopo per raggiungere a Pisa l’ospitale dimora della Giannetta Nathan Rosselli.
Il sogno, ai limiti del patologico, di liberare Roma alla testa di un fantomatico drappello di ardenti siciliani, fu l’ultimo  “moto” fallito di Mazzini, rivoluzionario ormai  vecchio, stanco di una vita travagliata fatta di esili, di fughe e di nascondimenti  per sottrarsi alla caccia di occhiute polizie di mezza Europa, di ripetute carcerazioni, e malato.
Esso conferma quanto fosse in lui radicato il senso del dovere messo al centro della propria vita “senza speranza di premio , senza calcoli di utilità”:  conquistare Roma era  suo dovere.
E  questo  egli perseguì fino all’ultimo respiro.    
                                                                                                                 Giovanni  Zannini

giovedì 23 dicembre 2010

IL DODECANNESO: "LA PREDA SFUMATA"


Doverosamente, in occasione dell’8 settembre di ogni anno, viene rievocata la sorte dei militari italiani  dislocati a Cefalonia e nelle circostanti isole greche del mar Jonio  che, rimasti senza ordini, tentarono di opporsi ai tedeschi e per questo subirono un tremendo  massacro.
Episodio, questo, rievocato da un monumento forse unico in Italia che sorge a Padova nel piazzale a fianco della chiesa della SS.Trinità voluto dal defunto parroco don.Giulio Bovo,  già Cappellano Militare della Divisione “Acqui”, che visse quella tremenda esperienza”.
Meno note e rievocate sono invece  le drammatiche vicende di  altri  militari italiani all’estero rimasti senza ordini dopo l’armistizio, come nel Dodecanneso, gruppo di isole – Rodi la maggiore -nel mare Egeo che l’Italia aveva occupato nel 1912 e che era divenuta nel 1930 colonia italiana. 
Nella sua poderosa opera “La seconda guerra mondiale” ( Vol.IX  - Cap.XII intitolato “La preda sfumata”) Churchill (al quale fu attribuito, ricordiamolo, nel 1953 il “Premio Nobel” per la Letteratura),  si occupa di questo argomento  ed illustra i diversi punti di vista degli inglesi e degli americani  sull’opportunità o meno di occupare il Dodecanneso prima che lo facessero i tedeschi:  ed ammette di aver provato,  a causa delle divergenze avute a tal proposito con il gen.Eisenhower, “ uno dei più acerbi dolori della guerra”.
Gli inglesi, infatti, sostenevano l’opportunità di conquistare quelle isole, considerate facile preda, perché il possesso di Rodi dotato di un grande aeroporto avrebbe consentito agli inglesi di proteggere più comodamente con l’aviazione  le truppe impegnate in Egitto e Cirenaica e le  forze navali operanti nelle acque dell’Egeo.
 Oltre a ciò, il successo dell’operazione avrebbe potuto influire positivamente sulla titubante confinante Turchia ed indurla a rompere gli indugi dichiarando guerra alla Germania, con il che sarebbe stato possibile agli anglo-americani inviar aiuti all’alleata Russia – che li reclamava energicamente –attraverso i Dardanelli  anziché navigare sulla rotta lunga, pericolosa e costosa, del mare Artico.
 Eisenhower, da parte sua, impegnato in Italia e nella  complessa preparazione  di quell’enorme impresa che fu l’operazione “Overlord” (lo sbarco alleato in Normandia  del 1944), ritenne invece di non poter  trascurare neppure in minima parte  e per breve tempo  quei due impegni primari a favore di un’impresa –l’”Accolade”, appunto, come la definiva Churchill, forse con riferimento all’”investitura” dei cavalieri di Rodi – da lui ritenuta secondaria: e negò ogni aiuto.
Hitler, al contrario, ritenne fondamentale il possesso di quelle isole  perché temeva i riflessi psicologici negativi che lo loro perdita avrebbe potuto avere sui propri alleati del fronte sud-orientale (Romania, Bulgaria, Ungheria) che si sarebbero visti minacciati da sud, oltre, a sua volta, per influire  sulla incerta e neutrale Turchia  sempre in dubbio se schierarsi da una parte o dall’altra in attesa dell’occasione buona per farlo con quella che apparisse la più forte.
Allora Churchill, convinto della necessità di confermare la presenza inglese nel Mediterraneo orientale , dopo aver ribadito agli americani che la temporanea,  breve distrazione dal progetto “Overlord”  di una piccola forza da sbarco nell’Egeo “per rinsanguare le forze britanniche”  non avrebbe compromesso né la  campagna d’Italia, né lo sbarco in Normandia previsto del resto fra 6 mesi, rotti gli indugi, decise di fare da solo.
Ed il 15 settembre 1943, avvalendosi del  poco naviglio da guerra disponibile e di ogni pur minima risorsa nautica  ( perfino  lance di salvataggio e canotti)  gli inglesi riuscirono a sbarcare  nelle isole di Castelrosso, Lero, Samo, Coo – dotata, quest’ultima, di campo d’aviazione – e su altre isole minori.
“Le guarnigioni italiane – scrive Churchill – quando c’erano si dimostrarono abbastanza amichevoli, ma le loro vantate difese costiere e contraeree si dimostrarono piuttosto male in arnese, e il trasporto delle nostre armi e dei veicoli più pesanti era praticamente impossibile con il naviglio a nostra disposizione”.
Fallì, invece, dopo un disperato tentativo, la conquista di Rodi (l’isola strategicamente più importante dopo Creta già in mano nemica)  ove i tedeschi, sopraffatti gli italiani, si erano insediati, e donde, tenendo sotto costante controllo aereo l’intero arcipelago, scatenarono la controffensiva.
I 1200 inglesi che presidiavano Coo – e che non ebbero, in questo caso, la nostra collaborazione –sgomberarono nottetempo l’isola dopo aver distrutto cannoni e difese portando seco “tutti gli ufficiali italiani e quanti altri italiani possibile”.
Lero  (come racconta il sopravvissuto Renato Niccoli nel suo libro “La verità sulla storia  di un’isola – Lero”) fu evacuata dopo la dura resistenza  di quasi due mesi dei militari italiani, soprattutto marinai, che combatterono fianco a fianco con i 3000 inglesi che vi erano sbarcati, contro la superiorità aero-navale dei tedeschi.  Grazie alla valida collaborazione della marina greca, furono portati in salvo inglesi, greci ed anche italiani, per evitare, scrive Churchill, e ciò gli fa onore, che gli ufficiali italiani venissero fucilati, come accadde  a Cefalonia.
Contemporaneamente, furono sgomberate le piccole guarnigioni di Samo e di altre isole minori cosicchè l’intero arcipelago rimase in mano ai tedeschi anche se piccoli gruppi di partigiani greci ed italiani continuarono a combatterli.
Con questo successo i tedeschi ottennero i risultati che si erano prefissi e che Churchill aveva previsto e temuto.
Scrive il Primo Ministro inglese, nel capitolo più sopra citato: “Mi addolorava che fossero state così tenacemente avversate e respinte le piccole richieste da me fatte che,  senza arrecare alcun pregiudizio alla preparazione dell’”Overlord”  avrebbero  potuto aggiungere a tutti i frutti della campagna d’Italia anche il controllo dell’Egeo e, con ogni probabilità, l’entrata in guerra della Turchia”: ma, conclude,  “quando tanti e gravi problemi incombevano, non potevo rischiare il minimo screzio nei miei rapporti personali con il Presidente degli Stati Uniti”, e si rassegnò a veder “sfumare  una preda” che riteneva sicura.
Ma, sottolinea, “a denti stretti”.
Noi italiani non possiamo  che condividere il rammarico di Churchill.
Se, infatti, gli alleati, subito dopo la firma dell’armistizio con l’Italia fossero sbarcati con azione decisa e tempestiva  nel Dodecanneso  ed a Cefalonia,  molte stragi di italiani sarebbero state evitate.   
                                                                                Giovanni Zannini

La sconfitta alleata di Dieppe - L'operazione "Jubilee"

Nel giugno  1942 Churchill con un rappresentante di Roosevelt si recò precipitosamente a Mosca per incontrare Stalin che, furioso, esigeva l’immediata apertura di un secondo fronte ad ovest per alleggerire la pressione tedesca su Mosca.
Forse timoroso che i rovesci subiti inducessero i russi ad una pace separata con i tedeschi, Churchill, pur confermando che uno sbarco in Francia sarebbe stato possibile solo fra un paio d’anni, promise a Stalin che sarebbero state prese iniziative per impegnare maggiormente le forze tedesche ad ovest.
Tornato a Londra, il primo ministro pretese dai militari un’azione di forza contro i tedeschi in territorio francese e lo sbarco a Dieppe del 19 agosto 1942 voluto da uno stratega “amateur” (dilettante – evidente l’allusione a Churchill che collaborò attivamente alla preparazione dell’impresa vista con molte riserve dagli esperti militari) clamorosamente fallito fu  il prezzo pagato dagli alleati per onorare le promesse del premier inglese a Stalin.
Questo, dunque, il movente del fallito “raid” su Dieppe, una sconfitta che gli alleati preferiscono obliare, e solo pochi visitatori si recano nel piccolo, polveroso e poco pubblicizzato  museo della guerra di Dieppe.      
Per una migliore comprensione dell’episodio che venne esaltato dai tedeschi come prova dell’impossibilità di violare il “Vallo atlantico” occorre premettere che quel “raid” non aveva lo scopo di occupare stabilmente il territorio attaccato, bensì quello di danneggiare quanto più possibile  il potenziale militare nemico ivi esistente e quindi rientrare alle basi di partenza.
Questo intento fu chiaramente manifestato agli abitanti di Dieppe invitati dagli alleati a restare passivi per  evitare possibili rappresaglie  assicurando, nel contempo, che il momento della completa liberazione non era lontano.
I “dieppois” obbedirono ed i tedeschi, ritenendo, a torto,  tale atteggiamento ostile agli invasori e favorevole a loro, li vollero premiare liberando i soldati francesi di Dieppe che erano stati fatti prigionieri dall’inizio della guerra.
L’operazione - denominata in codice “Jubilée” e che avrebbe dovuto risolversi in una dozzina di ore – prevedeva la distruzione dell’artiglieria posta a protezione della città,  dell’aeroporto, delle installazioni radar ed elettriche, delle attrezzature portuali e dei depositi di munizioni e di carburante; la ricerca di documenti; la cattura di prigionieri; infine, il confronto aereo con la Luftvaffe per saggiarne le potenzialità.
Era previsto che lo sbarco sarebbe avvenuto su di un tratto di spiaggia di una ventina di chilometri con al centro Dieppe, in molti punti delimitata da alte falesie irte di cannoni tedeschi.
In un primo tempo “commandos” inglesi e unità canadesi avrebbero dovuto distruggere le difese tedesche a sud (Varangeville, Pourville) ed a nord (Puys, Belleville, Berneval) della città, dopo di che sarebbe scattato  l’attacco frontale contro il centro cittadino.  
Così, una flotta composta da 250 natanti fra mezzi da sbarco e navi da battaglia recante a bordo 6000 uomini in maggioranza canadesi, con una copertura aerea costituita soprattutto da caccia, salpa,  nella notte del 18 agosto 1942, dai porti inglesi di Newhaven, Shorham, Portsmouth, Southampton e Gosport ed alle 3 del giorno successivo si presenta dinanzi alle coste francesi.
Ma le cose non vanno secondo i piani prestabiliti.
A sud di Dieppe, a Varangeville, il “commando n.4” britannico, raggiunto l’obbiettivo (distruzione di una batteria costiera) si reimbarca; ma un migliaio di canadesi sbarcato a Pourville, dopo qualche iniziale successo viene sopraffatto dai tedeschi e riesce a fatica a reimbarcarsi  perdendo quasi metà degli effettivi.
A nord, a Puys, il fallimento è totale: i canadesi vengono falciati appena presa terra, 128 muoiono e 250 sono catturati.
Anche al “commando n.3” inglese va male: un reparto sbarcato a Belleville  distrugge  una batteria costiera tedesca ma poi, a corto di munizioni è costretta a reimbarcarsi; l’altro sbarcato a Berneval  dopo un duro combattimento si arrende.
A questo punto, pur dopo questi insuccessi, l’Alto Comando delle Operazioni Combinate, forse anche a causa di difettose comunicazioni con i reparti impegnati, ordina egualmente di sferrare l’attacco frontale.
Ma l’esito è disastroso: i genieri incaricati di praticare varchi nella difesa tedesca per aprire la strada ai carri armati “Churchill”, impiegati per la prima volta, sono annientati e, di conseguenza, i mezzi corazzati, non appena toccata terra,  distrutti, mentre i difensori dai bunker ed anche dai tetti degli alberghi prospicienti il luogo dello sbarco, fanno strage degli assalitori.
Solo una ventina di canadesi raggiunte le prime case dell’abitato, il Casinò ed il teatro,  riesce a penetrare nelle vie circostanti prima di essere uccisi o fatti prigionieri nonostante il sopraggiungere di rinforzi che a quel momento si manifestano inutili. 
Molte le cause della sconfitta: la rinuncia a preliminari massicci bombardamenti aerei e navali per scompaginare le difese avversarie; il mancato impiego di paracadutisti; l’insufficiente numero di uomini impiegato nell’impresa; i materiali inadatti ; l’eccessiva rigidità nel voler applicare ad ogni costo i piani prestabiliti; la scarsità del munizionamento e le difettose comunicazioni.
Caro il prezzo in vite umane e materiali pagato dagli alleati:  1.197 morti di cui ben 900 canadesi; 1.500 feriti; circa 2000 prigionieri; 34 navi affondate; 108 aerei abbattuti; carri armati,
armi e munizioni abbandonati sulla spiaggia.
Ma i soldati canadesi vittoriosi che l’1 settembre 1944 liberarono  
Dieppe seppero vendicare i camerati caduti nel “raid” del 19 agosto 1942.
E le innumeri bandiere bianche e rosse con la foglia d’acero al centro che sventolano a Dieppe dando al visitatore l’impressione di trovarsi, per chi sa qual prodigio, in Canada anziché in terra di Francia, attestano l’imperitura riconoscenza della città per i canadesi.
Ricordando, non dimentichiamolo, che lo sfortunato “raid” non fu vano perché costituì una preziosa esperienza – anche se pagata a caro prezzo -  per il successo, due anni dopo, con l’operazione “Overlord”, del vittorioso sbarco in Normandia del 6 giugno 1944.

                                           Giovanni Zannini